Dai combustibili fossili emissioni di metano molto più alte di quanto si credeva

Dal 20 al 25% del totale delle emissioni globali di metano e dal 20 al 60% in più

[7 ottobre 2016]

metano-noaa

Le emissioni di metano provenienti dall’estrazione e produzione di combustibili fossili in tutto il mondo sono fino al 60% maggiori di quanto stimato da studi precedenti. A dirlo è lo studio “Upward revision of global fossil fuel methane emissions based on isotope database”,pubblicato su Nature dagli scienziati del Cooperative institute for research in environmental sciences (Cires), una partnership tra università del Colorado – Boulder e Nationa oceanic and atmospheric administration Usa (Noaa).

Infatti, dallo studio, al quale ha partecipato anche l’italiano  Giuseppe Etiope, dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, è emerso che «Le attività di combustibili fossili contribuiscono tra i 132 milioni e 165 milioni di tonnellate ai 623 milioni di tonnellate di metano emesso da tutte le fonti di ogni anno. Si tratta di circa dal 20 al 25% del totale delle emissioni globali di metano e dal 20 al 60%  cento in più rispetto agli studi precedenti stime. Tuttavia, i risultati confermano anche altri lavori svolti dagli scienziati della Noaa che concludono che gli impianti di carburanti fossili non sono direttamente responsabili per l’aumento del tasso di emissioni globali di metano in atmosfera misurate in atmosfera dal 2007».

Il principale autore dello studio, Stefan Schwietzke,  uno scienziato del Cires che lavora all’Earth system research laboratory della Noaa, sottolinea: «Riconosciamo che i risultati potrebbero sembrare controintuitivi – le emissioni di metano dallo sviluppo di combustibili fossili sono state drammaticamente sottovalutate – ma non sono direttamente responsabili per l’aumento delle emissioni totali di metano osservato dal 2007».

La revisione al rialzo della stima delle emissioni di metano da combustibili fossili avviene nonostante i miglioramenti nelle pratiche dell’industria che hanno ridotto le perdite dagli  impianti petroliferi e di gas da circa l’8% della produzione a circa il 2% nel corso degli ultimi tre decenni. Ma il fortissimo aumento della produzione ha  annullato i guadagni in efficienza, mantenendo costante il contributo complessivo proveniente dalle attività dei combustibili fossili.

La ricerca ha analizzato il più grande database di misurazioni di metano mai assemblato per determinare la quantità di metano proviene da combustibili fossili, fonti geologiche naturali, attività microbica e combustione della biomassa. Dopo l’anidride carbonica, il metano è il secondo maggior contribuente al riscaldamento globale e, anche se non così abbondante o di lunga durata come la CO2, il metano è un gas serra 28 volte più potente in un periodo di 100 anni e gli autori dello studio sono convinti che «Ridurre le emissioni di metano provenienti dalla produzione di combustibili fossili potrebbe essere una strategia conveniente per rallentare il tasso di riscaldamento globale nel corso del prossimo secolo».

Una delle autrici, Lori Brühwiler della Noaa, evidenzia che «Il nostro studio dimostra che le perdite dalle attività di petrolio e gas in tutto il mondo sono responsabili di molto più metano di quanto pensassimo. La buona notizia è che il fixing delle fuoriuscite dalle infrastrutture petrolifere e gasiere è un modo molto efficace a breve termine per ridurre le emissioni di questo importante gas serra».

Schwietzke e il suo team, che comprendeva anche scienziati di altre università statunitensi, hanno messo insieme un database circa 100 volte più grande rispetto a quelli precedenti, «Il che ha migliorato l’accuratezza dei nostri risultati – dicono – Un messaggio chiave è che il numero e la completezza delle misurazioni contano. I modelli utilizzati per stimare le emissioni di metano sono molto sensibili ai dati che noi gli forniamo. Il nostro metodo si basa fortemente su dati empirici per ridurre il numero di ipotesi che influenzano i risultati».

Le emissioni di metano hanno firme isotopiche distinte che permettono di distinguere se un campione proviene dalla produzione di combustibili fossili, da fonti geologiche naturali, dall’attività microbica o dalla combustione di biomasse. Anche se le nuove stime delle emissioni di combustibili fossili rappresentano un importante aggiustamento del bilancio globale del metano, i risultati dello studio supportano altri risultati della ricerca su un altro soggetto collegato al metano: cosa sta causando l’uptick globale dei livelli di metano nell’atmosfera osservato dal 2007.

Schwietzke conclude: «Le analisi isotopiche puntano sulle fonti microbiche naturali o causate dall’uomo come fonte di 364 – 419 milioni di tonnellate di metano all’anno, pari al 58 –  67% del metano rilasciato in atmosfera ogni anno. Le emissioni totali di metano provenienti da tutte le fonti sono aumentate di circa 28 milioni di tonnellate all’anno tra il 2007 e il 2013. Crediamo che il metano prodotto da fonti microbiche –le mucche, l’agricoltura, le discariche, le zone umide e le acque dolci – siano responsabili dell’aumento, ma non possiamo ancora individuare quali sono i driver principali. “Se il metano proviene principalmente dalle mucche o dall’agricoltura, allora potremmo potenzialmente fare qualcosa al riguardo. Se proviene dalla vegetazione in decomposizione nelle zone umide o dalle acque dolci, il colpevole potrebbe essere il  riscaldamento climatico, l che significa che potrebbe essere parte di un ciclo di feedback di auto-rafforzamento che porterà a maggiori cambiamenti climatici. Questi sono grandi interrogativi e dobbiamo capirne di più. La ricerca futura trarrebbe beneficio dall’ampliare il database per aggiungere campioni provenienti da fonti microbiche come le mucche, l’agricoltura e le zone umide. Altri dati contribuirebbero a ridurre ulteriormente l’incertezza riguardo ai contributi di tutte le fonti di metano, inclusi  i combustibili fossili, e aiuterebbe a quantificare meglio le singole fonti a livello continentale».