Ecuador, le donne indigene assediano il palazzo presidenziale: basta estrattivismo

Le donne dell’Amazzonia chiedono a Lenin Moreno di non dare più concessioni per petrolio, gas e miniere

[16 marzo 2018]

Per il quarto giorno di fila un centinaio di donne delle nazionalità indigene amazzoniche hanno manifestato davanti al Palacio de Carondelet, residenza ufficiale del  presidente della Repubblica dell’Ecuador, Lenin Moreno, chiedendo di essere ricevute.

Le donne, sostenute dalla Confederación de Nacionalidades Indígenas del Ecuador (Conaie), e dalla Confederación de Nacionalidades Indígenas de la Amazonía Ecuatoriana (Confeniae) hanno marciato su Quito dove stanno organizzando anche diverse iniziative per spiegare le ragioni della loro protesta. Le portavoci delle nazionalità  Waorani e Shuar hanno espresso la loro preoccupazione per l’approvazione di alcuni progetti esecutivi, in particolare per nuove estrazioni petrolifere nello Yasuní – una delle aree del mondo più ricche di biodiversità – e per nuovi pozzi petroliferi e miniere a Morona Santiago e Zamora Chinchipe.

Iil presidente della Conaie, Jaime Vargas, ha sottolineato che la sua organizzazione nazionale appoggia la lotta delle donne  che «sono le prime difensore della vita e del territorio» e ha ammonito. «Deve esserci coerenza tra la parola del Presidente e quel che fanno i suoi ministri, perché sembra che non lo ascoltino».

Anche secondo Marlon Vargas, presidente della Confeniae, «Esiste una contraddizione tra le dichiarazioni rilasciate da Lenin Moreno settimane fa, quando ha annunciato la cessazione di 2.000 concessioni minerarie, mentre dall’altra parte i suoi ministri delle miniere e degli idrocarburi promuovevano nuove gare di appalto per l’estrazione nel centro-sud amazzonico».

Le donne indigene vogliono consegnare personalmente al presidente di sinistra dell’Ecuador un documento – il “Mandato de las Mujeres Amazónicas Defensoras de la Selva de las Bases frente al Extractivismo”, che riassume in 22 punti le loro richieste politiche e che in sostanza chiede che il governo di Quito metta fine a tutte le attività petrolifere e minerarie nell’Amazonía ecuadoriana.

Nel punto 2 del documento si legge: «Esigiamo l’annullamento dei contratti e/o degli accordi  e concessioni dati dal governo ecuadoriano alle imprese petrolifere nel centro-sud dell’Amazzonia  ed esigiamo che i territori e i popoli indigeni siano dichiarati liberi da attività estrattive come petrolio, miniere, idroelettrico e legname».

Zoila Castillo, la vicepresidente della Confeniae, una delle organizzazioni indigene più grandi dell’Ecuador, ha sottolineato che «Ora le donne parlano di petrolio, però gli altri continuano a sfruttarlo sempre di più. Sta contaminando totalmente il nostro territorio, ci sono malattie, c’è prostituzione, abuso di droghe e alcool e tutto questo per mancanza di lavoro. Non c’è lavoro».

E’ la maledizione delle risorse: quel che si prometteva avrebbe portato ricchezza ha portato miseria e disoccupazione e distrutto le risorse naturali sulle quali si basano l’economia di sussistenza e le reti comunitarie e solidali indigene. Le donne indigene che vivono nelle aree dove ci sono attività estrattive sono la parte della popolazione più vulnerabile perché si trovano di fronte a barriere economiche molto più difficili da superare rispetto agli uomini, anche perché i loro stili di vita tradizionali nella foresta vengono distrutti dall’inquinamento o dai trasferimenti forzati e le donne indigene hanno più difficoltà degli uomini a trovare lavoro nelle città.

Per questo le donne indigene, vestite con i loro abiti tradizionali, hanno deciso di protestare davanti all’entrata del palazzo presidenziale, innalzando striscioni e cartelli  nei quali espongono le ragioni della loro opposizione all’estrattivismo e chiedono di essere ricevute da un Presidente che molte di loro hanno votato, ma che ieri era ancora in Cile per una visita ufficiale.

Alle donne è stato proposto di incontrare  il viceministro al Segretariato nazionale per la gestione delle politiche, ma hanno rifiutato l’offerta dicendo che vogliono parlare solo col Presidente, per essere sicure che la loro voce si ascoltata.

Una leader Waorani, Alicia Cawiwa, ha detto a Mongabay Latam che  «Le donne si sono incontrate per molto tempo con il Segretariato nazionale per la gestione delle politiche, un ramo della presidenza che funge da mediatore tra i cittadini e le attività del governo, ma questo organismo governativo fa sempre false promesse e divide le comunità, quindi non possiamo  più fidarci di loro». Per questo le donne hanno accettato solo di incontrare brevemente il viceministro Eduardo Paredes, chiarendo che non erano lì per ascoltare, ma per presentare le loro istanze al Presidente della Repubblica. Paredes ha ricordato che, rispetto all’ultima amministrazione di Rafael Correa,  il governo Moreno (che di Correa è compagno e successore politico) ha fatto diverse cose per le comunità indigene, a iniziare dalle aree di educazione bilingue e dalla regolamentazione per le consultazioni preventive sui progetti minerari. Ma ha aggiunto che difficilmente il Presidente accetterà la richiesta delle donne indigene di  bloccare completamente le attività petrolifere: «L’economia dell’Ecuador dipende da molto tempo dallo sfruttamento del petrolio e del gas per poter assicurare la stabilità e la crescita economica«. Infatti, mentre le donne protestavano di fronte al palazzo presidenziale è arrivata la notizia di nuove gare  perché le imprese straniere possano investire in giacimenti di petrolio e gas, nella speranza di raccattare altri 800 milioni di dollari per le casse pubbliche e di sfruttare nuove riserve.

Ma le donne fanno notare che i progetti che riguardano in particolare il Parque Nacional Yasuní stanno invadendo i territori protetti degli indios in contattati Tagaeri e Taromenane e chiedono anche che si avviino immediatamente le bonifiche delle aree inquinate e una amnistia «per i compagni della nazionalità Shuar che sono stati sloggiati e perseguitati politici, perché possano ritornare nelle loro comunità di Nanktints e Tundayme».

L’opposizione è netta e frutto delle esperienze amare e dei disinganni del passato:  «Rifiutiamo le socializzazioni o le “consultazioni” per i progetti estratti visti  perché nei nostri spazi decisionali abbiamo già detto NO ai progetti estrattivi nei nostri territori, rispettando il nostro diritto all’autodeterminazione», si legge nel documento. Inoltre, «Le socializzazioni e le consultazioni non soddisfano né rispettano gli standard internazionali di consultazione e il consenso libero e informato preliminare, come stabilito nella sentenza del caso Sarayaku contro il governo ecuadoriano».

Gli altri punti del documento affrontano direttamente il tema dei diritti delle donne, come l’aumento delle violenze sessuali nelle aree estrattive: «C’è molta droga,  prostituzione, alcolismo, molte cose con cui le donne vengono coinvolte per un po’ di soldi, che lo vogliano o n», denuncia Sandra Tukup, un leader Shuar della provincia amazzonica di Morona-Santiago, un altro hotspot della biodiversità ma anche un’area mineraria strategica che negli ultimi anni ha registrato un aumento di nuove concessioni. L’area conosciuta come la Cordillera del Cóndor è particolarmente ricca di rame e sono in corso giganteschi progetti cinesi e canadesi che hanno causato lo spostamento di diverse comunità Shuar. «Le donne non hanno un posto dove lavorare e vengono usate dai minatori. Quindi, dato che sono donne, quei minatori si prendono gioco di loro e vengono utilizzate come prostitute, Non c’è rispetto, ma una presa in giro delle donne. E come donna, mi fa molto male».

Quello che le donne dell’Amazzonia è che lo Stato si opponga agli abusi sessuali  e che il governo approvi politiche pubbliche migliori per proteggere le donne in queste aree e che vengano applicata la legge contro  il personale delle industrie petrolifere e minerarie che si è reso colpevole di tali atti.

La presidente dell’associazione ambientalista Acción Ecológica, Esperanza Martínez, ha detto di sperare che la protesta riesca a portare all’attenzione del Presidente  Lenin Moreno i tre grandi problemi che si trovano ad affrontare le donne dell’Amazonía: «Come risolvere i conflitti interni nelle comunità provocati dalle attività estrattive  e dal governo; come mantenere la solidarietà tra le comunità che stanno sperimentando lotte similari; come riattivare le economie locali nonostante i cambiamenti di stile di vita provocati dalle industrie estrattive».

Intanto a Quito le donne si alternano al microfono per denunciare i danni fatti dalle attività estrattive alle loro comunità: inquinamento dei fiumi,  distruzione delle loro chacras (piccoli campi coltivati), scomparsa della vita selvatica e aumento dei casi di minacce contro gli indigeni che difendono l’ambiente, aumento delle denunce per molestie sessuali alle donne».

La Castillo, di nazionalità quechua, ha riassunto così la situazione a  Mongabay Latam: «Prima viene il petrolio, però viene per i soldi, non per la comunità. Nella comunità abbiamo i nostri campi, abbiamo le nostre chacras, cacciamo e viviamo di loro. Stanno contaminando il nostro ambiente, i nostri fiumi nei quali ci alimentiamo e nei quali viviamo. Questo è quel che difendiamo»

La Martínez conclude: «Il governo ha fatto molto poco per aiutare le donne indigene dell’Amazzonia, soprattutto perché continua ad approvare progetti minerari, petroliferi e agroindustriali che danneggiano queste comunità, mentre tende a ignorare le donne e la loro visione sulla vita e lo sviluppo. Le donne presentano idee molto interessanti che puntano a recuperare le loro economie, a margine della mancanza di attenzione del governo. Propongono la vendita di prodotti artigianali, lo sviluppo di attività di ecoturismo, di promuovere la coltivazione del  cacao e altri progetti comunitari. In questo momento, le donne guidano i movimenti di resistenza praticamente in tutto il Paese. Oggi ho sentito tutte le comunità ribadire la loro resistenza alle attività estrattive e la volontà di continuare a difendere i loro territori».