Calore, luce ed energia per i rifugiati: salvare vite umane, ridurre i costi

La salute dei rifugiati messa in pericolo anche dalla “cattiva” energia utilizzata nei campi profughi

[17 novembre 2015]

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La maggior parte dei 9 milioni di rifugiati che sono stati costretti a fuggire dalle loro case e vivono in campi profughi affrontano una terribile povertà energetica. Secondo il rapporto “Heat, Light and Power for Refugees Saving Lives, Reducing Costs”, redatto da Chatham House  per la Moving Energy Initiative, «Nella sua forma attuale, la fornitura di energia agli sfollati mina i fondamentali obiettivi umanitari di assistenza».

Il rapporto evidenzia che  «Il consumo di energia da parte di persone sfollate è economicamente, ambientalmente e socialmente insostenibile. I bambini e le donne ne sopportano i maggiori costi. Nel 2014 il consumo di energia delle famiglie tra sfollati ammontano a circa 3,5 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio per un costo stimato di 2,1 miliardi di dollari. Questo uso minimo di energia genera emissioni sproporzionate. Migliorare l’accesso a soluzioni energetiche più moderne più pulite ridurrebbe i costi, ridurrebbe le emissioni e salverebbe vite umane».

L’introduzione e la diffusione di cucine migliori e di lanterne solari  potrebbe far risparmiare 323 milioni di dollari all’anno in costi del carburante, in cambio di un investimento una tantum di 335 milioni di dollari per le attrezzature.

Secondo il rapporto, gli ostacoli posti ad un sistema energetico economicamente più sostenibile e più sano non sono più tecnologici, «ma istituzionali, operativi e politici.  C’è una grave carenza di competenze energetiche nel sistema umanitario e nessun approccio sistematico alla pianificazione e alla gestione delle forniture di energia.  In alcuni casi le sensibilità politiche impediscono approcci razionali».

Chatham House  e Moving Energy Initiative  sottolineano che «Fare le cose in modo diverso può portare benefici significativi ai Paesi ospitanti. Agli investimenti energetici aiutano a integrare le popolazioni sfollate e a  forniscono una risorsa in eredità alle comunità locali. Possono anche contribuire agli obiettivi per lo sviluppo sostenibile nazionali e locali».

Una delle autrici del rapporto Glada Lahn, della  Chatham House, sottolinea in un’intervista alla BBC. «Pensiamo che sia un momento importante per guardare a questo problema, a causa della crisi dei profughi e della crisi delle migrazioni che stiamo vedendo in tutto il mondo. Abbimo numeri che si avvicinano ai 60 milioni di persone e sono in  aumento. Questo è  più delle popolazioni dell’Australia e del Canada messe insieme. C’è una vera e propria crisi in termini di mantenere il passo e di come fare in modo che queste persone, che sono spesso in situazioni molto vulnerabili, siano protette e siano in grado di mantenere una  qualche dignità umana».

Lo studio evidenzia che circa il 90% delle persone che vivono nei campi profughi non ha accesso all’elettricità. «Molti di loro vivono al buio di notte, perché c’è ben poca  l’illuminazione stradale – dice la Lahn, –  C’è un enorme dipendenza dai combustibili a base di legna,  come il carbone, per cucinare. Circa il 77% del consumo di energia è proviene da legname e carbone. Il ricorso a questi carburanti colpisce le donne e le ragazze. Questo perché sono quasi sempre le donne e le ragazze che vanno fuori dai campi per raccogliere legna da ardere. Ci sono tanti casi di attacchi e stupri. Ci sono circa 2,9 miliardi di persone nel mondo che vivono con accesso molto insufficiente all’energia. Gli sfollati fanno parte di questo gruppo, ma tendono ad essere una zona grigia. Tendono a ricadere sotto l’ombrello umanitario, il che tende ad avere una prospettiva piuttosto limitata n termini di finanziamento e di bilanci. Inoltre tende ad essere vincolata politicamente, perché i Paesi ospitanti non vogliono vedere una pianificazione a lungo termine, nella quale i ricoveri siano resi più efficienti o siano realizzate infrastrutture».

Ma, nonostante il loro aspetto temporaneo, in diverse parti del mondo ci sono campi profughi che sono presenti da decenni ma dive le infrastrutture energetiche (e non solo)

Il rapporto elenca 6 imperativi per il cambiamento:

  1. Inserire l’accesso all’energia sostenibile per le persone sfollate nelle agende nazionali e delle agenzie internazionali.Le agenzie umanitarie devono integrare le considerazioni energetiche nella programmazione di base per ogni fase di una risposta umanitaria.

2. Costruire i dati.Il settore umanitario deve raccogliere e comunicare i dati disaggregati sui consumi di carburante, le pratiche di energia e i costi.

3. Coordinare le ambizioni nazionali e gli obiettivi umanitari a beneficio reciproco.L’accesso all’energia e le altre sfide della sostenibilità delle risorse dovrebbero essere considerate aree di cooperazione tra i Paesi ospitanti, i donatori internazionali e le agenzie umanitarie.

4. Inserire i progetti energetici e l’accountability a livello locale.La progettazione di interventi energetici deve tener conto delle esigenze e delle capacità delle comunità sfollate e locali e garantire che l’accountability  per le performance degli interventi energetici legate ai fornitori locali e gli esecutori.

5. Esplorare nuovi modelli di delivery.Fornitura energetica per gli sfollati ha bisogno di allontanarsi da un modello basato su dispense e richiede una revisione delle procedure di appalto in corso e gli standard.

6, Esplorare delivery models innovativi. Ove possibile, incoraggiano il ricorso ai mercati locali per sostenere e coltivare soluzioni energetiche, meccanismi di stress test per allocare i rischi tra pubblico e privato e prendere in considerazione i link a livello di collegamento dei contratti infrastrutturali in campo energetico su larga scala,  per le opportunità di espandere i servizi alle famiglie vicine.