Bufale e nuvole radioattive: come un rapporto di Bellona è stato travolto dalle fake news

Un incidente trasformato in una fusione nucleare tenuta segreta

[28 marzo 2017]

All’inizio di questo mese, il fisico nucleare Nils Bøhmer, direttore generale dell’associazione scientifica europea Bellona (nota per le sue battaglie contro il nucleare), aveva fatto sul sito dell’organizzazione una breve analisi di una piccola perdita di iodio radioattivo 131 che si era verificata già a ottobre nel reattore di ricerca di Halden, in Norvegia. Il giorno dopo, Bøhmer si è ritrovato – suo malgrado – dipinto come un eroe solitario che si batteva contro una cospirazione paneuropea che voleva mettere a tacere un’emergenza radioattiva del livello di quella di  Fukushima Daiichi. Il suo rapporto è schizzato ai vertici delle news di Google e il telefono di Bellona ha cominciato a squillare. I post su Facebook sono esplosi e le richieste di un commento hanno ingolfato la casella e-mail di Ellen Viseth, l’addetta stampa di Bellona.

E’ così che questi seri e pacati ambientalisti/scienziati norvegesi si sono trovati a dover spiegare cosa fosse la “nube radioattiva” che, secondo quanto pubblicato su Internet, stava oscurando i cieli sopra la Polonia, la Repubblica Ceca, la Germania, la Francia e la Spagna.  I giornalisti, spinti da Facebook e Twitter,  chiedevano se era vero  che qualcuno aveva sabotato l’European radiological data exchange platform,  basata sul web,  per impedire che si venisse a conoscenza della “nube radioattiva”. I norvegesi hanno pubblicato i dati dell’incidente di Halden  e l’International atomic energy agency è venuta loro in soccorso pubblicando i grafici sui livelli di radiazioni in Europa, nel tentativo di evitare ogni sospetto.

Ma non è servito a nulla: nei giorni successivi, Bellona ha visto l’informazione scientifica di Bøhmer venir trasformata nel propellente per la bufala di un intrigo internazionale volto a nascondere un gigantesco incidente nucleare avvenuto al confine tra Norvegia e Svezia. Niente di tutto questo era vero, ma le teorie complottistiche apparse su diversi siti russi e ulteriormente attizzate dal blog  nuclear-news.net,  avevano ormai messo insieme due eventi reali e separati, abbastanza insignificanti per conto proprio ma che insieme sono diventati un inarrestabile e sinistro tornado di fake news.

A Bellona spiegano che «A gennaio, un sensore a Svanhovd, nel nord della Norvegia, registrò un piccolo picco di iodio 131 radioattivo  nell’atmosfera, che è stato successivamente confermato dai francesi e dai finlandesi. Il picco non poneva alcun pericolo e assomigliava a un uptick di iodio simile che si era verificato nel 2012». Il picco del 2012 è stato causato da un produttore di isotopi medici a Budapest, in Ungheria, mente quello del gennaio 2017 non è ancora stato – almeno ufficialmente – spiegato.

A scatenare le teorie complottiste è stato il piccolo rilascio di iodio 131  avvenuto il 25 ottobre 2016 dal reattore di Halden, nel corso di una procedura di trattamento del combustibile. In quella occasione, il personale è stato  temporaneamente evacuato e la perdita è stata subito contenuta.  A bellona fanno notare che «L’unica cosa in aumento,  a un livello di grave incompetenza, è stato il tempo passato tra l’incidente e, quando l’Institute for energy technology, che gestisce il reattore, ha informato la Norwegian radiation protection authority».

Ma l’incidente di Halden è arrivato sulle pagine del quotidiano britannico The Independent ed è stato rilanciato dalla statunitense  NBC News anche se entrambi non hanno dato molto spazio a un incidente “minore” e si sono concentrati sui ritardi nel segnalarlo all’opinione pubblica denunciati da Bøhmer. Il direttore dell’Institute for energy technology, Atle Valseth, ha fatto pubblicamente un mea culpa ed ha ammesso che il suo istituto aveva sbagliato ad aspettare un giorno per divulgare la notizia.

Questo è bastato  ai giornalisti russi – e anche a un paio di europei –  per credere di aver risolto il mistero del picco di iodio di gennaio: era colpa dei norvegesi che stavano facendo di tutto per nasconderlo.

Un blogger russo ha “rivelato” a Trashbox.ru che «La fonte di emissioni dello iodio radioattivo che è stato recentemente scoperto in diversi paesi europei proveniva al reattore di Halden. Lo dice l’organizzazione ambientale internazionale Bellona!». La cosa è stata confermata da Infosila.ru, che ha fatto diventare una fuoriuscita di poco conto un grande incidente nucleare, travisando completamente quel che aveva scritto Bøhmer. Come se non bastasse, si è aggiunto ENEnews  che ha pubblicato una specie di “rapporto” nel quale compariva la parola “nuvola” e che sottolineava, fuori contesto, solo alcune delle frasi utilizzate da Bøhmer per analizzare il piccolo incidente di Halden: «carburante danneggiato», «rilascio radioattivo», «evacuato immediatamente».

Bellona evidenzia che tutti e tre gli articoli «hanno omesso di menzionare l’impossibilità fisica che un evento avrebbe potuto proseguire l’altro: «lo iodio 131 ha un’emivita di otto giorni, quindi niente di tutto ciò che è venuto dal reattore Halden avrebbe potuto essere stato trovato in Europa due mesi e mezzo dopo».

Il portale nuclear-news.net ha ammesso di essersi basato sulle notizie provenienti da blog di dubbia credibilità per dare informazioni sull’incidente di Halden, ma continua ad accusare la Norwegian radiation protection authority di voler nascondere la vera portata dell’incidente. Il 26 marzo, l’European News Weekly ha ripreso da nuclear-news.net un lungo ed allarmato commento di Pierre Fetet, blogger indipendente che accusa gli operatori del reattore Halden di aver provocato il rilascio di “nuvole” radioattive e che l’incidente in realtà dovrebbe essere classificato tra quelli compresi nella scala Ines, concludendo che le autorità norvegesi di regolamentazione del nucleare sarebbero in combutta con gli operatori di Halden per contaminare l’Europa.

La reazione di  Bøhmer a tutto quello che ha involontariamente scatenato  è incredula: «Wow: non avevo detto niente di tutto questo. A dire il vero, l’incidente di Halden solleva alcune questioni gravi. L’errore nel combustibile, ha portato ad un accumulo di idrogeno nel nocciolo del reattore, non diversamente da quanto avvenuto nel 2011 a Fukushima. La preoccupazione era che il nocciolo del reattore potesse diventare instabile. Ci sono stati problemi preoccupanti con il sistema di raffreddamento del reattore. Ma niente di tutto ciò ha portato a una fusione e nessuna prova disponibile suggerisce che da questo sia avvenuta una contaminazione». Come suggerisce lo stesso  nuclear-news.net, la Svezia avrebbe sicuramente protestato duramente con la Norvegia se le radiazioni provenienti da Halden si fossero diffuse sul suo territorio.

Bellona ricorda che   dice da tempo che «Le procedure operative di Halden non sono ideali e ancor meno ideali è l’intasamento delle linee di comunicazione tra l’Institute for energy technology e la Norwegian radiation protection authority. Certamente ci sono domande che vanno fatte e l’operatore deve  essere chiamato a rispondere. Ma queste domande non dovrebbe essere fatte dal punto di vista della più estrema febbre speculativa. Queste febbri – nello spirito dell’epoca delle fake news – continueranno a diventare più calde e c’è poco che si può fare per smentirle, se non guardarle dall’esterno e chiedere: questo territorio è davvero contaminato dallo iodio 131? Questo non è certamente quel che ha detto il rapporto originale di Bøhmer. Se dovesse avvenire una fusione, Bellona promette che sarà la pima a dirvelo».