La Cina blocca i progetti di conversione carbone-petrolio e carbone-gas

[24 luglio 2014]

L’Amministrazione nazionale dell’energia della Cina ha chiesto alle autorità locali di  «Lottare contro lo sviluppo irrazionale dei progetti di conversione carbone-petrolio o carbone-gas» che stanno avendo un vero e proprio boom di investimenti in Cina, malgrado stiano emergendo tutti i problemi ambientali ed economici di queste controverse tecnologie che vengono (o meglio venivano) annoverate dal governo di Pechino tra quelle del cosiddetto “carbone pulito”.

Ora, dopo che son stati constatati gli impatti sull’acqua e sull’ambiente e che le comunità locali, spesso in regioni autonome come la Mongolia Interna, iniziano a contestare i progetti di gassificazione e liquefazione del carbone, l’agenzia ufficiale cinese Xinhua da conto con rilievo di una circolare dell’Amministrazione nazionale dell’energia nella quale si legge che «Il Paese pensa di vietare i progetti di conversione carbone-gas la cui produzione non supera i due miliardi di metri cubi, così come le strutture di conversione carbone-petrolio che non producono almeno un milione di tonnellate all’anno».

Quindi stop ai progetti medio-piccoli che evidentemente stanno proliferando, ma  l’Amministrazione nazionale dell’energia avverte anche che «I progetti la cui produzione è superiore a queste due soglie saranno soggetti ad un’approvazione regolamentare del Consiglio degli Affari di Stato», cioè sarà comunque il potentissimo ed inappellabile governo centrale cinese a decidere.

Pechino è preoccupata perché, secondo le ultime cifre, circa il 70% dell’energia consumata in Cina è prodotta col carbone e  anche se l’Amministrazione nazionale dell’energia dice che  «Lo sviluppo della conversione carbone-petrolio o carbone-gas è essenziale per assicurare la sicurezza energetica della Cina e promuovere il consumo di un’energia pulita», però «Alcune regioni hanno dimostrato un grande entusiasmo costruendo nuovi impianti, ma possono essere osservati dei segnali di uno sviluppo distorto che non prende in considerazione la situazione ambientale, le risorse idriche, così come le capacità tecnologiche ed economiche».

Insomma, un disastro diffuso ma che non può essere ammesso, ma che ha portato l’Amministrazione nazionale dell’energia  cinese a dichiarare ufficialmente che «Vieterà i progetti di conversione carbone-petrolio o carbone-gas nelle province importatrici di carbone, cos’ come l’utilizzo inappropriato o eccessivo delle risorse idriche».

Quindi si vuole chiudere la filiera di produzione dell’energia nelle province e regioni ricche di carbone, ma è proprio in queste regioni che si registra spesso la maggiore scarsità d’acqua.  Infatti la Cina ha cominciato a costruire il suo primo progetto di gassificazione del carbone nel 2009 nella regione autonoma della Mongolia Interna, progettando di fornire 4 miliardi di m3 di gas a Pechino, più o meno la metà dell’attuale domanda di gas della capitale cinese. La prima fase del progetto è terminata a fine 2013, ma ha fatto emergere colossali problemi ambientali e sociali.

Altri giganteschi progetti sono in corso di realizzazione nella problematica regione autonoma dello Xinjiang, dove Pechino non riesce a domare una rivolta indipendentista degli uiguri che si è tradotta in sanguinari attentati, nello Shanxi (nord-ovest) e nel Liaoning (nord-est), ora il regime comunista ha deciso di mettere fine allo sviluppo indiscriminato del “carbone pulito” i cui costi ambientali, economici  e sociali sembrano superare i vantaggi immediati ed alle spalle del quale si intravede l’ombra della corruzione locale.