Il carbone fa diventare più poveri e provoca i cambiamenti climatici

L'industria del carbone dà lavoro a 7 milioni di persone nel mondo, le rinnovabili già a 9,4

[18 novembre 2016]

Le centrali elettriche a carbone provocano più  danni che benefici ai poveri, anche senza prendere in considerazione  gli effetti devastanti dei cambiamenti climatici. E’ quanto emerge dal rapporto “Beyond Coal: Scaling up clean energy to fight poverty” presentato da the Overseas Development Institute (Odi), Cafod,  Christian Aid ad alter 9 organizzazioni alla 22esima conferenza delle parti dell’Unfccc che si conclude oggi a Marrakesh.

Eppure, fa notare il rapporto, nonostante gli impegni assunti con l’Accordo di Parigi, il mondo potrebbe oltrepassare la soglia dei 2° C di riscaldamento se verranno costruite solo un terzo delle centrali a carbone previste. E se il mondo non ce la farà a centrare questo obiettivo, «I risultati sarebbero  disastroso per la lotta globale contro la povertà».

L’odi  evidenzia che «Attualmente  l’industria del carbone sostiene che sviluppare l’utilizzazione del carbone è fondamentale per la lotta contro la povertà estrema e per migliorare l’accesso all’energia per miliardi di persone nei Paesi in via di sviluppo. In realtà, è vero il contrario. L’impegno globale per sradicare la povertà estrema e la povertà energetica entro il 2030 non richiede una tale espansione ed è incompatibile con la stabilizzazione del clima della Terra. L’evidenza è chiara: una soluzione duratura per la povertà richiede che le economie più ricche del mondo rinunciano al carbone e non dobbiamo e possiamo porre fine alla povertà estrema, senza l’espansione precipitosa di nuova energia a carbone o a svilupparla».

Uno degli autori del rapporto, Ilmi Granoff, ha detto all’IPS che «il carbone consolida la povertà, contrariamente a quanto sostenuto dall’industria  del carbone che il combustibile fossile contribuisce alla crescita economica».

Granoff,  un ricercatore del Doi, riconosce che «La chiusura delle centrali a carbone ha causato difficoltà economiche localizzate», ma sottolinea che «La nostra ricerca ha scoperto che l’energia rinnovabile globale dà più intensità di posti di lavoro per unità. Le stime della  World Coal Association indicano che l’industria del carbone dà lavoro a 7 milioni di persone nel mondo, meno dei 9,4 milioni di persone già impiegate nella filiera delle energie rinnovabili. E’ importante riconoscere che c’è un impatto sul lavoro con la phase down del  carbone a livello mondiale, perché ci sono più luoghi specifici in cui le persone si affidano all’industria del carbone e di quelli necessari per avere una giusta transizione. Ma in termini di prospettive di futuro occupazionale, il settore delle energie rinnovabili a livello globale offre migliori opportunità: più posti di lavoro e posti di lavoro di migliore qualità».

Per il rapporto anche gli argomenti che il carbone può aiutare le persone più povere del mondo ad accedere all’energia, non hanno senso: l’energia rinnovabile può già soddisfare «le esigenze specifiche della lotta contro la povertà estrema e la povertà energetica – spiega ancora Granoff – Il carbone rafforza la povertà causando problemi di salute di asma ad attacchi di cuore. E’ stato stimato che una singola centrale da un gigawatt in Indonesia causi  26.000 morti premature nel corso della vita dell’impianto».

Granoff anche sottolineato l’importanza di riconoscere «l’impatto negativo a lungo termine che il carbone avrà – in particolare sulle persone più povere e i Paesi poveri – contribuendo al cambiamento climatico».

E gli impatti del cambiamento climatico sui Paesi in via di sviluppo e le persone più povere del mondo, sono stati al centro delle discussioni alla Cop22 Unfccc di Marrakech. I Paesi in via di sviluppo sostengono che i Paesi più ricchi hanno la responsabilità di limitare gli impatti del cambiamento climatico sui Paesi più poveri, che sono e saranno ancor di più sproporzionatamente colpiti da condizioni meteorologiche sempre più imprevedibili e gravi, pur avendo contribuito molto meno alle emissioni globali di C2.

«Questo è un motivo importante per cui i Paesi ricchi dovrebbero chiudere le centrali elettriche a carbone», ribadisce Granoff.

Ma se la graduale eliminazione del carbone è una tendenza generale in molti dei Paesi più ricchi, il carbone continua ad essere molto utilizzato in Paesi come l’Australia e gli Stati Uniti, dove il presidente eletto Donald Trump ha promesso in campagna elettorale che riaprirà le n miniere di carbone e avvierà politiche pro-centrali a carbone, sostenendo che “l’agenda ambientale radicale” del presidente Barack Obama sta eliminando posti di lavoro e danneggiando l’economia.

Mentre Trump si mette l’elmetto da minatore, molte delle centrali a carbone previste sono in Asia, in particolare nella Cina e nell’India affamate di energia e avvelenate dallo smog e flagellate dai cambiamenti climatici. Per questo i due giganti asiatici stanno rivedendo la loro dipendenza dal carbone come fonte di energia.

Granoff conclude: «La Cina è molto preoccupata sia dagli impatti del carbone, sia dal cambiamento climatico e dall’inquinamento atmosferico. Il governo cinese sta rivedendo la costruzione di alcune nuove centrali a carbone».