Roma consuma un terzo delle risorse naturali italiane

Genova è la città con la maggiore impronta ecologica pro-capite del Mediterraneo

I Paesi del Mediterraneo consumano 2,5 volte più risorse naturali di quante ne hanno a disposizione

[27 ottobre 2015]

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La Mediterranean Initiative del think-tank Global Footprint Network il 29 ottobre presenterà alla Conferenza  SwitchMed Connect  il rapporto “How can Mediterranean societies thrive in an era of decreasing resources?” secondo il quale  «Nessun Paese del bacino mediterraneo soddisfa i criteri minimi per uno sviluppo sostenibile: assicurare il benessere di tutti mantenendosi all’interno delle capacità ecologiche del pianeta».

Il primo criterio è definito dall’Indice di sviluppo umano (IDH) dell’Onu, che valida il livelo di benessere delle popolazioni paese per Paese, mentre Global Footprint Network calcola il secondi criterio misurando il consumo delle risorse naturali e dei servizi ecologici da parte di una determinata popolazione.

Secondo il rapporto «I Paesi del bacino mediterraneo utilizzano attualmente 2 volte e mezzo più risorse naturali e servizi ecologici di quelli che I loro sistemi possono fornire». Ma, secon do i dati IDH, negli ultimi anni  è stato registrato un miglioramento dell qualità della vita nella maggioranza dei Paesi del Mediterraneo.

Lo studio, realizzato grazie al sostegno della Fondation MAVA, rivela che «L’intensificazione dei regimi alimentari in proteine animali è un fattore importante dell’aumento dell’impronta ecologica della regione». Anche l’analisi effettuata su 12 città del Mediterraneo dimostra che l’abitazione e i trasporti urbani possono offrire importanti opportunità per ridurre l’impronta ecologica.

Alessandro Galli, direttore per la ricerca del programma mediterraneo di Global Footprint Network, spiega che «Dopo l’adozione dei 17 Obiettivi per lo sviluppo sostenibile da parte dell’ONU il mese scorso, è incoraggiante constatare che lo sviluppo umano è progredito in tutti I Paesi mediterranei. Detto questo, soddisfare pienamente la visione della Strategia Mediterranea per lo Sviluppo Sostenibile  – assicurare un livello di vita elevata senza degradare le risorse ecologiche – richiede di tener conto rigorosamente dei limiti ambientali ad ogni livello decisionale. La buona notizia è che avendo come obiettivo l’alimentazione, la casa e i trasporti, i Paesi mediterranei possono trovare numerose opportunità per gestire meglio le risorse in maniera più sostenibile e sviluppare delle economie più resilienti».

L’IDH dell’Onu  misura il livello di sviluppo di un Paese in base alla speranza di vita, all’istruzione ed al reddito medio degli abitanti. Su una scala da 0 a 1, l’United Nations Development Programme (UNDP)  definisce lo 0,7 come soglia di uno sviluppo elevato (0,8 molto alto). Dal  2000, la maggioranza dei Paesi del bacino del Mediterraneo hanno superato questa soglia. Attualmente solo Marocco ed Egitto hanno punteggi inferiori allo 0,7, ma stanno facendo progressi.

L’impronta ecologica determina se una «Vive secondo le capacità della natura» e misura le risorse ecologiche necessarie per produrre i servizi e le risorse naturali consumate da una data popolazione (cibi di origine vegetale e prodotti a base di fibre, bestiame e pesci, legno ed altri prodotti forestali, spazi necessari alle infrastrutture urbane, foreste per assorbire le emissioni di CO2 provenienti dai combustibili fossili).

Global Footprint Network ricorda che «Tenuto conto degli attuali  livelli di popolazione, il nostro pianeta  è in grado di fornire solo 1,8 ettari globali (hag) di superficie bioproduttiva per persona. Così, anche se le risorse nazionali variano fortemente da un Paese all’altro, è necessario che l’impronta ecologica media pro-capite a livello mondiale sia largamente al di sotto di questa soglia, per tener conto della crescita demografica e dello spazio necessario alla vita selvatica». Invece la maggioranza dei Paesi Mediterranei (esclusi Marocco, Palestina e Siria) hanno un’impronta ecologica superiore ad 1,8 hag.

L’impronta ecologica del consumo alimentare medio di un abitante del mediterraneo è di circa  0,9 hag, variando tra 0,6 e 1,5 hag secondo i Paesi. Une valore superiore a Paesi come India (0,4), Cina (0,5), Costa Rica (0,6) e Germania (0,8). Secondo il rapporto, «I fattori che spiegano il livello relativamente elevato dell’impronta ecologica del consumo alimentare includono la siccità, la relativa debolezza della produttività agricola, la crescente dipendenza dai  prodotti alimentari importati e l’abbandono progressivo del tradizionale regime alimentare mediterraneo. Molto buono per la salute e per l’ambiente. Cereali, legumi ed olii, caratteristici del regime mediterraneo, la cui impronta ecologica è relativamente modesta, sono rimpiazzati da un cibo a forte tenore di proteine animali (carne e prodotti lattieri) con un’impronta ecologica più elevata, perché queste proteine necessitano di più terre bioproduttive per produrre la stessa quantità di calorie degli alimenti di orgine vegetale».

Per ridurre l’impronta ecologica, la soluzione sta nel miglioramento della produttività agricola, nella riduzione dei rifiuti alimentari e nella promozione di diete più sane e meno intense in risorse-

Il rapporto analizza anche l’impronta ecologica di 12 città: Genova, Napoli, Palermo e Roma; Barcellona, e Valencia in Spagna; Tunisi; Atene e Salonicco in Grecia; Antalya e Izmir in Turchia e Il Cairo in Egitto, e dice che «Per diversi  Paesi della regione Mediterranea, uno o due centri urbani pesano in maniera preponderante nell’impronta ecologica nazionale».

La città mediterranea con la maggiore impronta ecologica è la megalopoli del Cairo, seguita da Barcellona e Roma. Gli abitanti del Cairo, che sono il 16% della popolazione egiziana, consumano circa l’85% della capacità ecologica dell’Egitto. Roma consuma quasi un terzo del totale delle risorse naturali rinnovabili di tutta Italia, anche se ha solo il 7% della popolazione del nostro Paese.  Ma la città mediterranea con la maggiore impronta ecologica pro-capite è Genova, seguita da Atene e Roma.  Le città con l’impronta ecologica pro-capite più bassa sono Antalya, Il Cairo e Izmir.

Atene, che da sola rappresenta un terzo della popolazione greca, è la città mediterranea con la maggiore richiesta di risorse naturali pro-capite: da sola supera del 22% la capacità ecologica dell’intera Grecia. Il fattore dominante della gigantesca impronta ecologica di Atene sono i trasporti, che rappresentano da soli il 36% dell’impronta ecologica nazionale della Grecia e l il rapporto evidenzia che «Da sole, le politiche municipali dei trasporti potrebbero quindi portare ad una notevole riduzione dell’impronta ecologica della Grecia».

Galli conclude: «Le città  sono centri debordanti di attività che ci permettono di ottimizzare l’utilizzo delle risorse grazie a politiche abitative, di trasporto e di gestione energetica appropriate.  Le città però funzionano anche come ascensore sociale, permettendo agli abitanti di migliorare la loro qualità della vita e quindi di aumentare i loro consumi. La dinamica tra queste due tendenze deve essere pienamente compresa e tenuta di conto , per fare in modo che le municipalità diventino dei motori di progresso, piuttosto che degli ostacoli, sul cammino dello sviluppo sostenibile».