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Dal carbone alla geotermia, la rivoluzione islandese verso l’energia pulita

«Sono serviti 90 anni per arrivare dove siamo. La maggior parte dei politici sono stati pro-geotermico, è importante»

[28 ottobre 2016]

Oggi l’85% di tutta l’energia consumata in Islanda proviene da fonti energetiche indigene. Nel caso dell’elettricità, la copertura è totale: il 71% dell’approvvigionamento arriva da fonti idroelettriche, il restante 29% dalla geotermia. L’energia rinnovabile che scaturisce dalle profondità della terra non viene però usata solo per la produzione di elettricità, ma utilizzata in modo intensivo anche per riscaldare le case islandesi: un impiego pienamente sviluppato nella capitale, Reykjavik, i suoi sobborghi e attraverso i piccoli paesi islandesi, tanto che teoricamente ogni abitazione residenziale d’Islanda può dirsi riscaldata grazie alla geotermia.

Non sempre però è stato così. A sottolinearlo è stato l’ingegnere islandese Thorleikur Johannesson, invitato dalla statunitense Cornell University –che sta valutando l’energia geotermica per riscaldare il campus universitario–, che nel suo intervento “The Potential of Geothermal Energy: Lessons From Iceland” ha ricordato come l’Islanda abbia iniziato a lasciare il carbone come principale fonte energetica per la geotermia solo alla fine degli anni ’30. A quel tempo, ricordiamo, gli unici impianti geotermoelettrici al mondo erano quelli presenti in Italia, e più precisamente in Toscana, a Larderello dove nel 1912 è entrata in funzione la prima centrale di questo tipo: la “Larderello 1”.

Da allora lo sviluppo dell’energia geotermica in Islanda è avvenuto «strada per strada, casa per casa. L’abbiamo fatto. Alcuni lo danno oggi per scontato, ma non è sempre stato così. Sono serviti 90 anni per arrivare dove siamo. La maggior parte dei politici in Islanda –ha poi aggiunto Johannesson– sono stati pro-geotermico, e pensiamo sia importante avere la politica dalla nostra parte».

Testimone eccellente di questo modus operandi è Ólafur Ragnar Grímsson, presidente dell’Islanda per vent’anni (dal 1996 al 1 Agosto scorso), che in un suo celebre discorso ha ricordato i momenti della propria infanzia trascorsi aiutando la nonna «a portare il carbone, dove sarebbe stato utilizzato per mantenere la nostra famiglia al caldo durante i lunghi inverni». Allora oltre l’80% dell’energia islandese proveniva dalle importazioni di petrolio e carbone. A Reykjavik il «deposito di carbone è stato uno dei più grandi punti di riferimento della città. Gli abitanti aspettavano con ansia l’arrivo del carbone su enormi navi provenienti da tutto l’Oceano Atlantico. Nelle foto scattate allora a Reykjavík – descrive Grímsson – lo smog da carbone contamina il cielo. Una nuvola nera che rappresentava una delle caratteristiche costanti della città. Ora tutto questo è cambiato. L’Islanda è riuscita a trasformare la sua economia dalla dipendenza da carbone e petrolio all’energia pulita nella durata di una sola generazione. Sono fermamente convinto che se noi abbiamo potuto farlo, anche altri possono».