Dove sono le bandiere per le stragi di Boko Haram in Nigeria?

Il Ciad prolunga lo stato di emergenza nella regione del Lago

[20 novembre 2015]

nigeria attentati

Jeune Afrique, un prestigioso giornale panafricano che si stampa e va in linea a Parigi, dove ha la sua sede, ieri si chiedeva: «où sont les drapeaux?», dove sono le bandiere? Il riferimento polemico del giornale franco-africano era ai due attentati perpetrati da Boko Haram – la feroce milizia islamista che ha dichiarato la sua adesione allo Stato Islamico – il 17 novembre  in Nigeria. Una giovane kamikaze si è fatta esplodere nell’affollato mercato della città di Yola, facendo più di 30 morti e feriti. Poi, un attacco alla città di Kanoha causato più di 15 morti ed oltre 50 feriti.

Boko Haram, che ora preferisce chiamarsi Stato Islamico dell’Africa Occidentale, sta colpendo anche in Camerun, Ciad e Niger e le sue azioni sanguinarie, la sua spietatezza e i suoi rapimenti di donne e ragazze hanno provocato la fuga di 2,6 milioni di persone e la morte di 17.000 esseri umani, nella stragrande maggioranza islamici, anche se la follia omicida di Boko Haram prende di mira anche i cristiani e le loro chiese.

Jeune Afrique fa notare che si tratta di «Attentati terroristici che suscitano meno solidarietà internazionale di quelli che hanno avuto luogo a Parigi il 13 novembre scorso, quando i monumenti di numerose città nel mondo hanno inalberato i colori della bandiera francese».

Questi attacchi sono avvenuti qualche giorno dopo che il presidente nigeriano, il “progressista” islamico  Muhammadu Buhari, aveva assicurato che gli islamisti di Boko Haram erano sul punto di essere sconfitti: «Boko Haram apparterrà ben presto al passato», aveva assicurato. Pour la prima volta, dopo l’esplosione di  Yola, Facebook ha dato il via anche in Nigeria al suo dispositivo safety check , che permette di inviare il messaggio «sono al sicuro» agli amici del social network.

Nei mesi prima degli attentati, l’esercito nigeriano aveva annunciato diversi successi nella guerra a Boko Haram. Ma da quando è arrivato al potere Buharii, a fine maggio,  circa 1.500 persone sono state uccise negli attacchi  del gruppo ijihadista africano. Inoltre, l’offensiva militare nigeriana contro Boko Haram sembra aver sparso il contagio islamista anche nei Paesi vicini e verso il cuore petrolifero e minerario del Sahel: il Niger è in stato di allarme, in Camerun si combatte senza esclusione di colpi e il 18 novembre il Parlamento del Ciad ha adottato all’unanimità una risoluzione che prolunga per 4 mesi, fino al 22 marzo 2016,  lo stato di emergenza nella regione del Lago Ciad. Il governo di N’Djamena aveva decretato lo stato di emergenza il 9 novembre, dopo che due donne kamikaze avevano fatto due morti e 14 feriti a Ngouboua.

La dichiarazione dello stato di emergenza dà al governo della regione del Lago Ciad il potere di  vietare la circolazione di persone e veicoli nei luoghi e negli orari che riterrà più opportuni  e di «ordinare la perquisizione dei domicili di giorno e di notte  sotto l’autorità del Procureur de la République e di recuperare delle armi». Da mesi Boko Haram/Stato Islamico dell’Africa Occidentale ha moltiplicato gli attacchi e gli attentati suicidi  contro i villaggi ciadiani – tutti abitati da popolazioni musulmane –  che sorgono sul Lago Ciad, a pochi Km della frontiera con la Nigeria e che stanno già facendo i conti con il disseccamento del lago e con una nuova devastante siccità. L’attacco peggiore sulle rive del Lago Ciad  è stato quello del 10 ottobre: una tripla esplosione di kamikaze nella sottoprefettura di Baga Sola che ha provocato 41 morti e 48 feriti.

Intervenendo il 9 novembre al Forum international de Dakar sur la sécurité en Afrique, il ministro degli esteri del Ciad, Moussa Faki Mahamat, aveva chiesto un più forte impegno finanziario del continente africano nella lotta conbtro il jihadismo: «L’impegno costa molto caro (..) Siamo convinti della necessità di intervenire, ma questa comporta dei mezzi finanziari e materiali conseguenti. Oltre agli impegni presi da un singolo Stato, bisogna che l’impegno sia regionale, continentale, prima di essere internazionale. Occorre un sostegno conseguente. Le promesse, gli annunci, non aiutano», ha detto puntando il dito contro l’Unione Africana, ma anche contro francesi, europei e comunità internazionale.

Moussa Faki Mahamat  ha spiegat che «L’esercito ciadiano ha dispiegato 2.500 soldati  (…) su più di 3.000 km per raggiungere Menaka, Tessalit, Kida, nel nord del Mali, durante l’operazione mirante a sloggiare i jihadisti da quel Paese. Nell’immensità del deserto (..) una Toyota 4×4 fa 1.000 chilometri al giorno (…) il presidente Déby ha l’abitudine di dire che la Toyota non è solo un’auto, è un’arma». Come a dire che quell’arma – come praticamente tutte le altre armi –  della quale sono abbondantemente dotati i miliziani neri dello Stato Islamico in ogni Paese dove si sono installati, non è certo prodotta in Africa e non viene certo fornita ai jihadisti dalle loro vittime islamiche.