Fukushima già dimenticata? Turchia, Iran e India comprano alla bottega nucleare giapponese

[7 gennaio 2014]

Il tragico fallimento del nucleare giapponese, che si autodefiniva “il più sicuro del mondo” a Fukushima Daiichi non sembra più far paura nonostante il cadavere radioattivo della centrale continui a provocare gravissimi problemi e rappresenti una seria ipoteca economica e ambientale per il futuro del Giappone. Oggi infatti il Paese del Sol Levante ha accolto in pompa magna il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan – in crisi nera in patria per scandali a ripetizione che hanno coinvolto le famiglie dei ministri del governo islamico -, che è stato il protagonista di una cerimonia al palazzo Akasaka a Tokyo e poi ha passato in rassegna la guardia d’onore con il premier giapponese Shinzo Abe.

Il vertice tra Erdogan e Abe serve ad aprire le discussioni su un accordo per una partnership economica bilaterale ma soprattutto, come scrive il network pubblico radio-televisivo nipponico Nhk, alla conferma «che le due parti si adopereranno per una rapida attuazione di un patto di cooperazione sul nucleare civile. Il patto dovrebbe consentire l’esportazione di nucleare giapponese in Turchia, dove un consorzio giapponese-francese ha ottenuto un ordinazione per costruire una centrale nucleare».

Si tratta del terzo meeting tra i 2 premier conservatori, e Abe punta a rafforzare – anche attraverso la (s)vendita della tecnologia nucleare –  i legami con la Turchia che ha un’economia in costante crescita, a differenza di quella giapponese che stenta ad uscire dalla stagnazione nonostante le iniezioni di denaro fresco e le politiche espansionistiche del governo.

E il nucleare giapponese non solo piace molto alla Turchia, Paese sismico con alti livelli di pericolosità, ma anche ad un altro Paese ancora più problematico politicamente, e dove la terra trema spesso: l’Iran. Ieri il vice ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araqchi, ha detto che la Repubblica islamica vuole che il Giappone la aiuti a costruire nuove centrali nucleari nel Paese degli ayatollah, ancora sotto embargo proprio perché ha costruito una centrale nucleare e sta arricchendo l’uranio per farla funzionare.

In un’intervista concessa alla Nhk il 5 gennaio a Teheran, Araqchi  ha sottolineato: «Credo che l’Iran e il Giappone possano lavorare insieme per costruire centrali per produrre elettricità. I leader giapponesi sono consapevoli dell’idea e diventerà uno dei temi chiave che collegano i due Paesi».

Il governo islamico iraniano vuole arrivare a produrre ben 20.000 megawatt di elettricità con l’energia nucleare. Proprio la tecnologia giapponese, in vendita a prezzi stracciati dopo la catastrofe nucleare di Fukushima Daiichi, attira gli iraniani come il miele. Anche perché questi potrebbero mettere sul tavolo dei negoziati sul programma nucleare con il G5+1 (Cina, Francia, Gran Bretagna, Russia Usa e Germania)  l’acquisto di tecnologia atomica da un Paese fedele alleato degli Usa. Bisognerà capire come la prenderanno i due attuali “protettori” dell’Iran, Cina ed India, che hanno ambedue conti territoriali aperti con il Giappone e che vedono come fumo negli occhi la svolta militarista e il revisionismo storico di Abe. Intanto Araqchi ha fatto sapere che «i leader iraniani sperano di raggiungere un accordo definitivo entro novembre. Si aspettano di iniziare a mettere in atto un  nuovo sviluppo nucleare in cambio di un alleggerimento delle sanzioni economiche entro la fine del mese».

Come se non bastasse, c’è un altro ingombrante cliente che sta bussando alle porte della riaperta bottega del nucleare giapponese: l’India nuclearista e dotata di armi atomiche. Il New Komeito, che forma il governo di centro-destra giapponese insieme ai liberaldemocratici di Abe, è preoccupato da questo approccio: il partito è infatti espressione di una corrente del buddismo che non sconfessa la politica nuclearista dei suoi alleati ma che professa (anche con mostre in giro per il mondo) un’avversione al nucleare militare e quindi non dovrebbe vedere di buon occhio un accordo con un Paese come l’India che non ha nemmeno firmato il Trattato di non proliferazione nucleare. Ma a quanto pare il capo del New Komeito, Natsuo Yamaguchi, sembra aver infine deciso di guardare pià alla pecunia che alle velleità religiose, accelerando la conclusione di un patto nucleare con l’India.

Yamaguchi il 6 gennaio si è infatti incontrato a New Delhi con il ministro indiano degli Esteri, Salman Khurshid, e ha ricordato che «l’opinione pubblica  giapponese è molto sensibile sull’energia nucleare, a causa dei bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki, così come per l’incidente di Fukushima». Per questo il patto atomico, che consentirebbe al Giappone di esportare tecnologia nucleare in India, «deve essere preceduto dalla comprensione da parte dell’opinione pubblica». Cosa che evidentemente il partito buddista si prepara a realizzare, visto che, secondo quanto afferma l’Nhk e confermano fonti indiane, «Yamaguchi ha detto che il suo partito non ha grandi differenze con il suo partner di coalizione, il Partito Liberal Democratico, e che spera nella flessibilità nei colloqui a livello operativo».

Intanto a tenere banco in Asia è ancora la recente e provocatoria visita del premier Abe al tempio Yasukuni, dove sono sepolti ed onorati diversi criminali di guerra giapponesi, e che ha provocato una crisi politico-diplomatica con Cina e Corea del Sud. Il New Komeito si era parzialmente dissociato, ma ora Khurshid, nelle sue nuove vesti di piazzista nucleare di un partito che si professa anti-atomico, dice che «è meglio imparare dal passato ed andare avanti. Il Giappone deve umilmente accettare le preoccupazioni espresse circa la visita, non solo dalla Cina e dalla Corea del Sud, ma da Usa, Russia e pure dai Paesi dell’Ue. Il primo ministro Abe deve spiegare meglio la posizione del Giappone, che desidera la pace nel mondo e mai darà il via ad una guerra».

La cosa è stata subito presa per buona dal primo ministro indiano Manmohan Singh, che durante un incontro a porte chiuse con il ministro della Difesa giapponese Itsunori Onodera ha detto di comprendere la bellicosa politica di riarmo e revisionista di Abe, ribattezzata generosamente “pacifismo proattivo”.

Non la pensano così i cinesi, che hanno visto come un sanguinoso affronto  della destra nazionalista e nostalgica giapponese la visita di Abe nel tempio scintoista e che continuano a rivendicare la sovranità sulle isole Diaoyu/Senkaku e sugli idrocarburi che nascondono. E il patto nucleare tra Giappone e India, gli ultimi due Paesi contro i quali la Cina ha combattuto una guerra dichiarata, non ci sembra vada affatto nella direzione dello sbandierato “pacifismo proattivo”.