Dove finisce il petrolio dello Stato Islamico? In Turchia e passa anche da Kurdistan Irakeno

Estese complicità con i jihadisti. Anche dell’entourage del premier kurdo Barzani?

[3 novembre 2015]

Erdogan Daesh

In un’intervista all’agenzia stampa russa Sputnik (la branca internazionale di Ria Novosti diventata megafono della politica estera di Vladimir Putin)  Mehmet Ali Ediboglu,  un ex deputato turco del Partito repubblicano del popolo (CHP) che è arrivato secondo alle elezioni del primo novembre  con il 25% dei voti, conferma che il contrabbando di petrolio è una delle principali fonti di finanziamento per i tagliagole neri Stato Islamico/Daesh e svela una rete di complicità che arriva a livelli davvero insospettabili.

Secondo Ediboglu, «Il traffico di petrolio costituisce uno dei principali prodotti venduti dai jihadisti. Questo petrolio proviene in primo luogo dai giacimenti situati in Siria, nella regione di Raqqa. Lo Stato Islamico controlla questi giacimenti insieme ad un gruppo di persone comprendenti dei membri dell’entourage di Barzani (il primo ministro del Kurdistan irakeno semi-indipendente, ndr) e diversi uomini di affari turchi specializzati nella vendita di idrocarburi». Un’accusa di complicità pesantissima, visto che Barzani con una mano manderebbe (molto parsimoniosamente) i suoi Peshmerga ad aiutare le Unità di protezione del Popolo (YPG) del Rojava a combattere contro il Daesh nel Kurdistan occidentale siriano e dall’altro avrebbe stretto un accordo “commerciale” con lo Stato Islamico per indebolire sia il governo irakeno che il governo autonomo progressista del Rojava, troppo di sinistra e vicino al PKK.

Ediboglu ricorda che  anche il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha ricevuito un rapporto sulla rete di complicità che permettono al Daesh di finanziarsi con il contrabbando di petrolio  ed aggiunge che «All’inizio, il traffico di petrolio portava al Daesh 800 milioni di dollari all’anno, ma attualmente questa somma si situa tra 1 e 2 miliardi di dollari. Secondo alcune informazioni, 27 uomini di affari turchi e irakeni sono direttamente implicati in queste attività. Il petrolio viene avviato attraverso la Turchia verso la costa del Mediterraneo e, da là, verso diverse regioni del mondo».

Il governo turco smentisce di aiutare lo Stato Islamico, ma intanto arresta i giornalisti che mostrano le prove del contrabbando di petrolio e delle evidenti complicità dell’esercito e dei servizi segreti di Ankara con i trafficanti al servizio dello Stato Islamico. Quello che è ufficiale è che la Turchia fornisce ami alle milizie della Free Syrian Army  e ad altri gruppi jihadisti  che poi le rivendono al Daesh, come hanno ammesso gli stessi statunitensi. Come fa notare Sputnik  e come non smette di dire Putin, «In Siria esiste un gran numero di piccoli gruppi islamisti che la Turchia giudica “moderati” ed ai quali apporta un sostegno importante».

Secondo Ediboglu, «Questi gruppi subiscono una pressione permanente da parte del Daesh e del Fronte al Nusra (la branca siriana di Al Qaeda sostenuta da Arabia Saudita e Qatar, ndr)  e si vedono quindi costretti a vendergli le armi provenienti dalla Turchia. Ne risulta che la maggior parte di queste armi si ritrovano nelle mani dello Stato Islamico o del Fronte al Nusra». Una tesi che, va detto, fa molto comodo ai russi, che bombardano sia il Daesh che i qaedisti, ma anche gli altri gruppi armati che considerano contigui alle due formazioni integraliste maggiori che si battono contro l’esercito di Bashir al Assad e i pasdaran “volontari”  iraniani, gli hezbollah libanesi e i russi .

Ediboglu  è convinto che «I  jihadisti non hanno subito perdite gravi in seguito agli attacchi della Coalizione americana in Siria. E’ molto probabile che siano informati del dispiegamento degli attacchi pianificati dalla coalizione. Invece, gli attacchi russi sono altamente efficaci. Se la Russia prosegue I suoi raid e l’operazione aerea viene appoggiata d azioni al suolo, i terroristi subiranno una clamorosa disfatta».

Sptnik ha chiesto al politico turco come si possono interrompere le fonti di finanziamento dello Stato Islamico/Daesh ed Ediboglu ha risposto che «Bisogna in primo luogo ostacolare il flusso di jihadisti che vanno in Siria. E’ anche indispensabile bloccare l’avvio del petrolio del Daesh verso l’Iraq del nord, dove cade tra le mani di persone vicine a Barzani. Dove si trovano anche delle compagnie sostenute dagli americani che, come crediamo, partecipano a questo processo. Ma la cosa essenziale è cacciare i terroristi dalla Regione di Raqqa per sbarrare loro l’accesso ai giacimenti di petrolio. Se ci si riesce, lo Stato Islamico sarà molto velocemente indebolito in quanto a entrate finanziarie».