Ecco come i Paesi del G20 sostengono la produzione di combustibili fossili (VIDEO)

Pochi e modesti leader ambientali, molti “furbetti” che non mantengono le promesse

[13 novembre 2015]

G20 fossili 1

Oil Change International e Overseas Development Institute hanno pubblicato il nuovo rapportoEmpty promises G20 subsidies to oil, gas and coal production”, che documenta il sostegno dato dai governi dei  Paesi del G20 all’industria dei combustibili fossili.

Le tre ricercatrici che hanno redatto il rapporto, Elizabeth Bast direttrice esecutiva di Oil Change International, Ivetta Gerasimchuk, ricercatrice senior della Global Subsidies Initiative dell’International Institute for Sustainable Development, e Shelagh Whitley research fellow all’Overseas Development Institute, sottolineano che «quando si tratta di eliminare gradualmente le sovvenzioni per la produzione di di petrolio, gas e carbone inquinanti – cosa che i leader del G20 si sono impegnati a fare ogni anno a partire dal 2009 – si vedono pochi progressi. Infatti, i prezzi del carburante fossile sono crollati e in risposta alcuni Paesi hanno persino aumentato le sovvenzioni. Anche se ci sono stati alcuni progressi nella riforma delle sovvenzioni al consumo, quando si tratta di produzione, il progresso è molto più limitato».

Il rapporto fa una classifica delle riforme più incoraggianti per la riduzione dei sussidi alla produzione di combustibili fossili e di quelle più frustranti, ma ne viene fuori che l’impegno dei Paesi del G20 in questo senso non mostra una grande leadership, mentre invece i ritardi sono molti, compresi quelli dell’Italia che pubblichiamo in un’altra pagina di greenreport.it.

Stati Uniti e Francia stanno restringendo i finanziamenti pubblici internazionali per il carbone. LAgenzia di credito all’esportazione degli Usa è stata tra le prime a limitare significativamente il sostegno alle centrali elettriche a carbone, e la sua Overseas Private Investment Corporation (Opic) ha spostato i suoi finanziamenti dai combustibili fossili e verso le energie rinnovabili. Anche l’Agence Française de Développement (Afd), che si occupa di aiuti pubblici a favore dei Paesi in via di sviluppo, non sostiene più le centrali elettriche a carbone prive di impianti carbon capture and storage (Ccs), anche se la redditività economica di questa tecnologia è messa in dubbio e l’efficacia climatica dello stesso Ccs viene contestata da quasi tutte le associazioni ambientaliste.

La Germania è sulla buona strada per porre fine alle sovvenzioni al carbone: nel 2007 si è formalmente impegnata a far cessare e gradualmente il sostegno alla sua industria nazionale di carbon fossile entro il 2018. Per facilitare questa transizione, e per gestire l’impatto della riforma, il governo federale tedesco supporta il prepensionamento per coloro che lavorano nella produzione di carbone, e condivide i costi delle chiusure di miniere e centrali e gli oneri ereditati dall’industria

Dopo la vittoria del Partito liberale, il Canada sta eliminando numerosi sussidi a petrolio, gas e miniere, compreso il sostegno mirato per le sabbie bituminose che ora sono soggette allo stesso regime fiscale degli altri tipi di greggio, dell’industria gasiera e di quella mineraria; il Canada sta anche eliminando l’Atlantic investment tax credit,  che si applica a petrolio, gas e miniere. Ma allo stesso tempo Ottawa aveva introdotto nuove sovvenzioni per i produttori di combustibili fossili, in particolare nuove agevolazioni fiscali per la produzione di gas naturale, bisognerà vedere se il nuovo governo le manterrà o se cambierà qualcosa.

Il regime di tassazione e royalty dell’Indonesia permette al governo di Jakarta di incassare dall’estrazione di gas e petrolio quote tra le più alte del mondo. Inoltre lo scorso maggio l’Indonesia ha avviato un programma per produrre 35 gigawatt di nuova energia elettrica, che sarà fornita prevalentemente da nuove centrali a carbone che si avvarranno di finanziamenti pubblici.Nonostante questo, l’Indonesia ha compiuto progressi incoraggianti in materia di sovvenzioni al consumo, eliminando completamente la maggior parte delle sovvenzioni a benzina e diesel, riducendo le sovvenzioni e facendo risparmiare alle casse pubbliche più di $ 15 miliardi di dollari nel 2015. Nonostante l’attuazione di queste politiche non sia sempre lineare, si tratta di un grande passo avanti e, anche se non si riferisce ai sussidi alla produzione di combustibili fossili, le misure prese dal nuovo governo indonesiano indicano che è seriamente impegnato ad attuare il suo impegno preso al G20 di razionalizzare ed eliminare gradualmente gli inefficienti sussidi ai combustibili fossili che promuovono sprechi che un Paese emergente non si può permettere.

Ma le azioni virtuose dei Paesi G20 finiscono praticamente, qui e diversi governi hanno annullato quelli che sembravano progressi con azioni contraddittorie: «Alcuni Paesi – spiega il rapporto – hanno gradualmente eliminato una sovvenzione ed ne hanno  contemporaneamente introdotto un’altra, o hanno continuato a sovvenzionare l’attività interna, mentre tagliavano i finanziamenti pubblici internazionali, o viceversa».

Giappone, Corea del sud  e Cina continuano a finanziare la produzione di combustibili fossili dall’estero. Giappone e Corea del sud sono in particolare forti sostenitori della produzione di combustibili fossili al di fuori dei loro confini e chiedono il blocco delle riforme proposte dall’Ocse. Nel 2013 e 2014 il Giappone ha fornito in media 19 miliardi di dollari all’anno di finanziamenti pubblici internazionali per la produzione di carbone, petrolio e gas, mentre la Corea del sud ha dato finanziamenti per oltre 10 miliardi di dollari all’anno.

Anche la Cina è uno dei principali finanziatori internazionali  per la produzione di combustibili fossili, con una media 17 miliardi di dollari all’anno nel 2013 e 2014, ma Pechino ha recentemente piani per uno «stretto controllo» degli investimenti pubblici in progetti ad elevate emissioni sia a livello nazionale che all’estero, mentre il Giappone ha raggiunto un accordo con gli Usa per frenare il finanziamento pubblico ai progetti carboniferi all’estero.

Il governo conservatore della Gran Bretagna sta cercando di estrarre altri  3 o 4 miliardi di barili di petrolio e di gas nei prossimi 20 anni, e nel 2015 ha introdotto una nuova serie di agevolazioni fiscali per i combustibili fossili che costeranno ai contribuenti britannici 27 miliardi di dollari tra il 2015 e il 2020. Allo stesso tempo, il governo di Londra ha ridotto fortemente gli incentivi alle energie rinnovabili e all’efficienza energetica, mentre aumentano quelli al nucleare.

Elevate sovvenzioni nazionali continuano ad essere date anche in Paesi che hanno fortemente tagliato i finanziamenti pubblici in altri campi, riducendo servizi pubblici essenziali come la sanità, i trasporti, le disoccupazione.

Il rapporto fa l’esempio della Russia: «Nostante la recente graduale eliminazione di alcune agevolazioni fiscali ai produttori di combustibili fossili, fornisce loro quasi 23 miliardi di dollari ogni anno in sussidi nazionali». Gli Stati Uniti non sono da meno: «Nello stesso periodo di tempo, 2013 – 2014, le sovvenzioni nazionali sono state  poco meno di  20 miliardi».

In Turchia si prevede a la costruzione di impianti a carbone per  65 gigawatt e i sussidi nazionali (comprese le agevolazioni fiscali) per la costruzione delle nuove centrali elettriche a carbone sono stati approvati con il Nuovo regime degli investimenti approvato da Ankara nel 2012.

La conclusione dello studio di un centinaio di pagine è che «i governi del G20 continuano a incoraggiare gli investimenti nella produzione di combustibili fossili attraverso sussidi, anche se il mondo ha già una grande riserva di carbonio non bruciabile. Questi investimenti rischiano di rinchiuderci in un percorso che vedrà il mondo superare i +2° C concordati a livello globale concordato per limitare il cambiamento climatico. E’ ora che i governi del G20 pongano fine una volta per tutte a questo sostegno all’industria dei combustibili fossili».

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  • Fossil fuel subsidies: G20 spends billions to push us closer to climate disaster