Bionergie da biomasse, gli obiettivi Ue favoriscono il riscaldamento globale?

L'impatto su clima e foreste di energia e calore prodotti con biomassa legnosa

[24 febbraio 2017]

L’utilizzo del legname per produrre energia elettrica e calore nelle le moderne tecnologie (non tradizionali)  è cresciuto rapidamente negli ultimi anni e ci sono tutte le prospettive perché continui a farlo. Ma la ricerca  “The Impacts of the Demand for Woody Biomass for Power and Heat on Climate and Forests” di Duncan Brack Environment, dell’energy and resources Department della Chatham House evidenzia che «Sebbene la maggior parte dei quadri della politica energetica rinnovabile trattino le biomasse come carbon-neutral, durante la combustione, la biomassa emette più carbonio per unità di energia rispetto alla maggior parte dei combustibili fossili».

Brutte notizie per l’Unione europea, dove c’è la maggiore domanda di biomassa legnosa mondiale proprio per rispettare i suoi obiettivi per le energie rinnovabili. Una  domanda che viene in gran parte soddisfatta da risorse forestali Ue, integrata da importazioni da Usa, Canada e Russia.

Anche Paesi extra-Ue, come Usa, Cina, Giappone e Corea del Sud potrebbero potenzialmente aumentare l’utilizzo di la biomassa, compresi i residui agricoli e il legname, ma finora questo non è avvenuto, in parte a causa della calo dei costi delle energie rinnovabili come il fotovoltaico e l’eolica. «Tuttavia – dicono alla Chatham House – il ruolo della biomassa come bilanciatore del sistema, e la sua supposta capacità, in combinazione con la tecnologia carbon capture and storage, di generare emissioni negative, sembra probabile che le mantengano competitive in futuro.

Ma secondo Brack «Solo residui che altrimenti sarebbero stati bruciati come rifiuti, o sarebbe stato lasciati  nella foresta e sarebbero decaduti rapidamente, possono essere considerati come carbon-neutral a breve e medio termine. Uno dei motivi della percezione della biomassa come a emissioni zero è il fatto che, in base alle regole contabili dei gas serra dell’Ipcc, le emissioni associate sono registrate nell’uso del suolo, invece che nel settore energetico». Però, i diversi modi in cui vengono contabilizzate le emissioni dell’uso del suolo fanno sì che venga contabilizzata solo una parte delle emissioni da biomasse.

Brack fa notare che, «In linea di principio, i criteri di sostenibilità sono in grado di garantire che venga utilizzata solo la biomassa con il più basso impatto sul clima, tuttavia, gli attuali criteri in uso in alcuni Stati membri dell’Ue e in fase di sviluppo in Europa non raggiungono questo obiettivo, in quanto non tengono conto dei cambiamenti dello stock di carbonio nella foresta».

Insomma, secondo questo rapporto indipendente diversi Paesi Ue, compresa la Gran Bretagna della Brexit, butterebbero via soldi sovvenzionando la produzione di nergia con il legname. Brack conferma: «Non è un gran uso del denaro pubblico. Si tratta di fornire incentivi ingiustificabili che hanno un impatto negativo sul clima. Invece, i soldi sarebbero spesi meglio per l’energia eolica e solare».

La legna produce più CO2, metano e biossido di azoto per unità di energia prodotta rispetto al carbone. Quando vengono abbattute le foreste, anche i loro terreni rilasciano carbonio per i successivi 10 o 20 anni. A questo di aggiungono le emissioni del trasporto e della lavorazione del legname, che possono essere considerevoli. Invece, le foreste che vengono lasciati crescere continuano ad assorbire carbonio. «Questo è vero anche per le foreste mature – dice il rapporto . i. vecchi alberi assorbono più carbonio rispetto agli alberi più giovani, così nonostante la morte di alcuni alberi, le foreste mature sono ancora un pozzo di carbonio globale. Per quanto riguarda l’idea che tutta la  CO2 emessa quando il legno viene bruciato alla fine viene assorbita quando gli alberi ricrescono, questo può richiedere fino a 450 anni perché le foreste ricrescano  davvero. Ma, per evitare pericolosi cambiamenti climatici, le emissioni devono essere ridotte subito».

I sostenitori della bioenergia sostengono che l’industria utilizza solo scarti  provenienti dalle segherie e materiali simili, non alberi interi. In effetti, produrre energia da rifiuti legnosi che altrimenti marcirebbero è sicuramente meglio che bruciare  combustibili fossili. Ma il rapporto sostiene che «Semplicemente non ci sono abbastanza scarti legnosi per poter soddisfare la domanda. Inoltre questi rifiuti spesso contengono troppo sporco, corteccia o ceneri per poter essere bruciati  nelle centrali elettriche, o per essere utilizzati per altri scopi. Invece, c’è sostanziale legame tra l’abbattimento di alberi interi e l’energia».

Brack aggiunge: «Penso che ci sia un’evidenza abbastanza forte. Le definizioni ufficiali sono così scarse che  le companies possono tagliare gli alberi interi e considerarli come rifiuti. Inoltre, non c’è  alcuna prova che vengano piantate nuove foreste per soddisfare la domanda di bioenergia, come sostengono alcuni entusiasti della bioenergia. Per esempio, la superficie forestale negli Usa meridionali, che fornisce gran parte dei pellet di legno bruciato nella Ue, non è in aumento».

Il rapporto evidenzia che «Sono necessari cambiamenti nelle politiche per garantire che la combustione della biomassa riduca le emissioni, piuttosto che aumentarla». In particolare, Chatham House .raccomanda l’introduzione di criteri molto severi per assicurare che vengano utilizzati solo veri rifiuti legnosi e chiede diverse modifiche «per impedire le varie scappatoie contabili del carbonio che permettono all’Ue di rivendicare che la sua politica sulla bioenergia sta riducendo le emissioni di gas serra, quando è un dato di fatto che stanno avendo l’effetto opposto.

Dopo aver letto il rapporto, Mary Booth, direttrice di Partnership for Policy Integrity, una Ong Us anche si occupa di politica energetica, ha scritto in un comunicato: «Molti paesi stanno aumentando l’utilizzo della biomassa come energia rinnovabile. In modo allarmante, il rapporto della Chatham House conclude che le innumerevoli emissioni provenienti dalla “scappatoia della biomassa” possono essere di grandi dimensioni e rischiano di minare in modo significativo gli sforzi per affrontare i cambiamenti climatici».