General Motors: il futuro è nelle auto elettriche. Ma non per Marchionne

Greenpeace: è interessato a conservare l’esistente. Verdi: posizione Fiat/FCA preistorica

[4 ottobre 2017]

Dopo oltre un secolo che vende veicoli che inquinano l’atmosfera, il gigante automobilistico General Motors ha annunciato che abbandonerà diesel e benzina per andare verso un futuro elettrico a Zero emissioni, iniziando con due modelli fully electric nel 2018 e  proseguendo rapidamente con almeno altri 18 entro il 2023.

General Motors va così ad aggiungersi  alla  folla sempre più grande di case automobilistiche che hanno dichiarato aperta e inevitabile l’età dell’elettricità: negli ultimi mesi, anche Volvo, Aston Martin e Jaguar Land Rover hanno annunciato l loro rivoluzione elettrica. Ma la dichiarazione di GM è particolarmente interessante perché è tra i più grandi produttori di auto del pianeta: nel 2016 ha venduto 10 milioni di automobili, che vanno dai pickup ai Suv alle city car.

Mark Reuss, responsabile prodotto GM ha spiegato: «General Motors ritiene che il futuro sia all-electric. Siamo già molto avnti con il nostro piano per guidre lungo la strada verso quel futuro mondo».

Reuss ha detto che le auto GM a benzina e diesel sono destinate  scomparire, ma che «La transizione avverrà a diverse velocità, nei diversi mercati e regioni. I nuovi modelli elettrici saranno un mix di auto elettriche a batteria e veicoli alimentati a celle a combustibile».

GM si prepara al divieto di vendita di auto  combustibili fossili annunciato da Francia, Gran Bretagna, Olanda e Norvegia, ma soprattutto punta all’enorme mercato cinese, il più grande del mondo, e a quello emergente indiano: «Nessuna industria  automobilista può competere globalmente senza una stabile quota di auto elettriche». E GM intende prendersi la più grossa fetta possibile del mercato cinese, dove ha intenzione di lanciare 10 modelli di auto elettriche e  ibride entro il 2020 e dove  quest’anno ha già cominciato a vendere una due posti elettrica a  5.300 dollari. Nel 2016 GM  ha venduto in Cina 3,6 milioni di auto, più che negli Usa i (3 milioni).

Di fronte  tutto questo, Sergio Marchionne, l’amministratore delegato di FCA/Fiat che ama bacchettare l’Italia per la scarsa innovazione,  ricevendo una laurea ad honorem in ingegneria industriale dall’università di Trento, non ha trovato di meglio che dire che le auto elettriche sono «un progetto su cui Fca lavora, ma non è la soluzione per il futuro. Stiamo lavorando su tutte le forme di auto elettrica, ma non possiamo ignorare alcuni elementi importanti». Marchionne ha fatto l’esempio della Fiat “500 elettrica”: «L’abbiamo lanciata cinque anni fa in California: per ogni 500 elettrica venduta negli Usa perdiamo 20mila dollari. Un lancio su larga scala sarebbe un atto di masochismo. La questione chiave è come viene prodotta l’energia: prima di pensare che i veicoli elettrici siano la soluzione, dobbiamo considerare tutto il ciclo di vita di queste vetture, infatti le emissioni di un’auto elettrica, quando l’energia è prodotta da combustibili fossili, sono equivalenti a quelli di un altro tipo di auto. Dobbiamo essere realisti, le auto elettriche possono sembrare una meraviglia tecnologica, soprattutto per abbattere i livelli di emissioni nei centri urbani, ma si tratta di un’arma a doppio taglio».

Dichiarazioni che oggi, sul Manifesto, gli costano un caustica risposta del direttore di Greenpeace Italia Giuseppe Onufrio: E così l’Ad di Fiat Chrysler ci ha messo sull’avviso: spingere troppo velocemente sull’auto elettrica mette a rischio il pianeta. È una notizia: non avevamo mai inteso la sensibilità di Marchionne per le sorti dell’ambiente e del pianeta. Infatti, per quanto meno della Volkswagen, anche Fca è rimasta invischiata nel dieselgate. E vale la pena di ricordare la grande responsabilità che ha il settore auto&petrolio nella pessima qualità dell’aria e della relativa mortalità in eccesso – tema per cui l’Italia guida una triste classifica – tanto che lo stesso Marchionne ammette che in città l’auto elettrica in effetti migliorerebbe la qualità dell’aria».

Durissimo il commento del coordinatore dei Verdi Angelo Bonelli: «Rispetto alla realtà che entro tre anni la Cina sarà leader nella produzione mondiale di auto elettriche e che molti paesi in Europa e nel mondo hanno deciso di vietare la circolazione dei motori a benzina e diesel, l’idea di Marchionne che  produrre l’energia da fonti pulite sarebbe una minaccia all’esistenza del pianeta è una posizione preistorica. E’ sconcertante che l’Amministratore Delegato di FCA non pensi ad un piano industriale che vada nella direzione di un mercato che vuole affrancarsi dai fossili. Marchionne parla come ultimo rappresentante della archeologia industriale ed è triste constatare che lui non si renda conto che oggi, a detta di tutti gli scienziati, la vera minaccia per la sopravvivenza del  Pianeta è continuare ad utilizzare fonti fossili per alimentare le auto, visto che queste sono responsabili, secondo i dati dell’Agenzia Europea per l’Ambiente, di 90.000 decessi prematuri l’anno in Italia e di oltre mezzo milione in tutta Europa, che producono un danno economico e sociale per oltre 30 miliardi di euro l’anno solo nel nostro Paese. Di fronte a questi drammatici dati, ci saremmo aspettati più lungimiranza dall’AD di FCA e siamo ancor più preoccupati perché questa impostazione condiziona i piani industriali di FCA in Italia e porterà, a medio e lungo termine, all’obsolescenza delle auto prodotte in Italia dalla stessa FCA poiché non potranno circolare in molte zone delle città italiane».

Bonelli conclude: «Dimostreremo a Marchionne che si sbaglia raccogliendo migliaia di firme in calce alla nostra proposta di legge di iniziativa popolare per la dismissione graduale della circolazione delle auto trainate da motori diesel e benzina».

Onufrio sul Manifesto smonta pezzo pezzo i “timori” di Marchionne che l’auto elettrica sia un rischio per il pianeta: «Proviamo a fare due conti. Come parametro “globale” prendiamo le emissioni di Co2. L’auto più virtuosa in casa FCA, la Panda a metano di ultima produzione, dichiara di emettere 85-119 grammi di Co2 per km. Sappiamo, dalle analisi puntuali di Transport&Environment (T&E) che anche per la Co2 c’è una bella differenza tra le emissioni dichiarate dalle case automobilistiche – basate sui test normalizzati – e le emissioni effettive su strada. Per la Fiat Chrysler, ci ricorda T&E, la differenza è minore rispetto ad altri produttori, ma comunque la differenza è dell’ordine del 25% e, dunque, possiamo correggere il dato quanto meno in un range di 106-149 grammi per km per il modello più virtuoso».

Onufrio fa notare che un’auto elettrica, tenuto conto delle emissioni all’origine, «Su strada – misure effettive di consumo – nessuno dei modelli oggi esistenti nel mercato consuma più di 0,2 kWh per km. Siccome in Italia le emissioni di Co2 per produrre un kWh – in risalita dal 2013, grazie alle politiche anti rinnovabili avviate dal governo Monti in poi – sono circa 330 grammi, e dunque le emissioni «implicite» di Co2 di una vettura elettrica in Italia sarebbero certamente inferiori a 66 grammi per km: circa la metà rispetto a quelle della migliore vettura a gas naturale. Anche considerando le maggiori emissioni attuali per la sua costruzione, l’elettrica rimane migliore certamente in Europa, non in altri Paesi. La quota di rinnovabili è destinata a crescere sia da noi che globalmente, cosa che aumenterà il vantaggio laddove c’è già e lo imporrà laddove il confronto non è ancora favorevole.»

Secondo il direttore di Greenpeace Italia,  per alimentare l’80% del parco veicoli italiano quando sarà elettrico ci vorranno, ma è  «Una stima molto prudente (ce ne vorrà meno)» 60 miliardi di kWh. «Più o meno la quantità di elettricità aggiunta in Italia dalle rinnovabili dal 2007 a oggi – fa notare Onufrio – oggi potremmo aggiungere la stessa quantità in minor tempo e a costi assai più bassi».

La conclusione è che «Dunque l’appello verde di Marchionne è davvero fuori luogo. Suona come una mossa di chi è interessato a conservare l’esistente e a ritardare il più possibile lo sviluppo di una tecnologia su cui non ha mai puntato seriamente».