Fracking in Pennsylvania: dopo l’accusa ecco il ricatto ambientale della Exxon Mobil

[13 settembre 2013]

La Exxon Mobil, la più grande multinazionale energetica del mondo, è stata accusata di aver scaricato illegalmente più di 189.000 litri di acque reflue in un sito di trivellazione – fracking – di shale-gas in Pennsylvania.

Il procuratore generale della Pennsylvania ha accusato una sussidiaria della Exxon, la Xto Energy, di aver scaricato nel 2010 i fluidi inquinati stoccati in alcuni serbatoi nell’area del giacimento di Marquandt nella contea di Lycoming, l’inquinamento è certo, visto che è stato riscontrato durante un controllo non annunciato del  Department of environmental protection della Pennsylvania, quando gli ispettori scoprirono che era stato aperto lo scarico di un serbatoio per far fuoriuscire i reflui sul terreno, inquinando così un ruscello nelle vicinanze. Alla Xto è stato ordinato di rimuovere le 3.000 tonnellate di terra inquinate per bonificare l’area. Secondo quanto dice il procuratore le acque reflue dei pozzi di gas dalla Xto/Exxon possono contenere cloruri, bario, stronzio e alluminio, dichiarazione del procuratore generale ha mostrato. Ma la Xto Energy non l’ha presa bene e sul suo sito internet ha risposto che «Le accuse penali sono ingiustificate e prive di fondamento giuridico. Da parte di Xto non c’è stata cattiva condotta intenzionale, imprudente o negligente». Visto quanto trovato dagli ispettori, siamo alla negazione dell’evidenza.

La Pennsylvania negli ultimi 5 anni è diventata uno dei più grandi stati produttori di gas, grazie al fracking nell’enorme giacimento di  Marcellus Shale, una formazione rocciosa che si estende in tutto il nord-est degli Stati Uniti e dove, secondo la Energy information administration, si trova il 24% delle riserve di gas di scisto degli Usa, ma l’entusiasmo iniziale per il gas shale sta calando ed aumentano le proteste contro l’inquinamento prodotto dalla fratturazione idraulica, il fracking.

Exxon ha acquisito Xto nel 2009 per 34,9 miliardi dollari ed ora deve rispondere di 5 capi di imputazione per comportamenti illeciti ai sensi della Clean Streams Law e del Solid Waste Management Act. La risposta del gigante dei combustibli fossili è sconcertante e sconfortante: «Accusare Xto in queste circostanze potrebbe scoraggiare le buone pratiche ambientali. Questa azione indica agli operatori del petrolio e del gas che la creazione di infrastrutture per riciclare l’acqua prodotta li espone al rischio di significative sanzioni legali e finanziarie se devono effettuare un piccolo rilascio», che poi sarebbero 189 tonnellate di liquidi inquinati in un torrente. Roba che ormai non è più consentita nemmeno in Cina.

Alla Xto/Exxon è indigesto il principio chi inquina paga e ribatte di aver «Agito rapidamente» per bonificare lo sversamento e che comunque «Non c’è stato alcun impatto ambientale duraturo».

In un atto transatto con la Environmental Protection Agency (Epa) e con il Dipartimento della giustizia Usa, il 18 luglio la Xto aveva accettato di pagare «Sanzioni civili ragionevoli», compresi 20 milioni di dollari per riciclare almeno la metà dei reflui delle sue attività di fracking.

La risposta della multinazionale solleva una domanda cruciale sul fracking: quanto viene divulgato pubblicamente di questa attività industriale e del suo reale impatto sull’ambiente? Secondo ThinkProgress, «Grazie a leggi sostenute dai front groups  delle corporations, come American Legislative Exchange Council, sponsorizzato da ExxonMobil, gli Stati hanno permesso la minima divulgazione dei dati sulle sostanze chimiche utilizzate nei fluidi del fracking». La stessa Pennsylvania, che ora richiede maggiori informazioni alle autorità di regolamentazione, ha un “regolamento bavaglio” sui rischi per la salute del gas shale. Nel frattempo, a luglio uno studio ha scoperto che più si vive vicino ai pozzi utilizzati per il fracking più è probabile che l’acqua potabile sia contaminata: in 115 dei 141 pozzi analizzati è stato trovato metano.

Per anni le compagnie petrolifere e gasiere hanno prima frantumato il sottosuolo con il fracking e poi cercato in ogni modo di non pagare le multe ridicole per i disastri che avevano causato.  Jack Gerard, il presidente dell’ American Petroleum Institute, la lobby petrolifera Usa  ha sostenuto che  le autorità di regolamentazione «Non possono essere per il potenziale sviluppo dell’energia negli Usa ed essere contro la fratturazione idraulica. Fondamentalmente non possono regolamentare la stessa tecnologia che ha creato il potenziale e negare la possibilità di utilizzarla nei luoghi in cui possiamo vedere la creazione di posti di lavoro, la creazione di reddito». Ritorna, in Pennsylvania come all’Ilva di Taranto, il solito ricatto tra lavoro e salute, tra occupazione ed ambiente. Il recente  rapporto pro-fracking “”America’s New Energy Future: The Unconventional Oil & Gas Revolution and the US Economy,” finanziato  da America’s Natural Gas Alliance, American Petroleum Institute, American Chemistry Council, Natural Gas Supply Association, Marcellus Shale Coalition e altre associazioni di categoria che vogliono un fracking senza regole sottolinea che l’economia ha la priorità su ogni principio di  precauzione. Secondo questo rapporto, l’aumento del petrolio e del  gas non convenzionali nel 2012 ha aggiunto in media di 1.200 dollari di reddito per ogni famiglia Usa e dà lavoro ad 1,2 milioni di persone, che dovrebbero salire a 3,3 milioni entro il 2020. Cifre enormemente più elevate di tutti i precedenti studi indipendenti e che la dicono lunga sul tentativo della lobby del fracking di imbastire una campagna di disinformazione nella quale l’ambiente, la salute ed il benessere di intere comunità sono sacrificabili nel nome dell’eterno Dio del profitto e della deregulation che si nasconde dietro la maschera dell’interesse energetico ed economico del Paese e del lavoro. Ma mentre la Exxon sversa illegalmente i fluidi inquinanti del fracking sono le sue già pingui casse a riempirsi di dollari, grazie alle precauzioni ambientali che non vuole prendere.