Energia: a rischio 14 miliardi di profitti di 14 grandi utilities Ue. Mancano gli obiettivi sul cambiamento climatico

Verbund, Iberdrola, Fortum ed Enel le migliori per emissioni di carbonio

[12 aprile 2017]

Secondo nuovo rapporto “Charged or static”, della CDP, un’organizzazione no profit internazionale che fornisce ad imprese, governi ed investitori il sistema globale di misurazione e rendicontazione ambientale,  che ha analizzato le principali utilities europee quotate, con una capitalizzazione di 256 miliardi di euro, evidenzia che «molte aziende fino al 2050 sono vincolate ad alte emissioni prodotte dalle attuali centrali elettriche a combustibili fossili e 14 miliardi di euro saranno a rischio, se le aziende non si impegneranno ad allinearsi con gli obiettivi climatici previsti dall’Accordo di Parigi. La maggioranza delle compagnie esaminate oltrepasserà la propria quota limite di CO2 necessaria per mantenere il riscaldamento globale sotto la soglia dei 2°C, sulla base delle attuali e future centrali a combustibili fossili – complessivamente attorno al 14% o 1.3 miliardi di tonnellate di CO2 tra il 2015 e il 2050. Questa cifra è pari alle emissioni del Giappone secondo la serie storica della concentrazione di CO2 1990-2015 per regione/paese della Netherlands Environmental Assessment Agency»

Il rapporto mostra come «le maggiori società di servizi restino fortemente dipendenti dai combustibili fossili, responsabili del 43% della loro produzione di energia elettrica. Quasi la metà di queste aziende produce più del 20% dell’elettricità dal carbone e si prevede che le 14 società nel loro complesso supereranno del 14% la quota massima di carbonio utile a mantenere l’incremento di temperatura al di sotto dei 2°C, o sotto il limite di 1,3 miliardi di tonnellate di gas che producono l’effetto serra. Questo nonostante l’Unione Europea si prefissi l’obiettivo di fornire il 45% dell’elettricità da fonti rinnovabili entro 2030. Le analisi stimano, sulla base del prezzo del carbone a 30 euro e presupponendo nessun cambiamento nelle fonti o nelle quantità di produzione energetica, un aumento dei costi del carbone fino al 38% dell’EBITDA».

I fornitori di energia elettrica sono responsabili del 25% delle emissioni globali e, per allinearsi con gli obiettivi stabiliti dall’Accordo di Parigi, devono ridurle del 67%  entro il 2030, ma secondo il CDP, «La possibilità di un’inversione di tendenza a breve termine è limitata, a causa degli investimenti di capitale a lungo termine nelle centrali elettriche a combustibili fossili. Il settore presenta già segnali di transizione positivi, come emerge dalla scelta del Regno Unito di chiudere tutte le centrali elettriche a carbone entro il 2025 e dalle decisioni prese da E.ON e RWE di separare in aziende distinte le attività legate a fonti rinnovabili e quelle a combustibili fossili. I fornitori che producono maggiori quantità di energia dalle fonti rinnovabili riducono le emissioni a ritmi più sostenuti rispetto alle aziende che fanno affidamento sui combustibili fossili: le aziende più concentrate sul carbone hanno emissioni per unità di energia prodotta dieci volte maggiori rispetto alle aziende con la più alta quota di rinnovabili».

L’amministratore delegato di CDP, Paul Simpson, evidenzia che «Le utilities europee si trovano a un bivio ed è necessario che prendano delle decisioni in tempi rapidi. L’anno passato ha rappresentato una svolta per quanto riguarda il supporto e l’impegno a favore di politiche finalizzate allo sfruttamento di energia a basse emissioni di carbonio, ma l’industria fa ancora affidamento sui combustibili fossili per soddisfare il proprio fabbisogno energetico. I prezzi di mercato mostrano che le fonti rinnovabili come l’energia eolica e l’energia solare presentano oggi più che mai costi competitivi e che le aziende dovrebbero cercare di investire sulla forte crescita prevista per queste tecnologie. Le raccomandazioni della Task Force sulla trasparenza finanziaria in materia di clima (Tcfd) di Mark Carney rappresentano un altro segnale della crescente pressione degli investitori sulle compagnie affinché non solo siano trasparenti, ma si assumano il rischio della transizione. La missione di CDP oggi è più importante che mai, e continuiamo promuovere una consapevolezza ambientale globale e a tenere traccia dei progressi aziendali nel raggiungimento di un riscaldamento terrestre ben al di sotto dei 2 gradi centigradi».

Il rapporto evidenzia le performance delle maggiori compagniee in materia di cambiamento climatico e «Verbund, Iberdrola, Fortum ed Enel sono le compagnie che conseguono i risultati migliori rispetto ai parametri medi di emissioni di carbonio, mentre RWE, CEZ, Endesa ed EnBW si posizionano agli ultimi posti tra le compagnie che hanno condiviso i propri dati con CDP».

Altri risultati del rapporto “Charged or static” comprendono:

Rinnovabili: le compagnie hanno incrementato il loro portafoglio di energie rinnovabili, e le energie rinnovabili hanno fornito il 20% dell’elettricità prodotta nel 2016. In ogni caso, è fondamentale che si verifichi un progresso in tempi rapidi, al fine di raggiungere l’obiettivo fissato dall’Unione Europea per il 2030 del 45% di energia proveniente da fonti rinnovabili.

Innovazione: la tecnologia Carbon Capture & Storage (CCS) potrebbe essere uno strumento essenziale per mantenere il riscaldamento climatico al di sotto dei 2°C se le esistenti attività a combustibili fossili continuassero a operare, tuttavia il lento progredire di questa tecnologia rischia di renderla disponibile sul mercato troppo tardi perché possa contribuire a un’effettiva riduzione.

Acqua: l’esposizione allo stress idrico è considerevole. Entro il 2030 metà della produzione termica delle aziende sarà localizzata in aree sottoposte a uno stress idrico alto o estremamente alto.

Energia nucleare: un’alternativa a basse emissioni di carbonio per aiutare l’Unione Europea a contenere il cambiamento climatico, ma con limitate prospettive di crescita. Le aziende che si concentrano sul nucleare a scapito delle rinnovabili col tempo potrebbero limitare le loro opportunità di crescita.

Innovazione dei modelli di business: solamente tre aziende hanno visto i loro obiettivi giudicati[6] come compatibili con la limitazione del riscaldamento globale a 2°C. Gli obiettivi più proattivi si spingono fino al 2050 e richiedono la completa decarbonizzazione delle forniture elettriche.

Retribuzione dei dirigenti: solo una compagnia sulle 14 analizzate prevede pacchetti retributivi a lungo termine per i suoi CEO basati sulle misurazioni legate al cambiamento climatico.

Politiche climatiche: dall’analisi di InfluenceMap risulta che le aziende rimangono contrarie a una serie di politiche climatiche, in particolare alle leggi nazionali come la UK Carbon Price Floor, i sussidi per le energie rinnovabili, come così alle tariffe di immissione.

Drew Fryer, senior analyst investor research CDP, conclude: «In Europa, le maggiori aziende devono trasformare i loro modelli di business al fine di raggiungere gli obiettivi climatici fissati dall’Accordo di Parigi. Verbund sta indicando la strada nella pianificazione per il futuro, prevedendo per il 2020 un portafoglio energetico prodotto al 100% da fonti rinnovabili e smantellando le rimanenti attività basate sui combustibili fossili. Tuttavia, ancora molte altre aziende restano dipendenti dal carbone per una quota significativa di energia prodotta, e nei prossimi anni supereranno il valore limite di carbonio sulla base delle esistenti attività prodotte da combustibili fossili. Una rapida diffusione di rinnovabili è cruciale per il settore nel momento in cui esso si sta muovendo verso un futuro a bassa emissione di carbonio».