Fukushima, il rischio cancro per radiazioni non aumenterà molto?

Il nuovo studio sull’area non valuta però le radiazioni ricevute nel primo anno dopo il disastro nucleare

[26 febbraio 2014]

Mentre il governo giapponese sta facendo rientrare alcuni abitanti nell’area “proibita” di Fukushima Daiichi e mentre la Tokyo electric power company (Tepco) sta avviando la realizzazione della diga di terra congelata che dovrebbe impedire altri sversamenti di acqua altamente radioattiva nell’Oceano Pacifico,  Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America (Pnas)  pubblica lo studio “Radiation dose rates now and in the future for residents neighboring restricted areas of the Fukushima Daiichi Nuclear Power Plant”, nel quale un folto gruppo di ricercatori giapponesi valutano le dosi di radiazioni da radiocesio depositate in tre aree all’interno di un raggio di 20 – 50 km dalla centrale nucleare di Fukushima: il villaggio di Kawauchi, l’area di Tamano a Soma, e la zona Haramachi a Minamisoma. Tutte e tre le aree di studio confinano con aree dove la popolazione non è ancora rientrata o dove è consentito un accesso limitato.

Il team di  scienziati giapponesi, con a capo Akio Kizumi della Kyoto University Graduate School of Medicine, nell’agosto-settembre ha analizzato le dosi esterne, misurate con dosimetri indossati dai 458 persone che hanno partecipato ai test, così come le dosi da inalazione e da ingestione di cibo.

La maggior parte delle radiazioni di Fukushima ricevute dai soggetti coinvolti nello studio è risultata provenire da fonti esterne, come il cesio radioattivo “groundshine” frutto del fallout dell’esplosione dei reattori della centrale, piuttosto che dal cibo o per inalazione. Secondo lo studio nel 2012, le dosi di radiazioni medie annuali associate al disastro nucleare di Fukushima è stato 0,89-2,51 millisievert (mSv all’anno, discostandosi poco dall’esposizione media alla radiazione di fondo naturale in Giappone:  2 mSv/anno. Sembra di ripercorrere lo scenario post-Chernobyl, quando gruppi di ricercatori dicevano che praticamente non era cambiato niente al di fuori della zona “rossa” ed aumentavano misteriosamente malattie genetiche e casi di cancro.

I ricercatori giapponesi hanno utilizzato un linear no-threshold (LNT) dose-response model, che predice il  rischio sanitario direttamente proporzionale all’esposizione alle radiazioni e comunque ricordano che anche l’esposizione a minore dosi di radiazioni comporta alcuni rischi, però concludono che, nel 2022, le dosi medie saranno comparabili con le variazioni del dosaggio di fondo in tutto il Giappone.

Nello studio «Si stima che le extra lifetime integrated doses dopo il 2012 aumentino il rischio di cancro durante la vita al massimo di un fattore di 1,03 – 1,05» ed a questi livelli gli aumenti dei tassi di cancro non sono epidemiologicamente rilevabili. I ricercatori aggiungono che «Queste stime semplici e prudenziali  sono comparabili con variazioni del dosaggio di fondo, ed è improbabile che si superi la dose ammissibile ordinaria (1 mSv / anno) per la maggioranza della popolazione di Fukushima».

Il team di Kizumi  però deve riconoscere che «La natura a breve termine dello studio comporta alcune incertezze: per esempio, studi precedenti nella regione hanno scoperto che le nevicate sono in grado di offrire un effetto schermante, riducendo efficacemente le dosi da radiazioni terrestri nei mesi invernali».

I ricercatori aggiungono che «La valutazione del rischio sanitario indica che a Tamano le dosi post 2012 aumenteranno il cancro solido, la leucemia, e l’incidenza del cancro al seno rispettivamente di 1,06%, 0,03% e 0,28%. Tale valutazione deriva  dall’osservazione breve termine, con incertezze e non ha valutato la dosi e l’esposizione al radioiodio del primo anno».  Quindi lo studio non valuta le dosi più massicce di radiazioni ricevute nel primo anno dopo il disastro nucleare. Ma comunque il team giapponese è convinto che la ricerca fornisca «La prospettiva a lungo termine dei livelli di esposizione alle radiazioni», nelle tre località della Prefettura di Fukushima.

In un’intervista all’Ansa, Elena Fantuzzi, responsabile dell’Istituto di Radioprotezione (Irp) dell’Enea, sottolinea che «I dati confermano quanto si era ipotizzato sin dall’inizio e rappresentano un buon punto di inizio per la raccolta dei dati su quella che è l’effettiva situazione. Nello studio mancano però, e lo evidenziano i ricercatori stessi, i dati relativi ai primi mesi, quelli subito dopo l’incidente. Non si hanno quindi informazioni sulla quantità di radiazioni a cui sono state esposte le persone nelle prime settimane, forse quelle più pericolose.  Questo non vuol dire però che i dati siano insufficienti o che quelli mancanti siano disastrosi. Si tratta di una base di lavoro necessaria che ha ancora lacune e dovrà essere proseguita nel tempo, comunque un fondamentale strumento di studio».

Nel gennaio 2013 anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) aveva detto che la radioattività rilasciata dalla centrale nucleare di Fukushin ma Daiichi rappresenta un basso rischio per la popolazione giapponese nel suo insieme e che per la popolazione dell’intera prefettura di Fukushima «I rischi previsti sono bassi e non sono previsti aumenti osservabili nei tassi di cancro rispetto alle precedenti aliquote di base», ma l’Oms ha anche detto che le stime del rischio di cancro sono alte per due città vicine a Fukushima Daiichi: Namie e Iitate, dove un numero imprecisato di persone potrebbe essere rimasto a casa per 4 mesi dopo la catastrofe nucleare, prima di essere evacuate.