Iran: «Non potrà fermare l'accordo sul nucleare». Corea del Nord: «Dovrà trattare con noi»

Cuba, Iran, Corea del Nord e Cina dopo la vittoria di Donald Trump

«La bomba a orologeria pronta a esplodere in Medio Oriente è stata piazzata da Hillary Clinton»

[10 novembre 2016]

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Probabilmente  con la vittoria di Donald Trump alle presidenziali Usa Cuba e Iran torneranno ed essere considerati Stati canaglia (ma l’Iran avrebbe corso questo rischio anche con Hillary Clinton), ma non è detto, visto che entrambi vantano buoni rapporti con la Russia di Vladimir Putin, che sembra essere il leader più in sintonia con Trump insieme all’entusiasta premier di destra dell’Ungheria Orban.

La Corea del Nord invece non ha alcuna speranza di uscire dalla lista nera e, anzi, sembra volerci restare ad ogni costo: oggi ha avverto il presidente eletto americano Donald Trump che «la sua nuova Amministrazione dovrà trattare con uno “Stato nucleare”, perché i tentativi americani di denuclearizzare il Paese sono un’illusione superata.  Il Rodong Sinmun, il quotidiano del Partito dei lavoratori della Repubblica popolare democratica di Corea, scrive che «Se c’è una cosa che ha fatto il governo di Obama è quello di mettere in grave pericolo la sicurezza del continente americano. Al nuovo governo spetta il peso di dover affrontare il Paese nucleare del Juche», che poi sarebbe la dottrina autarchica nordcoreana che ha messo il Paese alla fame.

Le reazioni del governo comunista cubano sono invece molto prudenti e il presidente di Cuba, Raúl Castro Ruz, ieri ha inviato un messaggio a Trump, nel quale si legge: «In occasione della sua elezione come presidente degli Stati Uniti d’America, le trasmetto le felicitazioni» e l’organo del Partito comunista cubano, Granma, ricorda che nel suo messaggio dopo la vittoria Trump ha detto di voler collaborare con tutte le nazioni che sono disposte a farlo, anche se ha aggiunto che gli interessi degli Usa saranno sempre prioritari. E secondo i repubblicani gli interessi statunitensi a Cuba non sono quelli del regime di Castro e il riavvicinamento con Cuba voluto da Obama è stato fortemente osteggiato.

Su Granma Sergio Alejandro Gómez analizza le ragioni della vittoria di Trump viste da Cuba e individua nella «sua capacità di catturare lo scontento di un elettorato disincantato con la politica tradizionale di e Wa­shing­ton e che considera che le decisioni che si prendono lì non vanno a favore del beneficio della maggioranza». Secondo il quotidiano del Partito comunista cubano, Trump ha vinto perché rappresenta «un modello di successo nella società nordamericana» e questa è stata la formula per «mobilitare milioni di cittadini, principalmente bianci e delle zone suburbane, che tradizionalmente non vanno alle urne. Trum è riuscito a capitalizzare a suo favore, nonostante sia un noto multimilionario, il baratro sempre più grande che esiste tra la classe dirigente i i cittadini degli Stati Uniti».

Secondo Gómez  Trump è riuscito a sfondare il “muro azzurro” e la “cintura della ruggine” deli Stati industriali tradizionalmente democratici perché «Centinaia di migliaia di lavoratori della classe media hanno perso il lavoro quando le imprese hanno cominciato a trasferire le loro fabbriche in nazioni con una forza lavoro meno costosa. Questo è stato il terreno fertile nel quale è caduto il discorso protezionista di Trump e il suo appello alle corporation perché creino posti di lavoro nel Paese».

Dopo aver sottolineato il fallimento dei media tradizionali e il crescente peso politico dei social media, Granma conclude: «Contro ogni pronostico, Trump diventerà il presidente numero 45 nella storia degli Stati Uniti. Obama marcoledi ha annunciato che ha chiamato il suo successore e che ne ha approfittato per invitarlo alla Casa Bianca, che diventerà nella sua nuova casa durante i prossimi 4 anni». E Cuba aspetta di preoccupata di sapere quali sorprese le riserverà il nuovo inquilino della Casa Bianca.

Dall’altro Paese “problematico” per gli Usa, l’Iran, l’agenzia ufficiale Pars Today  manda a dire che «Il nuovo presidente degli Stati Uniti non sarà in grado di rinunciare agli obblighi derivanti dall’accordo nucleare con l’Iran o cancellare il documento». Reza Najafi l’ambasciatore iraniano all’International atomic energy agency (Iaea),  ha dichiarato che «anche ultimo rapporto dell’agenzia ONU conferma che l’Iran ha rispettato il suo impegno sull’accordo nucleare con il gruppo 5+1». Il direttore generale dell’Iaaea Yukiya Amano ha confermato l’impegno preso dall’Iran di rispettare I suoi doveri nel quadro dell’accordo nucleare ovvero il Piano d’azione comune (Jcpoa). Il nuovo rapporto di Amano ha dimostrato ancora una volta che le attività nucleari iraniane in vari campi tra cui arricchimento, ricerca e sviluppo, ridisegnando il reattore di acqua pesante di Arak e produzione di acqua pesante proseguono nell’ambito della Jcpoa».

Per gli iraniani Trump potrebbe essere meglio della Clinton: intervistato dall’edizione persiana di Sputnik/Ria Novosti  Mojtaba Jalalzadeh, analista iraniano sulle questioni internazionali del Centro di ricerca dell’università di Teheran “Azad”, ha spiegato che «Le aspettative principali che nutre l’Iran nei riguardi del nuovo presidente degli Stati Uniti riguardano l’accordo nucleare e l’impegno al rispetto dei suoi principi ed obblighi da parte della Casa Bianca. Ci aspettiamo che il 45esimo presidente degli Stati Uniti non ostacolerà la realizzazione della risoluzione 2231 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, relativa all’approvazione del piano globale congiunto per l’attuazione del programma nucleare di Teheran. E’ palese che la politica di Trump è opposta a quella del presidente uscente Barack Obama. La politica estera del 44esimo presidente degli Stati Uniti, incluso l’Iran, era all’insegna della linea moderata e ricercava l’equilibrio. Trump è più duro da questo punto di vista. Ma cosa sarebbe successo se Hillary Clinton fosse stata eletta! Non ha le caratteristiche di un politico moderato. E’ più intransigente. In relazione all’Iran lo ha dimostrato. Se guardiamo la sua esperienza in politica internazionale, il suo mandato da senatore di New York e l’incarico da segretario di Stato, era a favore dell’adozione di misure dure e delle sanzioni contro l’Iran. Tenendo conto della sua stretta amicizia con molti monarchi arabi influenti in Medio Oriente, in particolare con la dinastia di Al-Saud, così come del forte sostegno assicurato dalla “lobby sionista” nel Congresso degli Stati Uniti, come presidente degli Stati Uniti avrebbe sicuramente irrigidito la posizione sull’Iran. Tuttavia, dobbiamo capire che il nuovo presidente non può rifiutarsi di adempiere gli obblighi degli Stati Uniti derivanti dal piano d’azione congiunto o annullare il documento. Va inoltre notato che la linea di politica estera iraniana è molto chiara. Teheran è impegnata in una cooperazione proficua con gli altri Paesi, non cerca lo scontro. Vale anche per i rapporti con gli Stati Uniti. L’Iran ha dimostrato al mondo che ci si può fidare, di sicuro verrà giustamente apprezzato, e al nostro Paese in risposta verranno garantire preferenze economiche e di altro tipo sulla scena internazionale».

Pars Today  comndivide naturalmente l’analisi di Jalalzadeh e si chiede «Che cosa succederà in Medio Oriente, dove gli Stati Uniti combattono una guerra su quattro fronti (Siria, Iraq, Libia e Yemen)?. Che cosa farà Trump con la Russia di Putin e la Turchia di Erdogan, con l’Iran e l’Arabia Saudita, con la Cina e l’Unione Europea?».

Gli iraniani sono convinti che «Il pericolo principale è la bomba a orologeria pronta a esplodere in Medio Oriente, che è stata piazzata da Hillary Clinton quando ricopriva la carica di segretario di Stato durante la presidenza Obama. Mentre in Afghanistan e Iraq Obama si era trovato a fronteggiare i problemi causati da Bush e tentava il ritiro da entrambi i teatri di guerra, in Siria l’ex segretario di Stato – poi candidata alla Casa Bianca – sosteneva una politica apertamente interventista con l’obiettivo di rovesciare il governo di Bashar Al Assad, favorendo il progetto di Turchia, Qatar e Arabia Saudita».

Anche se nel 2013, Hillary Clinton riconobbe gli scarsi risultati ottenuti quando era Segretario di Stato per «L’incapacità di formare una credibile forza di opposizione, a partire dalle persone che avevano dato origine alle proteste contro Assad, ha lasciato un vuoto che è stato riempito dai terroristi», per  Pars Today  «Barack Obama e Hillary Clinton sono entrambi responsabili del fatto che gli Stati Uniti abbiano preso parte a quest’operazione all’inizio del 2012, fornendo direttamente ai ribelli siriani armi statunitensi originariamente destinate alla Libia».

Ora sarà Trump a decidere cosa faranno gli Usa in Medio Oriente e gli iraniani gli ricordano che «La guerra e la violenza che dilagano nella regione, destabilizzando anche l’Europa, sono state alimentate dai due fallimenti della politica estera di Washington ottenuti dalle precedenti amministrazioni: prima il fallito tentativo di Bush di combattere il terrorismo ed esportare la democrazia, poi quello di Obama di porre fine alle guerre di Bush e di sostenere le rivolte arabe. Bush ha combattuto la guerra al terrorismo in Afghanistan, Iraq, Pakistan e Somalia. Obama in Afghanistan, Iraq, Pakistan, Somalia, Yemen, Libia e Siria. La pace non è mai arrivata. La Russia e le altre potenze regionali sono adesso coinvolte militarmente e pronte a difendere i propri interessi regionali».

Per questo, concludono a Teheran, «Al nuovo presidente Trump servirà una vera politica estera verso il Medio Oriente per scongiurare il pericolo di una guerra mondiale. Il mondo auspica sia all’altezza di porre rimedio anche agli errori commessi da Hillary Clinton».

Per finire, dopo un meditabondo silenzio, anche il presidente cinese Xi  Jinping si è felicitato con Donald Trump, che non è stato certo tenero con la Cina, sottolineando che «La Cina,  in quanto grande Paese in via di sviluppo, e gli Stati Uniti, in quanto più grande potenza sviluppata, hanno una responsabilità particolare di mantenere la pace e la stabilità e di promuovere lo s viluppo e la prosperità nel mondo e condividono molti interessi. Sviluppare una relazione sino-americana sana e stabile a lungo termine tra la Cina e gli Stati Uniti serve agli interessi fondamentali dei popoli dei due Paesi così come alle aspettative  generali della comunità internazionale. Accordo una grande importanza alle relazioni tra la Cina e gli Stati Uniti e son ansioso di lavorare con voi per sviluppare la cooperazione sino-americana in tutti i settori ai livelli bilaterale, regionale e  mondiale. Ci baseremo sui principi consistenti nel rifiutare il conflitto e il confronto e nel promuovere il reciproco rispetto e la cooperazione win-win, gestendo le nostre differenze in maniera costruttiva al fine di far progredire le relazioni sino-americane da un nuovo punto di partenza. Questo andrà a maggior beneficio sia degli abitanti dei due Paesi che degli altri Paesi».