Il dilemma delle miniere sottomarine: minerali rari contro salvaguardia dell’ambiente?

"Miniere sostenibili" sul fondo del mare dove vivono animali ancora sconosciuti?

[14 aprile 2017]

Mentre esplorava il Tropic Seamount, una montagna sottomarina nell’Oceano Atlantico,  a più di 300 miglia dalle Isole Canarie, un team di ricercatori britannici si è imbattuto in un enorme giacimento di minerali rari che contiene tellurio in concentrazioni 50.000 volte superiore a quelli dei giacimenti terrestri.

Tellurio viene utilizzato per produrre pannello solari di ultima generazione e la scoperta ripropone un vecchio dilemma: si può realizzare una miniera sottomarina per estrarre un minerale raro che permetterbbe all’energia rinnovabile di essere ancora più competitiva con le energie fossili e ridurre le emissioni di gas serra? Tra l’altro, come spiega BBC News, «Le rocce contengono anche quelli che vengono chiamati elementi delle terre rare che sono utilizzati nelle turbine eoliche e nell’elettronica».

Il Tropic Seamount, si erge per 3.000 metri, dal fondale oceanico ed è caratterizzato da un grande altopiano sulla vetta, a circa 1.000 metri sotto la superficie.  Grazie all’utilizzo di sottomarini robotizzati, i ricercatori del National oceanography centre (Noc) britannico hanno scoperto che la montagna sottomarina è ricoperta da una patina scura e a grana fine spessa 4 centimetri. Il capo della spedizione, Bram Murton, ha detto alla BBC che si aspettava di trovare minerali abbondanti sulla montagna sottomarina, ma non in tali concentrazioni: «Queste incrostazioni sono sorprendentemente ricche e questo è ciò che rende queste rocce così incredibilmente speciali e preziose dal punto di vista delle risorse».

Murton ha calcolato che solo sul Tropic Seamount ci sarebbero 2.670 tonnellate di tellurio, un dodicesimo dell’attuale consumo mondiale e ha messo a punto una stima ipotetica secondo la quale, se potesse essere estratto l’intero giacimento, si potrebbero realizzare pannelli solari in grado di soddisfare il 65% della domanda di energia elettrica del Regno Unito.

Murton però aggiunge di non essere un fan delle miniere nel profondità marine, a causa dei danni che potrebbe causare all’ambiente marino.

Ma la scoperta del team di Murton fa parte del progetto di ricerca MarineE-Tech che punta proprio a valorizzare le risorse minerarie sottomarine per la green economy e per combattere il riscaldamento globale ed ha subio fatto ripartire un vivace dibattito.

Le materie prime della green economy sono rare e in molti fanno notare che la scelta resta se estrarle a terra realizzando grandi miniere, oppure dal fondo del mare, facendo un “buco” relativamente più piccolo. «E’ un dilemma per la società –  dice Murton – niente che facciamo è gratis»

Anche se i progetti minerari marini non mancano – e alcuni sono in uno stato di progettazione molto avanzato – gli scienziati stanno appena valutando i rischi e i vantaggi  dell’estrazione mineraria nelle La miniere tradizionali spesso provocano l’abbattimento di intere foreste e di villaggi e la creazione di strade e ferrovie per poter sfruttare e commercializzare  minerali spesso in concentrazioni relativamente deboli. Invece, dalle miniere sul fondo del mare si potrebbero estrarre minerali a concentrazioni  molto più alte, quindi in un’area più piccola e senza alcun impatto immediato sulla popolazione umanante, anche se questo comporterebbe l’eliminazione della vita marina – spesso ancora sconosciuta – e una potenziale devastazione di un’are molto più ampia.

Una delle principali preoccupazioni è l’effetto di pennacchi di fango e scorie  prodotti dallo scavo dei fondali oceanici, che si potrebbero diffondere su ampie distanze e soffocare ogni forma di vita vunque si depositeranno.

Per riuscire a capire quali potrebbero essere le conseguenze, la spedizione al Tropic Seamount  ha realizzato un esperimento, il primo nel suo genere, per simulare gli effetti dell’estrazione mineraria e  misurare il pennacchio di fango e scorie che ne risulterebbe.

Dalla nave da ricerca britannica James Cook è stato calato in mare un Remotely operated vehicle  (Rov) che ha bombardato i sedimenti con centinaia di litri d’acqua, raccogliendo campioni dei sedimenti ogni minuto, mentre a valle della corrente oceanica che interessa il Tropic Seamount erano stati piazzati altri sensori robotici. Secondo Murton, «I primi risultati indicano che la polvere era difficile da rilevare 1 km di distanza dalla fonte del pennacchio, suggerendo che l’impatto delle attività di estrazione potrebbe essere più localizzata di quel  che molti temono».

Ma il test arriva mentre le scienze marine si stanno occupando da diversi punti di vista di prospettive su quello che sembra destinato a diventare un grosso problema scientifico, industriale e di rapporto tra sviluppo e natura.

Secondo lo studio “Biological responses to disturbance from simulated deep-sea polymetallic nodule mining”, realizzato da un team guidato a Daniel Jones del Noc, probabilmente molte creature marine sarebbero in grado di recuperare entro un anno anche dopo l’esaurimento di una miniera sottomarina, ma poche di queste specie riuscirebbero a ritornare ali livelli precedenti anche dopo di 20 anni.

Un altro studio,”Giant protists (xenophyophores, Foraminifera) are exceptionally diverse in parts of the abyssal eastern Pacific licensed for polymetallic nodule exploration”, realiazzato di un team britannico, svizzero, francese e russo, si è occupato dei piccoli organismi che vivono sul fondale oceanico della regione di Clarion-Clipperton, a sud delle Hawaii, dove l’International Seabed Authority dell’Onu  ha già concesso a compagnie minerarie di una dozzina di Paesi licenze per  la ricerca di minerali nei “noduli” grossi come patate che sono disseminati  suk fondo del mare. Il capo di questo team di ricerca, Andy Gooday, anche lui del Noc,  hanno scoperto che tra i noduli ricchi di metalli, c’è una diversità degli organismi unicellulari chiamati xenophyophorea molto maggiore di quanto si pensasse. La ricerca ha individuato ben 34 specie di questi forme di vita nuove per la scienza e i ricercatori sottolineano che «Questi organismi occupano uno dei gradini più bassi della catena alimentare e svolgono un ruolo importante formando  strutture forti, simili a gusci, come coralli miniatura, che forniscono habitat per altre creature.

Gooday conclude: «La gamma della vita nei sedimenti del mare profondo può essere paragonata a quella di una foresta pluviale tropicale e la vita sul fondo dell’oceano è più dinamica di  quanto ci si aspettasse.

E’ improbabile che le miniere di profondità  causino l’estinzione di specie, ma l’impatto a livello locale sarebbe grave. Se si eliminano questi xenophyophorea, che sono molto fragili e sarebbero certamente danneggiati  dalle miniere, si distruggerebbe la struttura dell’habitat di altri organismi. E’ difficile da prevedere e, dato che nel mare profondo è tutto collegato con gli effetti dell’estrazione mineraria, abbiamo bisogno di saperne di più. Sappiamo ancora così poco di quello che succede laggiù».