Ricerca internazionale chiede di investire di più in rinnovabili e nel contestato carbon capture and storage

Emissioni di CO2 ferme negli ultimi 3 anni, ma bisogna agire subito per farle calare

Realacci: «La Strategia energetica nazionale deve guardare al futuro. Innovazione e occupazione»

[1 febbraio 2017]

Lo studio “Key indicators to track current progress and future ambition of the Paris Agreement”, pubblicato su Nature Climate Change da Glen P. Peters,  del Center for international climate and environmental research di Oslo, conferma che «Senza uno sforzo significativo per ridurre i gas serra, compresa  una diffusione accelerata delle tecnologie per la cattura e lo stoccaggio sotto terra del carbonio atmosferico, e una crescita sostenuta nelle rinnovabili come l’eolico e il solare, il mondo potrebbe  mancare l’obiettivo chiave per la temperatura globale impostato dall’accordo e Parigi e l’obiettivo a lungo termine dell’inquinamento climatico zero».

Lo studio fa pate di una più ampia iniziativa per monitorare i progressi e confrontarli con le  promesse di riduzione delle emissioni fatte da oltre 150 Paesi che  hanno firmato l’Accordo di Parigi del 2015, che si propone di mantenere il riscaldamento globale al di sotto di 2 gradi Celsius in più rispetto ai livelli pre-industriali,  la soglia che gli scienziati ritengono il punto di non ritorno per un riscaldamento catastrofico.

Uno degli autori dello studio, Robert B. Jackson, del Department of Earth system Science del  Woods institute for the environment e del Precourt institute for energy della Stanford University,  sottolinea un aspetto positive: «La buona notizia è che le emissioni di combustibili fossili sono state piatte  per tre anni di fila. Ora abbiamo bisogno di riduzioni effettive delle emissioni globali e di un attento monitoraggio degli impegni sulle emissione e delle statistiche a livello nazionale».

E’ quel che chiede più o meno per l’Italia Ermete Realacci, il presidente della Commissione ambiente della Camera, che sulla sua pagina Facebook scrive: «Per combattere lo smog e i mutamenti climatici serve una strategia energetica che sia strumento di innovazione e occupazione. La Strategia energetica nazionale (Sen) deve guardare al futuro del Paese, coinvolgere le comunità, l’economia e le istituzioni. Deve incrociare le linee di azione degli accordi di Parigi sul contrasto dei mutamenti climatici. Solo così la nuova Sen potrà essere uno strumento di politica energetica, di contrasto dello smog, un contributo per uno sviluppo sostenibile portatore di innovazione e occupazione. La precedente Sen era nata già vecchia, superata dai fatti e dalle innovazioni tecnologiche che stanno spingendo il mondo verso le energie rinnovabili e l’efficienza.  Spero che l’elaborazione della nuova politica energetica non sia affidata a coloro che hanno redatto la precedente, che mostrava una visione decisamente limitata. Una Sen di ampio respiro, strumento di azione anche sulle questioni del clima, può costituire uno dei punti di forza con cui il governo italiano si presenterà al prossimo G7».

Nel nuovo studio, il team di  ricercatori norvegesi, australiani, britannici, tedeschi, austriaci e statunitensi  hanno sviluppato strumenti di analisi e conteggio  che possono essere utilizzati per monitorare i diversi impegni nazionali di emissioni e quindi il progresso globale verso gli obiettivi dell’accordo di Parigi. Applicando il loro metodo al recente passato, i ricercatori hanno scoperto che nel 2016 le emissioni globali di anidride carbonica sono rimaste stabili a circa 36 miliardi di tonnellate di CO2 per il terzo anno consecutivo.

Peters spiega che «La rapida diffusione dell’ energia eolica e solare sta cominciando ad avere un effetto a livello globale e nei players i chiave come la Cina, gli Stati Uniti e l’Unione Europea. La sfida è quello di accelerare sostanzialmente le nuove aggiunte di eolico e solare, e trovare soluzioni per integrarle efficacemente  nelle reti elettriche esistenti».

Ma lo studio avverte che «Tuttavia, eolico e solare da soli non saranno sufficienti per raggiungere gli obiettivi dell’accordo di Parigi». Quando i ricercatori hanno esaminato le cause del recente rallentamento, hanno scoperto che la maggior parte sono fattori economici e la riduzione dell’utilizzo del  carbone, soprattutto in Cina, ma anche negli Usa (dove Trump è pronto a rilanciare la produzione di carbone). In Cina, il calo dell’uso del carbone è stato trainato dalla riduzione della produzione di cemento, di acciaio e altri prodotti ad alta intensità energetica, così come un disperato bisogno di attenuare l’inquinamento atmosferico, responsabile di oltre un milione di morti premature all’anno.

Le ragioni del declino delle emissioni di CO2 Usa sono più complesse: alla Stanford Uniiversity dicono che non dipende solo da un calo dell’uso del carbone, ma anche da una efficienza energetica delle industrie e dal  rapido aumento di gas naturale e di energia eolica e solare. «Il 2016 è stato il primo anno in cui il gas naturale ha superato il carbone per la produzione di energia elettrica – ricorda Jackson, che è anche presidente del Global Carbon Project, che tiene conto della quantità di CO2 emessa dagli esseri umani ogni anno.

Guardando al futuro, i ricercatori prevedono che «La più grande sfida per raggiungere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi è il lancio delle  tecnologie di carbon capture and storage (Ccs) che è più lenta del previsto». Una cosa che non dispiace certo agli ambientalisti che, salvo qualche rara eccezione considerano il Ccs immaturo, costoso, poco efficace  e pericoloso, anche perché distolgono i finanziamenti dalle nuove tecnologie rinnovabili e fanno credere che le emissioni possono essre immagazzinate sotto terra. Ma lo studio ribadisce che «La maggior parte degli scenari suggeriscono la necessità di migliaia di strutture con carbon capture and storage entro il 2030, molto al di sotto le decine che sono proposte».

Jackson è convinto che «La cattura e lo stoccaggio dell’anidride carbonica si riveleranno ancora più essenziali  se il presidente Donald Trump  proseguirà nella sua campagna per resuscitare il carbone nazionale in difficoltà. Non c’è modo di ridurre le emissioni di anidride carbonicalegate al  carbone senza carbon capture and storage».

Il problema, come fanno notare gli ambientalisti, è che il Ccs è più o meno quello che proprio Trump definisce “carbone pulito” e non a caso il suo terrificante programma “America First Energy” utilizza la carbon capture and storage  come cavallo di Troia per sminuire il ruolo delle rinnovabili e dire che così si possono estrarre senza limiti i combustibili fossili che, invece, l’Accordo di Parigi – che anche i ricercatori come  Jackson e Peters dicono che bisogna difendere a tutti i costi d Trump – prevede che i due terzi delle attuali riserve di combustibili fossili restino sotto Terra, se si vuole centrare l’obiettivo massimo di +1,5° C o non sforare quello massimo di +2° C.

La posizione del team che ha realizzato questo importante studio probabilmente risente dell’atteggiamento pro-Ccs di Cicero e di altri centri di ricerca norvegesi, compresa l’associazione ambientalista/scientifica Bellona. Ma svuotare il sottosuolo di combustibili fossili, trivellandolo e con il fracking, per poi iniettarci una piccola parte della Co2 emessa a causa di quegli stessi combustibili fossili, agli ambientalisti e a molti scienziati del clima non sembra proprio una grande idea. E probabilmente non hanno tutti i torti.