Blitz di Goletta Verde: stop alle estrazioni petrolifere offshore in Emilia Romagna

Nonostante le “rassicurazioni”, dopo il referendum del 2016, vecchi e nuovi pozzi, piattaforme, prospezioni e subsidenza mettono a rischio le coste dell’Emilia Romagna.

[6 agosto 2018]

In occasione del passaggio di Goletta Verde da Lido di Dante, prima di raggiungere Porto Garibaldi, Legambiente ha organizzato un flash mob sulla spiaggia di fronte alla piattaforma di estrazione gas più vicina alla costa di tutta Italia, l’ Angela Angelina di Eni, ed ha lanciato la petizione #NoOil  indirizzata al ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio.

Gli ambientalisti sottolineano: «Nonostante gli Accordi sul clima di Parigi e gli impegni presi per contrastare i cambiamenti climatici nel nostro Paese si persevera nell’incentivare l’uso dei combustibili fossili, fornendo a questo settore quasi quattro volte più sussidi che alle energie rinnovabili, pari a 14 miliardi di euro l’anno. Fermare le estrazioni di idrocarburi e, di conseguenza, uscire definitivamente dalla dipendenza dalle fonti fossili, è un passo fondamentale per arrestare il cambiamento climatico. Tale stop infatti permetterebbe di ridurre le emissioni di CO2 di oltre 750 milioni di tonnellate, ovvero il 5,8% al 2020, un obiettivo importante confermato anche da tutte le ricerche scientifiche che continuano a mettere in evidenza l’urgente necessità di contenere l’aumento della temperatura globale entro 1,5 °C per evitare gravi ripercussioni su persone ed ecosistemi».

Nel dossier ambientalista si legge che «In Emilia Romagna le fonti fossili coprono l’89,1% dei consumi totali regionali (Simeri GSE, 2015), contro il 10,9% da fonti rinnovabili. La produzione di petrolio, nel 2017, è stata pari a 18,4 mila tonnellate, lo 0,4% della produzione nazionale, mentre quella di gas è stata di 1.819,2 milioni di Smc, pari a circa il 32,2% della produzione nazionale che, stando agli attuali consumi, coprirebbero lo 0,03% del fabbisogno del nostro Paese attraverso la produzione di olio, e il 2,4% con quella di gas. Numeri certamente poco incidenti ma che nei territori e nei mari interessati dai progetti di trivellazione portano a rischi ambientali importanti: in caso di incidente, infatti, verrebbero messi in ginocchio turismo e pesca, come testimoniato dal disastro causato nel 2010 dalla piattaforma petrolifera della BP nel Golfo del Messico».

Ma c’è anche un altro problema: «Il cambio di rotta verso un futuro 100% rinnovabile, rimarrà complesso e difficile se il nuovo Governo non si impegnerà con urgenza ad eliminare tutti i vantaggi di cui godono nel nostro Paese le compagnie petrolifere. Basti pensare che dal 2010 al 2017 le concessioni produttive di greggio in Emilia Romagna hanno estratto in totale circa 203 mila tonnellate di greggio, di cui 158 mila (78,1%) sono risultate esenti dal pagamento delle royalties (soglia di esenzione 50.000 tonnellate per concessioni in mare e 20.000 tonnellate per quelle a terra). In questi anni la soglia minima di esenzione è stata del 65,3% nel 2012, con il massimo raggiunto proprio nel 2017, in cui tutto il petrolio estratto è stato esente dal pagamento delle royalties. Sempre per lo stesso periodo, le concessioni produttive di gas hanno estratto in totale 21.954 milioni di Smc, di cui 11.956 (il 54,5%) sono risultati esenti dal pagamento delle royalties (soglia di esenzione 25 milioni per concessioni a terra e 80 milioni per quelle a mare). In questi anni, la percentuale di esenzione non è mai scesa al di sotto del 47% del 2010, con il massimo raggiunto nel 2016, in cui il 63% del gas estratto è stato esente dal pagamento delle royalties».

Secondo la portavoce di Goletta Verde, Katiuscia Eroe, «Si tratta di regali che rendono i nostri territori e i nostri mari un vero e proprio Texas petrolifero, dove gli interessi nel proseguimento alle attività petrolifere non si sono mai fermati. Sono almeno 15 le compagnie che hanno fatto richiesta di ricerca e prospezione per nuove aree, per 2.385,3 kmq per la terraferma e 774,3 kmq in mare I numeri raccontati nel dossier di Legambiente #NoOil Emilia Romagna raccontano bene non solo il ruolo, oggi ancora determinante delle fonti fossili, anche a causa di politiche mancanti di sviluppo di un nuovo sistema energetico innovativo e rinnovabile, ma anche come le produzioni siano in costante riduzione da anni. Scegliere di continuare a produrre gas e petrolio non solo mette a rischio il raggiungimento degli obiettivi climatici, ma anche quelli di sviluppo locale della Regione Emilia Romagna, costretta a subire l’arroganza delle compagnie, ma anche la poca lungimiranza e la mancanza di coraggio dei Governi, che invece di investire su un nuovo modello energetico, continuano a supportare lo sviluppo di politiche energetiche dipendenti dalle fonti fossili. Dopo aver contribuito alla definizione di obiettivi europei al 2030 su rinnovabili ed efficienza molto ambiziosi, chiediamo al ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio di segnare un’altra discontinuità con i governi precedenti, fermando la corsa all’oro nero nel nostro Paese, e al Governo italiano di essere coerente con gli impegni sottoscritti a livello internazionale, indirizzando le scelte di aziende come Eni, a prevalente capitale pubblico, che continua ad investire solo sulle fossili, lasciando le briciole alle rinnovabili, per contribuire alla lotta ai cambiamenti climatici e non per alimentarli, come fa oggi».

E in Emilia Romagna a compromettere lo stato di salute delle coste c’è anche la subsidenza che interessa in particolare il litorale ravennate dove, dal 1984 al 2011, c’è stato un abbassamento massimo del suolo di circa 45 centimetri. Gli ambientalisti ricordano che «Il record negativo si ha nel tratto costiero che va da Lido Adriano fino ad oltre la Bocca del T. Bevano, proprio di fronte alla piattaforma ENI di estrazione gas Angela Angelina che – a meno di 2 km dalla costa – determina un aumento della tendenza naturale alla subsidenza».

Lorenzo Frattini, presidente di Legambiente Emilia Romagna, conclude: «La piattaforma Angela Angelina, con le sue estrazioni di gas a ridosso della costa, concorre in modo significativo all’abbassamento del suolo, fenomeno che proprio sulla costa di fronte ha raggiunto livelli allarmanti con un abbassamento di ben 45 cm dal 1984 ad oggi. Nel periodo che va dal 2011 al 2016 tali tendenze diminuiscono ma, stando ai dati forniti da Arpae, rimane comunque il record massimo di abbassamento regionale della costa con 15 mm/anno. Proprio per l’innegabile evidenza della correlazione subsidenza-estrazioni, l’amministrazione del Comune di Ravenna sembra avere aperto una trattativa con la stessa Eni ed il Mise per anticiparne la chiusura. Al momento, però, le promesse dell’amministrazione ravvennate sembrano non avere nessun riscontro oggettivo e ogni anno che passa aumenta il rischio per l’entroterra. Restiamo dunque in attesa di sapere se questo processo si attuerà o meno e se alle dichiarazioni sui giornali del Sindaco seguiranno anche atti. Noi certo non smetteremo di batterci per la difesa della costa e del clima e per ottenere la dismissione di questa e di tutte le altre piattaforme di estrazione presenti in regione».