Centrale a biomassa e radioattività in Ucraina, rischi per l’export alimentare?

[4 settembre 2017]

Nel 2013 la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (Bers) ha concesso un prestito di 15,6 milioni di euro per finanziare lo sviluppo di una centrale termoelettrica a biomassa a Ivankov, in Ucraina, dove secondo le informazioni raccolti dalla Ong italiana “Mondo in Cammino”, la centrale «brucia ogni giorno fino a 641,76 tonnellate di legno contaminato dalla ricaduta radioattiva di Cernobyl», come riportato in un’interrogazione diretta alla Commissione Ue elaborata lo scorso aprile.

«Ogni 100 kg di legno bruciato producono 1 kg di ceneri, con un tenore medio di radioattività – si legge nell’interrogazione – pari a 3 000 Bq/kg. Le ceneri sono poi distribuite ad imprese locali come fertilizzanti. L’impianto non ha superato le analisi degli esperti in materia di sicurezza radioattiva e sembra non disporre di filtri per contrastare le emissioni nell’atmosfera. La radioattività non si ferma alle frontiere e la radioattività nel suolo (o nei fertilizzanti) viene assorbita dalla vegetazione e contamina gli alimenti».

Partendo da tali considerazioni, gli europarlamentari domandano «come è possibile che la Bers consenta il finanziamento di un progetto così nocivo per l’ambiente»; «quali misure sono in atto per prevenire l’importazione nell’UE di alimenti radioattivi? Se non sono in atto misure di questo tipo, quando lo saranno?» e «che tipo di misure intende la Commissione suggerire alle autorità ucraine, al fine di eliminare qualsiasi rischio che la centrale di Ivankiv rappresenta per la salute della popolazione locale?».

Dopo mesi di attesa, Neven Mimica ha risposto a nome della Commissione Ue in modo piuttosto evasivo; dato che per la realizzazione della centrale a biomasse «non sono stati stanziati fondi direttamente dalla Commissione, essa non è nella posizione di rispondere» pienamente alle domande postegli dagli eurodeputati, consigliando di rivolgersi direttamente alla Bers.

Per il resto, Mimica ricorda che «nel 2008 il Consiglio dell’Unione europea ha adottato il regolamento (CE) n. 733/2008  relativo alle condizioni d’importazione di prodotti agricoli originari dei paesi terzi a seguito dell’incidente verificatosi nella centrale nucleare di Cernobyl. Secondo tale regolamento, i livelli massimi di cesio radioattivo ammissibili nei prodotti agricoli importati da paesi terzi, tra cui l’Ucraina, devono essere controllati dallo Stato membro importatore prima dell’immissione in libera pratica sul territorio dell’Unione europea».

Una risposta che non ha soddisfatto gli eurodeputati, che sono dunque tornati alla carica con una nuova interrogazione (firmata da Dario Tamburrano, Eleonora Evi, Daniela Aiuto, Tiziana Beghin, Laura Agea, Fabio Massimo Castaldo, tutti appartenenti al gruppo Efdd), in cui si ricorda che l’Ue è rappresentata nella Bers, «fra l’altro, da un direttore esecutivo». I firmatari sottolineano inoltre che «i controlli degli alimenti importati dall’Ucraina sono in vigore solo fino al 2020 e limitati a cesio 134 e 137 in prodotti animali, miele, funghi, bacche. Recenti analisi indipendenti hanno individuato la perdurante contaminazione non solo di questi ma anche di altri alimenti in vaste zone dell’Ucraina, compresa una concentrazione di stronzio 90 superiore ai limiti per il consumo umano nel 42% dei campioni di granaglie del distretto di Ivankiv (https://goo.gl/BWR3DQ)». Gli eurodeputati domandano dunque alla Commissione «se ritiene che controlli così limitati siano sufficienti per proteggere la salute dei cittadini europei» e «se intende presentare proposte legislative per il periodo successivo al 2020».