Nel 2016 in Brasile sono stati assassinati 61 leader ambientalisti e indigeni

Per difendere l’Amazzonia bisogna battere la corruzione

La corruzione delle multinazionali è legata al modello estrattivista e dei magaprogetti

[3 maggio 2017]

Intervenendo al VIII Foro Social Panamazónico (Fospa), che ha riunito nella selva peruviana i rappresentanti della società civile di  Paesi, Ruben Siqueira, coordinatore, della  Comissão Pastoral da Terra  do Brasil,  ha detto che «La corruzione è entrata in Amazzonia come una malattia che la contagia tutta».

Al Fospa, conclusosi il 1 maggio a Tarapoto,  il capoluogo del dipartimento settentrionale e amazzonico del Perù di  San Martín, hanno partecipato più di 1.600 persone e si è concluso con l’approvazione di 24 proposte per proteggere le foreste, l’acqua, la terra e i diritti delle popolazioni indigene dell’Amazzonia.

Dopo 4 giorni di lavoro, rappresentanti di movimenti sociali, leader indigeni e scienziati  hanno approvato ka nella  Carta de Tarapoto,  che si impegna anche a «Denunciare e lottare contro la corruzione legata al modello estrattivista e dei magaprogetti dello sfruttamento dell’Amazzonia e delle Ande».

Un accordo che è il risultato del Fospa, iniziato il 28 aprile, ma che ha alle spalle 9 mesi di lavoro durante i quali sono aumentate le denunce di atti di corruzione e dell’impatto sociale, ambientale ed economico delle opere realizzate delle compagnie brasiliane sotto inchiesta nel gigantesco caso di “Lava Jato”, all’origine dell’attuale crisi politica in Brasile.

Uno degli organizzatori del meeting, il peruviano  Ismael Vega, direttore esecutivo dl Centro Amazónico de Antropología y Aplicación Práctica, ha spiegato all’International Press Service (Ips) che «Le proposte e le conclusioni del Fospa saranno consgnate alle autorità delle diverse istituzioni dello Stato di ogni Paese che prendono decisioni su questi temi».

L’inchiesta Lava Jato è iniziata in Brasile tre anni fa, ma la sua rete di corruzione è estesa in una dozzina Paesi in America Latina ed Africa,  dove la multinazionale   Odebrecht e altre compagnie brasiliane hanno pagato tangenti multimilionarie ad alti funzionari pubblici per ottenere appalti, molti dei quali nel territorio dell’Amazzonia. I dirigenti di Odebrecht hanno confessato di aver pagato circa  800 milioni di dollari di tangenti tra il 2001 e il 2016, il che, secondo un documento diffuso nel dicembre 2016 dal Dipartimento della giustizia Usa, avrebbe fruttato alla multinazionale guadagni per più di 3 miliardi di dollari. Le sostanziose bustarelle sono state versate per realizzare opere in Brasile, Argentina, Angola, Panama, Repubblica Dominicana, Perù, Equador, Colombia, Messico, Guatemala, Venezuela e Mozambico. Una lista nella quale sono compresi 5 degli 8 Paesi amazzonici da dove provengono i rappresentanti dei movimenti sociali e delle organizzazioni indigene e i ricercatori che al meeting di Tarapoto  si sono impegnati a denunciare e affrontare insieme questi e altri illeciti. Infatti al Fospa erano presenti rappresentanti di Brasile, Colombia, Equador, Perù, Venezuela, Bolivia, Guyana, Suriname e anche della Guayana Francese.

In Perù, dove le indagini della Procura della repubblica sono in uno stato più avanzato dopo quelle in corso in Brasile, il problema più grosso è la costruzione dell’autostrada Interoceánica Sur, che collegherà il Perù con il Brasile e l’Oceano Pacifico alll’Atlantic, attraversando regioni dell’Amazzonia e delle Ande. Odebrecht ha cnfessato che per vincere la gara per la costruzione della Interoceánica Sur  ha pagato almeno 20 milioni di dollari tangenti  durante il governo dell’ex presidente Alejandro Toledo (2001 – 2006) e la Procura della Repubblica peruviana continua a investigare su pagamenti illegali di un’altra compagnia brasiliana, la Camargo Correa, per lo stesso filone di corruzione.

Siqueira ha detto all’Ips che «La corruzione sistemica è presente nella costruzione di mega-progetti, nel taglio di legname con identificazione e certificati falsi, nei progetti delle industrie estrattive e nelle leggi che favoriscono questi investimenti».

Gli ambientalisti e difensori dei diritti dei popoli indigeni che denunciano la corruzione e si battono contro i corruttori e i corrotti rischiano la vita: secondo la Comissão Pastoral da Terra, «Nel 2016 in Brasile sono stati assassinati 61 leader, 47 dei quali erano dell’Amazzonia».

Anche Olga Suárez, dell’associazione colombiana Minga, ha denunciato l’assassinio di leader ambientalisti nel suo Paese e il fatto che le indagini su questi casi da parte della Procura della Repubblica della Colombia possono richiedere 25 anni: «Ci sono molti ritardi e impunità».

Una delle  24 proposte approvate dall’VIII Fospa evidenzia la necessità di porre fine a «ogni tipo di violenza contro le donne, tanto nelle comunità come fuori di esse, specialmente per le donne che difendono i diritti».

La Carta de Tarapoto, approvata da numerose organizzazioni cattoliche, esige anche che gli Stati «Si astengano  dai precetti religiosi quando decidono di adottare leggi e politiche pubbliche che riguardano i diritti, corpi e territori delle donne».

Un altro punto centrale delle proposte è il riconoscimento dei diritti collettivi e dei territori dei diversi popoli autoctoni, così come delle loro conoscenze ancestrali. Per questo è stato chiesto agli Stati di riconoscere la saggezza degli anziani della comunità e anche di riconoscere e rispettare le proposte dei bambini e dei giovani per la cura dei beni naturali.

Infatti, mentre era in corso il Fospa, circa 200 giovani si sono riuniti nel  municipio di Lamas, vicino a Tarapoto, per visitare diverse zone colpite dall’inquinamento e conoscere le esperienze delle comunità che si prendono cura delle foreste e delle sorgenti d’acqua.

Tra gli adolescenti che hanno partecipato al Fospa c’era anche il quechua Jhanmarco Flores Humaní, un 13enne proveniente dal dipartimento di Ayacucho, nel sud del Perù, una delle aree più colpite dalla violenza armata che ha insanguinato il Perù tra  il 1980 e il 2000. Su Ips, Milagros Slazar scrive: «Jhanmarco è un creatore di lagune, attraverso l’arginamento dell’acqua piovana, come risposta vitale nei tempi di siccità. E’ il presidente de la rete di giovani dl popoloso centro ayacuchano di Quispillacta».

Jhanmarco, che è stato per la prima volta in Amazzonia e spera di poterci ritornare, spiega: «Apu (lo spirito delle montagne in quechua) mi parla e mi dice nei miei sogni come prendersi cura delle pozze d’acqua, come creare lagune». E forse è in questo sogno di sostenibilità che sta il futuro dell’Amazzonia e delle Ande, che vogliono sconfiggere la corruzione che vuole rapinare le risorse.