Cuba, la fine dell’embargo e il miraggio del petrolio offshore

L’isola punta a ottenere il 24% dell’elettricità dalle rinnovabili. Ma le multinazionali potrebbero cambiare le carte in tavola

[22 dicembre 2014]

«Con le relazioni diplomatiche e il disgelo tra gli Stati Uniti e Cuba, le compagnie petrolifere e gasiere possono mettere gli occhi su quel che c’è al largo della costa di Cuba: le grandi riserve di petrolio». La denuncia di Ari Phillips su  ClimateProgress si basa su concisi dati di fatto: attualmente Cuba dipende dal Venezuela per il suo petrolio, visto che produce poco più di 50.000 barili al giorno di petrolio e circa altri 100.000 barili al giorno vengono venduti a prezzo scontato dai compagni di Caracas, ma il Venezuela è sempre più in crisi e il governo di Maduro potrebbe avere i mesi contati proprio a causa del vertiginoso calo del prezzo del greggio petrolio che sta togliendo ossigeno al socialismo petrolifero venezuelano.

I comunisti cubani sono terrorizzati dal fatto che si possa ripetere l’esperienza della caduta dell’Unione Sovietica, quando si trovarono a non ricevere più petrolio da Mosca e tutti, a cominciare da Washington, scommettevano su un crollo del regime di Fidel Castro.  Phillips, e non solo lui, è convinto che «l’impegno di Cuba e degli Usa di normalizzare le relazioni può consentire a Cuba di acquistare più petrolio sul mercato aperto e alle companies Usa di portare l’ expertise e l’esperienza per sfruttare le riserve offshore del Paese».

Ma lo stesso Phillips fa notare che «questo risultato è tutt’altro che certo. Con l’Arabia Saudita che si rifiuta di tagliare la produzione di petrolio e i precedenti sforzi in tentativi di estrazione offshore che hanno prodotto risultati infruttuosi, molti esperti ritengono che la maggior parte dei 124 milioni di barili di petrolio di Cuba resteranno inaccessibili».

Pavel Molchanov, un esperto di energia della Raymond James, ha confermato a Politico: «Non ci sarà una corsa al petrolio cubano. Solo perché le aziende statunitensi non potevano trivellare Cuba, questo non significa che nessuno abbia mai trivellato a Cuba».

La brasiliana Petrobras, la malese Petronas, la russa Zarubezhneft e la spagnola Repsol hanno tutte cercato il petrolio al largo delle coste di Cuba, finora senza successo. Repsol ci ha addirittura speso più di 150 milioni di dollari, ma nel 2012 si è ritirata. Molchenov sottolinea che «se l’industria petrolifera avesse veramente creduto che nella costa cubana ci fosse una notevole quantità di petrolio, sarebbero arrivate le compagnie europee britanniche, francesi e di altri paesi che hanno un’abilità di livello mondiale nel trovare i giacimenti in acque profonde».

Ma Jorge Piñon, direttore del Latin America and Caribbean Energy Program dell’università del  Texas, è convinto che l’arrivo di compagnie petrolifere e gasiere statunitensi potrebbe aiutare Cuba a raggiungere le riserve nell’offshore profondo, e che se «aziende come  FuelFix e Halliburton e Schlumberger dessero assistenza tecnologica a Cuba, il Paese potrebbe aumentare in modo significativo la quantità di petrolio recuperato dai suoi pozzi attuali», consentendo a Cuba di non rivivere in salsa venezuelana la brutta esperienza del crollo dell’Urss. Ma anche mettendo in forte pericolo il prezioso ecosistema circostante.

Gli ambientalisti statunitensi temono infatti che la corsa all’offshore cubano moltiplichi il rischio di una nuova Deepwater Horizon nel Golfo del Messico, una nuova marea nera a un passo dalla costa statunitense, e fanno notare che le attrezzature per contenere e bonificare gli sversamenti petroliferi sono sotto embargo perché prodotti da imprese americane e l’embargo statunitense di Cuba rimarrà fino a che il Congresso controllato dai repubblicani non darà il via libera alla normalizzazione dei rapporti economici. Quando cadranno queste barriere, Usa, Cuba e Messico si troveranno di fronte a un altro problema: dovranno stabilire come dividersi il Golfo del Messico. Un comunicato della Casa Bianca ha spiegato che «recedenti accordi tra gli Stati Uniti e Cuba delimitano lo spazio marittimo tra i due Paesi entro 200 miglia nautiche dalla costa. Gli Stati Uniti, Cuba e il Messico estendono la loro piattaforma continentale fino ad un’area all’interno del Golfo del Messico, dove i tre Paesi non hanno ancora delimitato i confini».

Fortunatamente il governo cubano, che ha seguito con molta preoccupazione il disastro della Deepwater Horizon,  sta già cercando di diversificare le sue fonti di energia e sta aumentando quelle rinnovabili per  migliorare la sicurezza energetica. La nuova politica energetica cubana si basa sull’energia solare, l’eolico e piccoli impianti idroelettrici. Cuba punta ad ottenere il 24% della sua elettricità da fonti rinnovabili entro il 2030: ha inaugurato i suo primo parco solare nel 2013 e ne sta costruendo almeno altri sei.