Etiopia: un anno dopo l’inaugurazione della diga Gibe III arriva l’inchiesta RAI

E Salini Impregilo sta già costruendo la quarta diga in uno degli ambienti più fragili del pianeta

[23 novembre 2017]

Survival International prende atto con soddisfazione che «A distanza di quasi un anno dall’inaugurazione di Gibe III – la controversa diga realizzata in Etiopia dall’italiana Salini Impregilo, la giornalista Chiara Avesani è andata sul campo per RAI, per verificare gli effetti che il gigantesco progetto idroelettrico e le piantagioni agroindustriali ad esso associate stanno avendo sull’ambiente e sui popoli indigeni della bassa valle dell’Omo, in Etiopia, e del lago Turkana in Kenia».

La regione della bassa valle dell’Omo e del Lago Turkana, che è considerata la culla dell’evoluzione umana, è anche un’area di eccezionale biodiversità che conta due siti dichiarati Patrimonio dell’umanità dell’Undesco e 5 parchi nazionali ma Salini Impregilo, completata Gibe III, è ora passata alla fase successiva del piano di sviluppo idroelettrico previsto nella stessa valle dell’Omo: la costruzione di una quarta diga Gibe, Koysha e per la quale ha chiesto il supporto finanziario di SACE.

L’organizzazione che difende i popoli indigeni  ricorda che «Da quando sono iniziate le fasi di riempimento del bacino della diga, agli inizi del 2015, sono state fermate per sempre le esondazioni naturali del fiume Omo, da cui dipendono la straordinaria biodiversità del territorio e la sicurezza alimentare di almeno 100.000 indigeni in Etiopia e di circa 300.000 indigeni attorno al lago Turkana in Kenia. Sono minacciati interi popoli rimasti fino a ieri largamente autosufficienti in uno degli ambienti più fragili del pianeta. Tra questi i Mursi, i Bodi, i Kwegu, i Kara, i Nyangatom e i Dassanach sul fronte etiope, e i Turkana, gli Elmolo, i Gabbra, i Rendille e i Samburu in Kenia. A partire dal 2011 molte comunità etiopi hanno perso l’accesso a parte dei loro territori, da cui sono stati sfrattati a forza dal governo senza esser state nemmeno consultate preventivamente, come previsto per legge».

Pressati dalle  critiche internazionali, il governo etiope e Salini Impregilo si erano impegnati a ovviare all’introduzione delle piene dell’Omo con delle esondazion i artificiali pilotate, ma Survival fa notare che, «anche secondo le immagini e le testimonianze trasmesse lunedì sera su RAI3 nel corso della trasmissione d’inchiesta “Indovina chi viene dopo cena”, negli ultimi tre anni non ci sono stati rilasci di acqua sufficienti ad alimentare e garantire i mezzi di sostentamento degli indigeni. Molti sono già ridotti alla fame e alla disperazione».

Un kara  ha detto alla Avesani: «Prrima eravamo autosufficienti, mangiavamo tranquillamente. Prima potevamo coltivare il sorgo sulle rive del fiume dopo che l’acqua rientrava dalle esondazioni, avevamo molte cose, bestiame, mucche, capre… Sono tre anni che non ci sono più esondazioni e la vita è molto difficile».

Un dassanach ha raccontato che «Da quando l’acqua è scesa, è impossibile coltivare. Abbiamo provato a parlare con il governo, e ci hanno dato i tubi per irrigare, però non viene la stessa quantità di raccolto di quando coltivavamo sul limo delle esondazioni. Ora la mia vita dipende dai turisti e dagli aiuti alimentari del governo, e non sono abbastanza».

Survival International ricorda che a gennaio scorso si è «ritirata formalmente dall’Istanza depositata nel marzo del 2016 contro Salini Impregilo presso il Punto di Contatto Nazionale italiano dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (Ocse)». Nel testo, , tra altre cose, Survival accusa l’azienda «di aver violato le Linee Guida Ocse per aver privato le comunità delle loro ricchezze e risorse naturali senza averle prima consultate e senza avere il loro consenso previo, libero e informato».

Survival  soiega di essersi ritirata dal procedimento a causa delle le condizioni poste dal Punto di Contatto (Pcn) per l’apertura della fase di mediazione – ritenute dall’ONG «incompatibili con la necessità di continuare il proprio lavoro di advocacy in difesa dei popoli indigeni del territorio» – e alcuni dei contenuti della Valutazione iniziale dell’Istanza fatta dal Punto di Contatto. Tra questi, spiega Survival in una lettera ufficiale inviata al Pcn, «i sono anche le presunte esondazioni artificiali, “accolte con favore” dal Pcn nonostante Survival e autorevoli esperti indipendenti nutrano profonde riserve in generale sulla loro effettiva efficacia e fattibilità».

Commentando il servizio di Indovina chi viene dopo cena, la direttrice di Survival per l’Italia, Francesca Casella, ha detto che «Impoverimento, morte e “zoo umani” sono un prezzo troppo alto da pagare al presunto “progresso” e sono inaccettabili. Non ci potrà mai essere vero sviluppo senza giustizia sociale e ambientale. È ora che governi e aziende si impegnino a rispettare realmente le linee guida dell’Ocse, il cui scopo ultimo dovrebbe essere proprio quello di stimolare comportamenti imprenditoriali responsabili. Le violenze e le sofferenze inflitte sistematicamente ai popoli indigeni nel nome di un malinteso bene superiore sono una delle crisi umanitarie più urgenti e raccapriccianti del nostro tempo».