Fracking, anche l’Eni abbandona l’eldorado polacco dello shale gas

Quanto è costata l’avventura italiana nel “Paese ideale”?

[15 gennaio 2014]

Dopo Exxon Mobil, Marathon Oil e Talisman Energy, anche l’Eni abbandona l’esplorazione del gas di scisto in Polonia, fino a qualche ora fa presentata dagli entusiasti sostenitori italiani del fracking come l’esempio da seguire per uscire dai vincoli ambientali e legislativi che impedirebbero di realizzare il miracoloso boom del petrolio e del gas non convenzionali anche in Italia.

Tra i sostenitori del fracking e del modello polacco c’era (e c’è) anche la nostra multinazionale energetica che ora, come si legge su Puls Biznesu, è scoraggiata perché «al momento non ci sono successi spettacolari». Quindi l’Eni, alla scadenza, non ha rinnovato 2 delle 3 licenze in suo possesso. Il ministero dell’Ambiente polacco ha detto alla Reuters di non aver ricevuto dalla compagnia italiana nessuna comunicazione su cosa intenda fare con la terza licenza per lo shale gas che scade nel giugno 2018, ma sembra che Eni sia intenzionata a rinunciarci già prima della scadenza.

E pensare che la stessa Eni il 10 febbraio 2010 in un comunicato annunciava soddisfatta di aver raggiunto un accordo per l’acquisizione di Minsk Energy Resources e «per diventare operatore di tre licenze nel bacino baltico in Polonia, area ad alto potenziale per lo shale gas. Le licenze sono localizzate nel nord est della Polonia, e si estendono per 1.967 chilometri quadrati. L’inizio delle operazioni di perforazione, che prevedono un impegno esplorativo totale di 6 pozzi, è previsto per il 2011. Eni opererà le licenze facendo leva sulle ampie competenze e l’esperienza acquisite attraverso la joint venture cui partecipa nel Barnett Shale in Texas, il primo bacino di shale gas al mondo sviluppato su larga scala».

L’impresa italiana affermava un tempo che l’accordo era l’ingresso nel settore del gas non convenzionale europeo, «in linea con la strategia di espansione nel settore delle risorse non convenzionali» e sottolineava il “grande affare” che si apprestava a fare: «La Polonia, che attualmente importa circa il 70% del suo fabbisogno di gas, rappresenta per Eni il Paese ideale per avviare le sue operazioni in questo settore emergente, di grande rilevanza per tutta l’industria oil & gas».

Adesso si è vista come è finita, e sarebbe anche bene sapere dal ministero delle Finanze quanto è costata alla multinazionale partecipata dallo Stato italiano questa avventura nel Paese ideale del fracking.

Di fronte all’esodo delle imprese straniere, il più silenzioso e discreto possibile perché le multinazionali ammettono mal volentieri i loro costosi sbagli, i polacchi pongono tutte le loro ultime speranze di tenere in piedi l’appassito miracolo dello shale gas sull’area di Lubocino. Ma il primo tentativo di fratturazione idraulica è fallito anche lì.

Puls Biznesu dice che ad allontanare gli stranieri dal gas di scisto polacco sono le normative poco chiare e difficoltà geologiche, e solo Chevron e ConocoPhillips sono rimaste a fare la guardia al barile vuoto dello shale gas polacco, che solo poche settimane fa sembrava la soluzione dei problemi energetici e delle emissioni di gas serra del Paese europeo più dipendente dal carbone (e forse più eco-scettico).

La corsa al fracking polacco, che sembrava avere le ali ai piedi per il tanto reclamizzato liberismo senza lacci e lacciuoli ambientali, sembra essersi invece impantanata in una serie di regole confuse, pensate per facilitare gli investimenti nel settore e che invece sono diventate un labirinto burocratico. Ad uscire dal pantano ci ha provato anche il premier liberal-conservatore polacco, Donald Tusk, che ha cercato un capro espiatorio politico e nel novembre 2013 ha silurato il ministro dell’Ambiente Marcin Korolec e buona parte del suo staff,  per sostituirlo con il fedelissimo ed iperliberista Maciej Grabowska. Ma il rimpasto non è servito a trattenere l’Eni e le altre multinazionali, evidentemente convinte che quella dello shale gas polacco sia una partita persa.