Chernobyl, 28 anni dopo 10 milioni di persone vivono ancora nelle aree radioattive

Cos'è cambiato nella città ucraina di Pripyat e nei 30km attorno alla centrale dal 26 aprile del 1986, giorno del disastro

[24 aprile 2014]

Tutto fermo, quasi cristallizzato. Poco è cambiato nella città ucraina di Pripyat da quel terribile 26 aprile del 1986 e nei 30 chilometri di raggio attorno alla centrale nucleare. A 28 anni dal disastro di Chernobyl, l’organizzazione ambientalista Green Cross lancia un appello per non abbandonare le famiglie che, ancora oggi, anche attraverso i loro figli e nipoti, portano i segni fisici e psicologici della contaminazione.

Secondo uno studio condotto dalla filiale svizzera di Green Cross, oltre 9,9 milioni di persone vivono ancora nelle aree inquinate dalle radiazioni a seguito dell’incidente: in Bielorussia il dato oscilla tra 1,6 e 3,7 milioni di persone, in Russia tra 1,8 e 2,7 milioni e in Ucraina tra 1,1 e 3,5 milioni.

«Il disastro di Chernobyl – commenta il presidente di Green Cross Italia, Elio Pacilio – rimane purtroppo presente e tangibile nelle menti e nei corpi di milioni di persone, anche oltre i confini di Pripyat, ma ciò non è bastato a fermare il nucleare. Ne abbiamo avuto prova con l’incidente di Fukushima del 2011 che, oltre a tante vittime, ha portato alla contaminazione dell’8% delle superfici agricole del Giappone. È necessario procedere a una graduale fuoriuscita dall’energia nucleare, è tempo di riprendere lo slogan “fuori dal nucleare, civile e militare”».

Da quasi vent’anni Green Cross è impegnata in Russia, Bielorussia e Ucraina, e dal 2012 anche in Giappone, attraverso il programma Socmed a sostegno delle popolazioni locali. I “Therapy Camps” (campi di terapia) ogni anno permettono a circa 1.000 ragazzi di vivere in un ambiente sano e pulito e di disporre di cure mediche adeguate, riducendo il livello di contaminazione tra il 30 e l’80% e coinvolgono complessivamente in attività assistenziali oltre 31.000 persone. I “Mother and Child Clubs” (club madri e figli), gruppi di formazione per insegnare alle madri come ridurre i livelli di radioattività nei prodotti alimentari, interessano ogni anno più di 4.200 donne. Infine, ci sono i “Mobile Bus”, pulmini attrezzati che forniscono cure e consulenze mediche a bambini e famiglie in difficoltà.

«Molto è stato fatto, ma tanto c’è ancora da fare», afferma la direttrice del programma Socmed Maria Vitagliano, in questi giorni in missione a Chernobyl insieme ai colleghi di Green Cross Svizzera per monitorare gli interventi. «È necessario tener sempre aggiornata la mappatura dei terreni per permettere la piantumazione di alberi da frutto, per la semina degli ortaggi e delle verdure in superfici non contaminate. Allo stesso tempo devono continuare a pieno ritmo i lavori della nuova struttura ad arco progettata per sigillare il reattore danneggiato e contenere la diffusione delle radiazioni. Dopo 28 anni dalla catastrofe, ancora oggi quando si esce da Pripyat e da Chernobyl bisogna sottoporsi a scansioni per controllare i livelli di radioattività accumulati durante la permanenza, seppur limitata, in questi luoghi. Non si può abbassare la guardia perché la tragedia di Chernobyl è tutt’altro che finita».

di Green Cross Italia