Energia: 139 Paesi potrebbero diventare 100% rinnovabili entro il 2050

Grossi vantaggi economici, lavorativi, per la salute pubblica e climatici

[24 agosto 2017]

Un team internazionale di 27 ricercatori, costituito in maggioranza da scienziati della Stanford University, ha pubblicato su Joule lo studioClean and Renewable Wind, Water, and Sunlight (WWS) All-Sector Energy Roadmaps for 139 Countries of the World”  che è una roadmap verso un futuro energetico rinnovabile al 100%. In una presentazione dello studio, Mark Dyson, del  Rocky Mountain Institute, scrive:   «Questo documento aiuta a far avanzare la discussione all’interno e tra le comunità scientifiche, politiche e degli affari  su come immaginare e progettare un’economia decarbonizzata. Il crescente numero di lavori della comunità scientifica sui percorsi globali di transizione energetica low-carbon fornisce una robusta evidenza che una tale transizione può essere realizzata e una comprensione crescente delle specifiche leve che devono essere mosse per farlo».

Il team guidato da Mark Z. Jacobson, direttore dell’Atmosphere/Energy Program della Stanford, presenta la più completa visione globale dei cambiamenti infrastrutturali che dovrebbero e potrebbero fare 139 Paesi per produrre il 100% della loro energia con eolico, idroelettrico e solare entro il 2050. Alla Stanford sono convinti che «Una simile transizione potrebbe significare meno consumi di energia a livello mondiale grazie a un’energia elettrica efficiente, pulita e rinnovabile; Un aumento netto di oltre 24 milioni di posti di lavoro a lungo termine; Una diminuzione annua di 4-7 milioni di morti per l’inquinamento atmosferico all’anno; Stabilizzazione dei prezzi dell’energia; un risparmio annuo di oltre 20 trilioni di dollari in costi sanitari e climatici».

La rapida  transizione verso un futuro low carbon, facendo in tempo per evitare l’annunciata catastrofe climatica, giungendo allo stesso tempo all’autonomia energetica di tutti i Paesi del mondo, è probabilmente la più grande sfida del nostro tempo. Le roadmap sviluppate dal team di Jacobson forniscono un possibile punto di arrivo. Per ognuna dei 139 Paesi presi in esame dallo studio, sono state valutate le risorse energetiche rinnovabili disponibili, il numero di pale eoliche, di impianti idroelettrici e di pannelli solari per diventare innovabili all’80% entro il 2030 e al 100% entro il 2050. Ne è en merso che per riuscirci sarebbe necessario solo l’1% del territorio mondiale che tra le turbine eoliche e i pannelli solari resterebbero spazi aperti che potrebbero essere utilizzati per altri scopi. Inoltre, questo approccio ridurrebbe la domanda e il costo dell’energia rispetto ad uno scenario business-as-usual.

Jacobson, che è anche il co-fondatore di Solutions Project, un non-profit statunitense che punta ad informare l’opinione pubblica e i responsabili politici sulla possibilità di una transizione ad un società al 100% di energia pulita e rinnovabile, sottolinea che «Sia le persone che i governi possono condurre questo cambiamento. I responsabili politici non vogliono impegnarsi a fare qualcosa a meno che non ci sia una scienza che possa ragionevolmente dimostrare che è possibile e questo è ciò che stiamo cercando di fare. Ci sono altri scenari: non stiamo dicendo che c’è solo un modo per farlo, ma avere uno scenario dà alla gente una direzione».

Lo studio ha analizzato produzione di energia elettrica, trasporti, riscaldamento/raffreddamento, industria, agricoltura, silvicoltura e pesca in 139 Paesi i cui dati sono pubblicati dall’International energy agency e che  emettono collettivamente oltre il 99% di tutta la CO2 del mondo. Ne è venuto fuori che le potenze economiche  mondiali che hanno anche una grossa popolazione, come Stati Uniti,  Cina e Unione Europea, potranno passare più facilmente al 100% di energia rinnovabile. Invece, i posti dove la transizione sarà più difficile saranno i piccoli Paesi insulari, come la ricca Singapore, dove probabilmente si dovrà puntare quasi esclusivamente sul solare.

La roadmap prevede una serie di vantaggi collaterali della transizione energetica. «Per esempio, eliminando l’utilizzo di  petrolio, gas e uranio, viene eliminata anche l’energia associata all’estrazione, al trasporto e la raffinazione di questi combustibili – fanno notare alla Stanford – riducendo la domanda internazionale di energia di circa il 13%». Dato che l’elettricità è più efficiente della combustione dei combustibili fossili, la domanda di energia dovrebbe calare un altro 23%. Con i cambiamenti infrastrutturali  i Paesi non avrebbero bisogno di sfidarsi l’un l’altro per sfruttare o accedere ai combustibili fossili, il che ridurrebbe le guerre internazionali per l’energia. Infine, le comunità che attualmente vivono in “deserti energetici” avrebbero accesso ad abbondante energia pulita e rinnovabile.

Jacobson aggiunge: «Oltre ad eliminare le emissioni e ad evitare il riscaldamento globale di 1,5 gradi centigradi e ad  avviare il processo di diminuzione dell’anidride carbonica dall’atmosfera terrestre, la transizione eliminerebbe 4 – 7 milioni all’anno di morti per inquinamento atmosferico e creerebbe oltre 24 milioni di posti di lavoro fissi a lungo termine. Quello che è diverso tra questo studio e altri studi che hanno proposto soluzioni è che stiamo cercando di esaminare non solo i benefici per il clima di riduzione del carbonio, ma anche i benefici per l’inquinamento atmosferico, i vantaggi per i lavoratori e i vantaggi in termini di costi».

Lo studi pubblicato su Joule è un’espansione delle 2015 roadmaps  per portare I 50 Stati Usa al 100% di energia pulita e rinnovabile e di un’analisi per verificare se la rete di distribuzione dell’elettricità rimarrebbe stabile con una tale transizione.  Questo nuovo studio  non solo riguarda quasi tutto il mondo, ma presenta anche calcoli migliori sulla disponibilità di energia solare sui tetti, sulle risorse energetiche rinnovabili e sui posti di lavoro creati rispetto a quelli persi.

L’obiettivo del 100% di energia rinnovabile è stato criticato da alcuni perché si concentra solo su eolico, idroelettrico e solare, escludendo il nucleare, il cosiddetto carbone pulito e i biocarburanti, ma i ricercatori hanno escluso intenzionalmente l’energia nucleare perché passano 10-19 anni tra la pianificazione e l’operatività di una centrale, per i suoi costi elevati e per la commistione riconosciuta con la proliferazione delle armi atomiche e i rischi presentati dalle scorie. Il carbone pulito e i biocarburanti sono stati scartati  perché causano entrambi un pesante inquinamento atmosferico, dato che emettono oltre 50 volte più Co2 o per unità di energia che eolico, idroelettrico e solare.

Lo studio ha esaminato nche nuove tecnologie come lo stoccaggio di calore sotterraneo nelle rocce, che è ancora a livello di progetti pilota, gli aeromobili elettrici a celle a combustibile e a idrogeno, che attualmente esistono solo in piccoli prototipi. Jacobson fa notare che il  riscaldamento a distanza fornisce il 60% del riscaldamento delle case danesi e che è molto simile alla tecnica dello stoccaggio sotterraneo, mentre già oggi shuttle  e razzi spaziali sono alimentati a idrogeno e le compagnie aeree stanno investendo negli aerei elettrici. Anche s eolico, solare e idroelettrico possono dover affrontare fluttuazioni giornaliere e stagionali, il nuovo studio spiega che questi problemi possono essere affrontate in diversi modi.

Queste analisi sono state criticate anche per l’enorme investimento necessario che occorrerebbe per la transizione di un intero Paese al 100% di rinnovabili, ma Jacobson afferma che «Il costo complessivo per la società (energia, salute e costi climatici) del sistema proposto è un quarto di quello dell’attuale sistema dei combustibili fossili. Per quanto riguarda i costi iniziali, la maggior parte di questi sarebbe necessaria in ogni caso per sostituire l’energia esistente, mentre il resto è un investimento che si ripaga molto più nel tempo,  eliminando quasi i costi sanitari e climatici».

Uno degli autori dello studio, Mark Delucchi dell’Institute of Transportation Studies dell’università della California. Berkeley conferma e conclude: «Sembra che possiamo ottenere enormi vantaggi sociali da un sistema energetico a zero emissioni, essenzialmente senza costi aggiuntivi I nostri risultati suggeriscono che i benefici sono così grandi da accelerare la transizione verso eolico, idroelettrico e solare il più rapidamente possibile, eliminando i sistemi dei combustibili fossili in tempi precisi, ovunque possiamo».