Greenpeace. «Cosa aspetta Eni ad abbandonare le ricerche petrolifere in Groenlandia?

Cala il prezzo del petrolio e troppi rischi, le multinazionali petrolifere si ritirano dell’Artico

[15 gennaio 2015]

L’Artico tira un sospiro di sollievo. Greenpeace riprende un articolo del quotidiano danese “Politiken” e rende noto che «Tre delle maggiori compagnie petrolifere – la norvegese Statoil, la francese GDF Suez e la Dong, controllata dallo stato danese – hanno deciso di abbandonare le trivellazioni nella Groenlandia occidentale.  Non è una decisione isolata, sono sempre più le compagnie che fanno marcia indietro per i costi e i rischi che comporta trivellare nell’Artico. È ora che il governo groenlandese, che aveva offerto alle compagnie di prolungare le esplorazioni per altri due anni, punti invece sullo sviluppo sostenibile».

Una settimana fa era stata la Maersk Oil ad annunciare la sospensione delle operazioni di ricerca del petrolio nella Groenlandia orientale, e la Scottish Cairn Energy, l’ultima compagnia ad aver condotto esplorazioni petrolifere in Groenlandia nel 2011, ha chiuso gli uffici nel territorio semi-indipendente associato al Regno di Danimarca nel 2014, dicendo che avrebbe bloccato le ricerche nelle aree di frontiera come la Groenlandia.

E pensare che solo un anno fa, giusto nel gennaio 2014, l’Arctic Institute definiva la Groenlandia la nuova frontiera dell’estrazione di petrolio e gas. Sembra proprio che il crollo del prezzo del petrolio ed il boom (che sta raffreddandosi velocemente) del gas e del petrolio non convenzionali estratti con il fracking, stiano provocando una rvinosa ritirata dall’Artico, mettendo in difficoltà non solo l’industria petrolifera/gasiera russa – che sembra il vero bersaglio dell’intera manovra di geopolitica economica – ma anche Big Oil statunitens come la Chevron che a dicembre 2014 ga deciso di sospendere a tempo indeterminato i piani di trivellazione petrolifera nel mare di Beaufort, in Canada,  per  «Incertezza economica nell’industria».

Naturalmente Greenpeace sottolinea i grandi costi di attività estrattive in ambienti ostili, rischiosi e delicatissmi dal punto di vista ambientale ed evidenzia che «Se l’offshore in Groenlandia occidentale pone dei rischi, le concessioni nel settore orientale sono ancora più pericolose per le condizioni ambientali estreme. Cosa aspetta ENI, che detiene licenze per esplorazioni petrolifere proprio nella Groenlandia orientale, ad abbandonare le ricerche?».