Deforestazione in Indonesia: Greenpeace mette sotto accusa la filiera produttiva dell’olio di palma

[3 settembre 2013]

Un rapporto di 8 pagine ricco di dati per dimostrare che la causa principale della deforestazione in Indonesia, tra il 2009 e il 2011, continua a essere la produzione di olio di palma. Nel documento pubblicato oggi da Greenpeace International dal titolo “Certifyng destruction”, l’associazione ecologista denuncia come la produzione di olio di palma causi la perdita di circa un quarto della superficie forestale del Paese (circa 1,24 milioni di ettari di foresta nel periodo 2009-2011, pari a 620.000 di ettari l’anno) che è il più grande produttore di olio di palma grezzo al mondo.

A salire sul banco degli imputati per Greenpeace c’è anche la Rspo (Roundtable on sustainable palm oil), un’organizzazione nata nel 2004 con l’obiettivo di promuovere la crescita e l’uso di prodotti di olio di palma sostenibile, attraverso standard di certificazione globali credibili e il coinvolgimento degli stakeholders  come produttori, trasformatori e commercianti, produttori di beni di consumo, dettaglianti, banche e investitori, e anche alcune organizzazioni non governative. I membri Rspo rappresentano circa il 40% della produzione mondiale di olio di palma e a partire da fine 2012, il 15% di olio di palma è stato certificato Rspo.

Ma la ricerca, condotta da Greenpeace dimostra come la maggior parte della deforestazione avvenga in concessioni controllate da membri della Rspo. Il dato più allarmante contenuto nel rapporto è proprio che il 39% degli incendi forestali che hanno coinvolto la provincia di Riau nel primo semestre del 2013, si sono verificati in concessioni certificate come “sostenibili” dalla stessa organizzazione.

«La Rspo si vanta di annoverare tra i propri membri i leader della sostenibilità nel settore dell’olio di palma ma gli standard della propria certificazione lasciano gli stessi membri liberi di distruggere le foreste, drenare le torbiere e appiccare incendi dolosi  denuncia Greenpeace International nel rapporto.
«Anno dopo anno gli incendi forestali creano il caos, rendendo irrespirabile l’aria dall’Indonesia a Singapore e producendo migliaia di sfollati dalle aree forestali in fiamme- ha dichiarato all’Ansa Chiara Campione, responsabile della campagna Foreste di Greenpeace Italia- I membri della Rspo dicono di avere delle precise politiche che vietano l’uso del fuoco per preparare il terreno alle nuove piantagioni ma non si rendono conto che le torbiere, una volta distrutta la foresta e drenata l’acqua diventano delle polveriere. Basta una scintilla per scatenare l’inferno». E le torbiere indonesiane sono uno delle più importanti riserve di carbonio al mondo paragonabili ai valori della foresta Amazzonica.

Dal mese di giugno, Greenpeace ha contattato più di 250 aziende internazionali che utilizzano olio di palma per i propri prodotti, chiedendo come fanno a garantire che le loro filiere non siano contaminate da fenomeni come la deforestazione e l’incendio delle ultime torbiere indonesiane. Dalle risposte ricevute finora sembra che la maggior parte di queste si basi solo ed esclusivamente sulla certificazione Rspo per garantire la sostenibilità senza precisi impegni di tracciabilità. Gli standard della certificazione Rspo attuali, Greenpeace sostiene e dimostra nel rapporto che sono spesso violati e tali violazioni tollerate, ma la certificazione Rspo e l’organizzazione intersettoriale che la guida, rimane l’unico interlocutore che possa garantire almeno il rispetto di alcune regole. Quindi Greenpeace non sta richiedendo alle aziende di abbandonare la Rspo, ma chiede di andare oltre gli standard Rspo.

«L’unica soluzione per le aziende che acquistano olio di palma indonesiano è andare oltre la certificazione Rspo. Alcune lo stanno già facendo. Questa è la sfida che Greenpeace lancia oggi all’industria dell’olio di palma». L’associazione ambientalista ricorda che sapone, cioccolata, sughi pronti, biscotti, shampoo e persino prodotti per la pulizia della casa sono tutti fatti con olio di palma.

«Le aziende che producono questi comunissimi beni di consumo devono poter garantire a noi consumatori che acquistando questi prodotti non stiamo inconsapevolmente accelerando la distruzione di uno degli ultimi polmoni del Pianeta e i cambiamenti climatici» ha concluso Campione. In sostanza la lotta alla deforestazione sarà vinta solo se  il mercato assume la piena responsabilità e “ripulisce” la sua filiera di approvvigionamento delle materie prime, garantendo sostenibilità ambientale e sociale.