Cina, fissati grandi obiettivi per la qualità dell’aria: ma è il gioco delle tre carte

[9 gennaio 2014]

Nel quadro della lotta contro l’inquinamento, 31 province, municipalità e regioni autonome della Cina hanno firmato con il ministero della protezione dall’ambiente un Libro bianco sulla responsabilità ambientale con il quale si sono date l’obiettivo di ridurre tra il 5 e il 25%. L’agenzia ufficiale cinese Xinhua spiega che «Tra le regioni provinciali, 11 hanno fissato degli obiettivi di riduzione del particolato PM 2.5 e la municipalità di Pechino si è data come obiettivo quello di ridurre del 25% la concentrazione di particolati fini nell’aria. Shanghai, lo Jiangsu, lo Zhejiang, lo Shandong e lo Shanxi dovranno ridurre del 20% le emissioni di PM 2.5.

Malgrado una serie di misure, comprese le pesanti sanzioni per gli inquinatori e la riduzione delle immatricolazioni di auto, un rapporto del governo cinese pubblicato nel dicembre 2013 rivela che i progressi fatti sono insufficienti  per rispettare i 4 obiettivi di riduzione dell’inquinamento, che comprendono anche il taglio delle emissioni di CO2 ed il risparmio energetico.

Intervenendo il 20 dicembre al quarto summit di Caixin a Pechino, Wang Jinnan, direttore aggiunto dell’Accademia cinese della pianificazione ambientale, ha detto che «Un totale di 1.750 miliardi di yuan (290 miliardi di dollari) sarà investito dal 2013 al 2017 per trattare l’inquinamento atmosferico in Cina. Questo investimento farà aumentare il Pil di circa 2.000 miliardi di yuan e creerà più di due milioni di posti di lavoro. In totale, 640 miliardi di yuan (il 36,7% dell’investimento), andranno al settore delle industrie del riciclaggio pulito dei rifiuti e 490 miliardi di yuan (28,2%) andranno all’adattamento delle imprese per l’utilizzo di energie più pulite. La riduzione delle emissioni dei veicoli a motore assorbirà da parte sua 210 miliardi di  yuan».

Il Consiglio degli affari di Stato (il governo centrale cinese) nel 2013 ha pubblicato il Piano di azione per la prevenzione ed il controllo dell’inquinamento atmosferico per controllare il livello di PM2,5. Il Piano di azione prevede una riduzione significativa entro il 2017 dei livelli di PM2,5 nelle regioni più popolate e nelle metropoli. Ad esempio, nella Pechino soffocata dallo smog venefico, i PM2,5 dovranno essere ridotti a 60 microgrammi per metro cubo.

Il Libro sulla responsabilità ambientale chiede alle regioni e province di adottare molteplici misure,  come l’eliminazione di strutture industriali obsolete e il miglioramento del controllo su caldaie, veicoli e attività che producono polveri, ma soprattutto la diminuzione dell’utilizzo di carbone.

Buoni propositi ed impegni contraddetti nella realtà da quello che sta accadendo in Cina dove nel 2013 sono state approvate nuove centrali a carbone che bruciano più di 100 milioni di tonnellate del combustibile giudicato più inquinante dai piani del governo. Si tratta di una crescita dell’utilizzo del carbone 6 volte più alta rispetto al 2012 e che rappresenta ben il 10% del consumo annuo degli Usa. Basterebbe questo per mettere in dubbio la serietà degli obiettivi di riduzione dell’inquinamento.

Il livello della crescita dell’uso del carbone, che comprende solo le principali aree minerarie cinesi, riflette in realtà il vero obiettivo di Pechino: 860 milioni di tonnellate di carbone in più per le nuove centrali che entreranno in funzione durante il piano quinquennale che si conclude nel 2015, più dell’intera produzione annuale dell’India.

Così, mentre gli sforzi per ridurre l’inquinamento prevedono un netto calo del carbone nel mix energetico cinese, il totale del carbone bruciato continua a salire. Il governo cinese firma libri bianchi con province, municipalità e regioni, ma nel 2013 ha approvato l’apertura di 15 nuove gigantesche miniere di carbone per produrre 101,3 milioni di tonnellate all’anno.

Helen Lau, un senior commodities analyst dell’UOB Kay Hian di Hong Kong, spiega alle Reuters cosa sta succedendo in realtà: «Dato che il consumo totale di energia della Cina è ancora in crescita insieme all’economia, la produzione di carbone continuerà a crescere. Mentre la Cina sta cercando di promuovere il consumo da altre fonti, come l’idroelettrico e il nucleare, ci aspettiamo che la produzione effettiva di carbone cresca del 2-3% all’anno nei prossimi 5 anni».

Alla fine del 2012 la produzione di carbone cinese era di 3,66 miliardi di tonnellate, quasi la metà del totale mondiale. Europa ed Usa consumano poco più di 1 miliardo di tonnellate ciascuna.

Gran parte delle nuove centrali a carbone cinesi vengono costruite in regioni come la Mongolia Interna e lo Shaanxi, per chiudere così le piccole miniere nei dintorni di Pechino e di altre metropoli e costruire una serie di grandi “coal industry bases” in grado di distribuire energia attraverso la rete. Intanto la Cina, negli ultimi 10 anni, ha chiuso vecchie centrali che consumavano più di 300 milioni di tonnellate di combustibile, ma le nuove miniere di carbone stanno rapidamente vanificando i benefici di quelle chiusure e spostano semplicemente i problemi ambientali della Cina altrove.

Secondo Deng Ping, un attivista di Greenpeace a Pechino, «Nonostante la pressione del cambiamento climatico, la scarsità delle risorse idriche ed altri problemi ambientali, l’industria del carbone è ancora in forte espansione nel nord-ovest della Cina. Le dimensioni di queste “coal industry bases”  si è raramente vista in altri luoghi del mondo, con miniere di carbone a cielo aperto, centrali a carbone e impianti chimici a carbone, messi tutti insieme».

Per i nuovi progetti carboniferi cinesi è previsto un investimento di 54,1 miliardi di yuan (8,9 miliardi di dollari). Solo nel 2012, il governo centrale di Pechino ha approvato 4 progetti per la produzione di 16,6 milioni di tonnellate all’anno ed un investimento di 7,8 miliardi di yuan. A questo va aggiunto che molti progetti più piccoli vengono controllati dalle autorità locali: secondo le norme emanate nel dicembre 2013, le miniere di carbone che producono più di 1,2 milioni di tonnellate all’anno devono essere approvate dal governo centrale, mentre i governi locali possono approvare il resto. Nessuno sa davvero a quanti progetti di sfruttamento del carbone sia stato dato il via libera nel 2013, ma tutti sanno che il governo sta per concedere nuove autorizzazioni e che una miniera da 46 milioni di tonnellate è stata approvata a dicembre.

Il piano quinquennale 2011-2015 prevede l’entrata in funzione di nuove centrali elettriche per circa 860 milioni di tonnellate di carbone, che produrranno più di 300 Gigawatt, il doppio dell’energia prodotta dalla Germania.

Il “trucco” è abbastanza scoperto: Pechino ha detto a settembre che entro il 2017 avrebbe portato a meno del 65% la quota del carbone nel suo mix di energia primaria, nel 2012 è arrivata al 66,8%, ma in termini assoluti il consumo di carbone continua a crescere, dato che la domanda totale di energia aumenterà del 4,3% all’anno nel periodo 2011-2015.

Lau conclude: «La sostituzione del carbone non è stata veloce come previsto ed altre fonti di energia non sono solo costose, ma devono anche affrontare un sacco di problemi tecnici e ambientali. Il piano energetico 2011-2015 del governo fissa la capacità di produzione di carbone a 4.1 miliardi di tonnellate entro il 2015, ma potrebbe essere molto più alto. Stimiamo che la capacità totale di produzione di carbone della Cina sarà di 4,7 miliardi di tonnellate entro il 2015,  credo che la cifra governo sia una grande sottovalutazione».

Ma se il governo sottovaluta il carbone è evidente che sopravvaluta di molto la possibilità di ridurre l’inquinamento e il “trucco” o illusione cinese potrebbe rivelarsi un incubo ancora peggio di quello che soffoca per settimane le metropoli della Repubblica popolare.