Vogliono approfittare dello scioglimento dei ghiacci marini per trasportare il petrolio in Europa

Follia nell’Artico canadese: oleodotti e sottomarini nucleari per trasportare a nord il petrolio più sporco del mondo

Ma First Nations ed ambientalisti non ci stanno

[11 settembre 2014]

«Non possiamo andare a Sud, non possiamo andare ad Ovest, non possiamo andare ad est, così, ehi, lasciateci ‘andare a Nord». Secondo Oil Change International questa è l’ultima pensata della lobby dei combustibili fossili canadesi nei suoi tentativi sempre più disperati di esportare il petrolio più sporco e ad alta intensità di emissioni climalteranti del mondo: quello delle tar sands, le  sabbie bituminose dell’Alberta.

Attualmente tutti i progetti per esportare tar sands dal Canada stanno subendo ritardi perché, nonostante l’entusiastico appoggio del governo conservatore ed ecoscettico canadese, trovano numerosi ostacoli legislativi e da parte delle comunità locali, quindi alle compagnie petrolifere  è venuta un’idea folle che somiglia ad un ricatto messo nero su bianco nel voluminoso ed illustratissimo rapporto “Arctic Energy Gateway Prefeasibility” di Canatec: esportare il petrolio più inquinante del mondo dall’Artico, sfruttando le nuove rotte commerciali liberate dallo scioglimento dei ghiacci marini provocato dal global warming e, quando non è possibile, enormi rompighiaccio o giganteschi sottomarini/petroliere nucleari o a gas che navigherebbero sotto la banchisa sempre più sottile.

Dicevamo che sembra un ricatto perché questa follia, un oleodotto che taglierebbe in due il Canada da sud a nord, passando per aree delicatissime dal punto di vista ambientale, con l’obiettivo di raggiungere i lucrosi mercati europei, sarebbe un’alternativa alla pipeline Keystone XL che dovrebbe trasportare il petrolio delle sabbie bituminose dell’Alberta fino alle raffinerie texane ed alle coste del Golfo del Messico, tagliando in due gli Usa da nord a sud. Un’opera gigantesca che è impantanata in ritardi e polemiche ed in attesa di una decisione da parte del presidente Barack Obama, stretto tra le pressioni della lobby petrolifera sostenuta dai repubblicani e le proteste delle associazioni ambientaliste e delle comunità locali che spesso appoggiano i candidati democratici in funzione anti-Keystone XL.  E la grande coalizione ambientalista, popolare e delle tribù pellerossa che si oppone alla Keystone XL ha già promesso che il no all’oleodotto sarà al centro della People’s Climate March che si terrà a New York il 21 settembre in occasione della Conferenza di alto livello sul cambiamento climatico voluta dal segretario generale dell’Onu Banl Ki-moon.

Il percorso occidentale, attraverso la Northern Gateway pipeline, potrebbe trasportare circa 500.000 barili al giorno dall’Alberta all’altra provincia canadese della British Columbia ma, anche se a giugno ha a ottenuto un permesso dall’autorità di regolamentazione canadese, deve fare i conti con la decisissima e dura opposizione delle First Nations, le amministrazioni dei territori autonomi delle popolazioni autoctone, ed i gruppi ambientalisti  canadesi.

In una recente dichiarazione il presidente della Northern Gateway Pipeline company, John Carruthers, ha ammesso che la data del 2018 come Avvio della Northern Gateway pipeline «Sta rapidamente evaporando» e il suo pessimismo sta aumentando: teme che l’oleodotto resti bloccato per anni dalle azioni legali promosse dai nativi canadesi, dalle associazioni ambientaliste e dalle comunità locali.

A luglio è toccato al progetto del percorso orientale subire una pesantissima battuta d’arresto: la piccola città costiera di South Portland ha approvato a schiacciante maggioranza di vietare l’esportazione del petrolio delle sabbie bituminose, bloccando così il tentativo delle companies delle tar sands di trasportare il greggio dall’ Alberta al porto della città, il secondo terminal petrolifero della costa statunitense del Pacifico.

Così ai petrolieri ad ai politici loro amici dell’Alberta e di Ottawa è venuta in mente la folle idea della rotta verso nord, in quello che Oil Change International chiama «L’ultimo insperato tentativo di trovare un percorso per esportare le sabbie bituminose» è il prgetto del doppio Arctic Gateway Pipeline che invierebbe 100.000 barili di tar sands al giorno, lungo la Mackenzie Valley  fino al porto di Tuktoyaktuk, nella costa artica dei North West Territories (NWT).

Oltre a trattarsi di una gigantesca impresa ingegneristica, un oleodotto di 2.400 km di lunghezza che farebbe impallidire il Keystone XL  che arriverebbe a 1.897 km) e il Northern Gateway (1.177 km) avrebbe rischi ambientali enormi ed una gestione difficilissima, attraversando alcuni degli ambienti climaticamente più duri del pianeta, habitat importantissimi per a biodiversità planetaria e attraversa vaste aree di territori delle First Nations. Ma il governo dell’Alberta se l’è cavata commissionando uno studio di fattibilità da 50.000 dollari con il quale assicura che le sabbie bituminose possono essere esportati tramite questo percorso e poi attraverso  l’Oceano Artico. Secondo il portavoce di Alberta Energy, Ryan Cromb, «Il rapporto è stato commissionato  come parte del nostro sguardo più ampio all’accesso al mercato in tutte le direzioni: est, ovest, nord e sud».

Naturalmente il ponderoso ma frettoloso studio sostiene che l’oleodotto artico porterà sviluppo economico e quindi è un male necessario per questa remota area e scarsamente popolata area del Canada che non sa che farsene di questo tipo di “sviluppo”, ma il rapporto afferma che «Se l’opzione Mackenzie Valley va avanti, i NWT sperimenteranno una crescita enorme in termini di attività industriale e della popolazione».

Ma si tratta proprio delle popolazioni che non vogliono sentirne parlare del greggio delle tar sands che accusano di essere una delle cause dei grandi cambiamenti climatici in corso nell’Artico. Per ironia della sorte, uno dei motivi per i quali la i consulenti della Canatec  hanno scritto il rapporto è proprio il cambiamento climatico accelerato che renderebbe disponibili nuove rotte marine grazie allo scioglimento della banchisa ghiacciata.

Keith Stewart, di Greenpeace Canada, ha detto in un’intervista telefonica a ThinkProgress che i piani dell’ Arctic Gateway sono  più di una merce di scambio che una vera e propria proposta,  «È più come, “se non lasciate a costruire un oleodotto che è una cattiva idea, noi costruiremo una pipeline che è davvero una pessima idea. Il fatto che l’oleodotto verrebbe parzialmente costruito sul permafrost, che recentemente non è molto stabile e la  lontananza del Circolo Polare Artico significano anche che non esiste un modo possibile per bonificare una fuoriuscita di petrolio in questo ambiente. L’ambiente artico è molto fragile».

Il rapporto fa parte delle manovre politiche messe in atto per convincere le comunità delle First Nations ad accettare il transito del greggio sui loro territori attraverso la costruzione di pipelines che raggiungano il  Mar Glaciale Artico. Il rapporto sottolinea che a Nunavut, la più settentrionale provincia canadese, sotto amministrazione inuit (quelli che chiamiamo erroneamente esquimesi) «Il prelievo di sussistenza avviene in tutte le principali vie d’acqua di Nunavut e costituisce un’importante fonte di cibo (per non parlare della sua importanza culturale). Di conseguenza, l’opposizione alle spedizioni di massa di greggio nelle acque Nunavut deve essere prevenuta sia a livello di comunità che attraverso i canali ufficiali».

E steward sottolinea: «Ho il sospetto che incorreranno nella stessa reazione [da parte delle First Nations] come per altre proposte. Stanno mettendo a rischio i mezzi di sussistenza esistenti  per qualcosa che non porterà nessun beneficio».

Alla fine è lo stesso “Arctic Energy Gateway Prefeasibility” ad ammettere che i  rischi di uno sversamento nell’Artico del petrolio estratto dalle sabbie bituminose sono catastrofici, perché nella regione «Mancano attrezzatura, personale e capacità logistica per rispondere efficacemente alle fuoriuscite di petrolio».

Quindi non è sorprendente che gli ambientalisti definiscano “orribile” la prospettiva di un oleodotto settentrionale per portare il petrolio più sporco del mondo nell’area ecologicamente più a rischio del mondo. Come dice giustamente Mike Hudema di Greenpeace Canada, «Con tutto questo è assolutamente ridicolo che venga preso in considerazione un percorso Artico».