La Cina costruisce isole artificiali per ampliare il suo cortile di casa

Un disastro ambientale che nasconde la guerra per le risorse e l’egemonia nell’Asia sud-orientale

[11 settembre 2014]

Nel Mar Cinese Meridionale sta succedendo qualcosa di incredibile e di potenzialmente molto pericoloso: dall’inizio dell’anno la Cina ha creato almeno 5 nuove isole, dragando dai fondali roccia e sabbia e pompando il materiale all’interno di barriere artificiali e naturali, per formare nuove terre emerse. Così i cinesi, oltre a provocare un enorme danno ambientale e a distruggere intere barriere coralline, stanno inviando un chiaro messaggio ai loro vicini che rivendicano come loro arcipelaghi formati da migliaia di isolotti e atolli che nascondono risorse gasiere, petrolifere ed ittiche. Ma il messaggio è rivolto soprattutto agli Stati Uniti d’America: state fuori dalle nostre dispute territoriali, il Mar Cinese Meridionale è roba nostra e stiamo mettendo i cippi di confine.

BBC News ha dedicato a questo trend in crescita una grande inchiesta, “China’s Island Factory”, nella quale Rupert Wingfield-Hayes racconta e documenta fotograficamente questa strana ed inedita forma di colonizzazione o di land grabbing marino. Secondo Wingfield-Hayes  la costruzione di isole artificiali, che sta irritando non poco i filippini, in realtà nasconde un grave deficit strategico della Cina: «Ci sono molte pretese in competizione per il territorio nel Mar Cinese Meridionale, ma solo la Cina e Taiwan affermano di possederlo tutto».

Pechino afferma  che gli arcipelaghi contesi in realtà  fanno parte della cosiddetta “nine-dash line” un’enorme area marina che sarebbe “territorio cinese” e che si estende fino alle coste delle Filippine e del Vietnam e persino del Borneo. Per decenni la Repubblica popolare cinese ha fatto ben poco, salvo qualche scaramuccia con vietnamiti e filippini, per far valere le sue pretese sulle isole contese, ma le cose stanno cambiando».

Come sottolinea l’inchiesta della BBC, «nel 2012 il Partito Comunista ha riclassificato il Mar Cinese Meridionale come un “interesse nazionale centrale”, mettendolo accanto a questioni delicate come Taiwan e il Tibet. Significa che la Cina è pronta a lottare per difenderlo».

La cosa viene confermata da Yan Xuetong dell’università Tsinghua di Pechino, un accademico spesso utilizzato dal governo cinese per presentare la visione del Partito comunista al mondo esterno. Secondo Yan, «la Cina combatterà se sente che la sua sovranità nel Mar Cinese Meridionale è in pericolo».

Il Land Grab marino della Cina ha come immediati avversari il Vietnam e le Filippine, che a loro volta occupano isole ed arrestano pescatori cinesi o cercano di bloccare le prospezioni petrolifere delle Big Oil cinesi, ma la esibita costruzione di isole e di creazione di comunità e basi militari cinesi in atolli ed isolotti prima disabitati sono una prova di forza diretta soprattutto agli Usa, il principale rivale strategico di Pechino, le cui navi da guerra della flotta del Pacifico continuano a navigare regolarmente attraverso il Mar Cinese Meridionale, cioè in un’area che i cinesi considerano territorio loro.

La Marina militare cinese è diventato più aggressiva e nel dicembre 2013 ha inviato la sua nuova portaerei, la Liaoning, ad intercettare l’incrociatore statunitenseUSS Cowpens. Una nave d’assalto anfibia cinese ha affiancato l’incrociatore Usa e gli ha intimato di lasciare l’area perché si trovava in territorio della Cina, ma il capitano della Cowpens si è rifiutato di farlo perché quelle erano acque internazionali. La nave cinese allora si è messa di traverso davanti alla Cowpens costringendo l’incrociatore statunitense a virare bruscamente per evitare una collisione.

Secondo la BBc, i giganteschi lavori in mare servirebbero a costruire una base militare cinese su una di queste nuove isole artificiali, quella realizzata riempiendo e devastando) il Johnson South Reef, un atollo rivendiato dalle Filippine nel quale verrebbe realizzata una pista di atterraggi e decollo per i caccia cinesi. Insomma, Pechino starebbe costruendo delle “portaerei” per controllare quelli che considera i sui confini meridionali e le risorse dei fondali che intende sfruttare.

Nella sua inchiesta Wingfield-Hayesfa notare la bizzarria della situazione che sembra riproporre una storia già vista: «Nel 1823, il presidente americano James Monroe delineò quella che sarebbe poi diventata nota come la “dottrina Monroe”. Aveva individuato l’emisfero occidentale come il cortile dell’America e nessun luogo lo era più che il Mar dei Caraibi». Allora furono gli americani a dire alle vecchie potenze coloniali di tenersi fuori dal r loro giardino, lasciando loro tutt’al più una manciata di isole oggi tramutatesi in mini-Stati indipendenti e/o paradisi fiscali. «Oggi la Cina sta facendo qualcosa di molto simile nei mari orientali e a sud della Cina – sottolinea il reportage  della BBC –  Tutto quel che è all’interno della cosiddetta “first island chain”- che si estende a nord di una linea curva dalla costa del Borneo, passando per Taiwan e il Giappone meridionale – è, a parere di Pechino, il cortile della Cina. L’ambizione di Pechino è di dominare questo spazio di  mare e, in ultima analisi, di negare l’accesso all’unica altra potenza navale al mondo che può impedire alla Cina di farlo».

Intanto le Filippine, che si sono date da fare occupando anche loro isole contese e costruendoci piste di atterraggio durante le periodiche esplosioni di nazionalismo, stanno portando il caso della costruzione di nuove isole nel Mar Cinese Meridionale davanti all’Onu e chiedono che si pronunci l’UN Convention on the Law of the Sea, rivendicando la sovranità sulla Zona economica esclusiva fino a 200 miglia nautiche dalle coste filippine. Ma la Cina ha già annunciato che non si riterrà vincolata da eventuali decisioni delle Nazioni Unite, perché quelle isole disabitate sono “territorio cinese”.