Energia: nell’Ue è sempre più no-carbon, ma c’è troppo nucleare

[23 settembre 2014]

Che energia “tira” in Europa? «Negli ultimi anni, i tassi di penetrazione della produzione di energia no-carbon sono aumentati dal 50% al 56%, i paesi dell’Unione europea lavorano per  raggiungere gli obiettivi di energie rinnovabili e di emissioni di gas serra. L’aumento dei livelli di produzione da fonti rinnovabili, insieme ala produzione nucleare, fanno sì che molti Paesi europei generino  una gran parte della loro elettricità da fonti no-carbon».

A dirlo è il rapporto “European nations are increasing electricity generation using no-carbon sources” pubblicato dalla Energy information aministration Usa (Eia) che sottolinea: «Le fonti no-carbon producono energia mentre non rilasciano praticamente emissioni di anidride carbonica, e comprendono il geotermico, l’idroelettrico, il nucleare, solare (sia a livello di utility che di solare distribuito), l’energia delle  maree  e la produzione eolica. Sebbene le centrali a biomasse emettano anidride carbonica durante il loro funzionamento, l’intero ciclo di vita dei combustibili da biomassa è spesso considerata carbon neutral ai fini del soddisfacimento degli obiettivi di questi Paesi».

Le situazioni sono però  diverse: nel 2012 Francia, Islanda, Norvegia, Svezia e Svizzera producevano  più del 90% della loro elettricità netta da fonti no-carbon, e in altri  paesi (Austria, Slovacchia, Finlandia, Slovenia, Danimarca, Spagna, Ungheria e Portogallo) producono almeno il 50% della loro energia elettrica con fonti no-carbon, ma tra i diversi paesi variano molto le quote di rinnovabili (100% in Islanda) e di nucleare, con percentuali altissime in Francia ma anche in Slovacchia e Repubblica Ceca ed anche Svizzera e Belgio, che si apprestano ad abbandonare il nucleare, ne sono ancora troppo dipendenti.

L’Italia nel 2012 (ma le cose sono andate ancora meglio nel 2013 e a quanto pare nel 2014, quando si sono toccate quote del 50% ed oltre) era ben sopra il 30% di fonti no-carbon, precedendo la “virtuosa” Gran Bretagna che si affida in buona parte al nucleare e poco sotto la Germania del “miracolo” rinnovabile. Nel 2002 l’energia no-carbon italiana era sotto il 20%.

Come scrive l’Eia, «La quota di produzione senza emissioni di carbonio nei paesi europei dovrebbe continuare ad aumentare, dato che  gli obiettivi del  pacchetto clima e energia dell’Unione europea sono sia una diminuzione delle emissioni di gas serra che l’aumento della quota di consumo di energia prodotta da fonti rinnovabili».

Il rapporto conferma che dal 2002 c’è stato un sostanzioso aumento di produzione di energia no-carbon e che «I Paesi hanno aggiunto le fonti rinnovabili per il loro mix di produzione. 18 Paesi generano almeno un terzo della loro produzione da fonti no-carbon e  13 ne generano almeno la metà, erano rispettivamente 13 e 10 nel 2012».

La differenza l’hanno fatta soprattutto  solare, eolico e biomasse  « Ad esempio – si legge nel rapporto – mentre la quota di produzione no-carbon complessiva della Germania è aumentata solo di poco tra il 2002 e il 2012, dal 38% al 41%,  rispetto questo periodo c’è stato un grande cambiamento all’interno del portafoglio no-carbon, con la quota di produzione nucleare in calo di 12 punti percentuali. La quota di energia solare, eolica e biomasse della Germania è aumentata di 15 punti percentuali rispetto allo stesso periodo. Come gli Stati Uniti, che nel 2012 hanno generato il 32% della loro elettricità da fonti no-carbono, i Paesi in Europa producono la maggior parte della loro elettricità senza emissioni di carbonio da fonti nucleari e idroelettriche, con un portafoglio più piccolo per altre fonti rinnovabili. Tuttavia, ci sono alcune eccezioni, tuttavia: insieme all’energia idroelettrica, nel 2012 quasi il 30% della produzione elettrica netta totale dell’Islanda proveniva da fonti geotermiche, mentre la Danimarca ha prodotto  oltre il 50% della sua elettricità da eolico e biomasse».