Gilet gialli, quando ha ragione Macron. Ma l’impatto sociale della carbon tax è da rivedere

Tra rivolta corporativa, ribellione sociale e rifiuto delle scelte da fare per salvarsi dal riscaldamento globale

[21 novembre 2018]

Con circa 300.000 manifestanti, le iniziative dei “gilet gialli” che hanno bloccato diverse vie di comunicazione in Francia (e che si stanno estendendo ai dipartimenti di oltremare) si piazzano forse all’11esimo posto tra le mobilitazioni sociali più importanti degli ultimi anni in Francia, ma per partecipanti sono lontanissime da quelle più numerose. Si tratta di una protesta sociale inedita, che aveva promesso di bloccare la Francia il 17 novembre contro l’aumento dei prezzi dei carburanti e che, secondo il ministero degli Interni francese, continua in molti dei 2,034 posti di “rassemblement” che spesso si sono trasformati in posti di blocco. Una protesta in gran parte spontanea ma nella quale sono numerosi i militanti neofascisti del Front National – non sono mancati gli episodi di omofobia, islamofobia e razzismo – e quelli di La France Insoumise, i populisti-sovranisti di sinistra guidati da Jean-Luc Mélenchon.

Come spesso succede in Francia in queste occasioni, non sono purtroppo mancate le vittime e i feriti negli scontri con le forze dell’ordine e, dopo tre giorni di tentennamenti, ieri il ministro degli Interni francese Christophe Castaner ha denunciato la «radicalizzazione» della mobilitazione e ha accusato le forze politiche che la appoggiano di essere responsabili di quel che è successo: «Una persona è deceduta sabato mattina e un’altra è tra la vita e la morte». Ci sono almeno 587 feriti, dei quali 17 gravi e 92 tra questi (2 gravi e un morto) fanno parte delle forze dell’ordine. E’ abbastanza strano che sui social media quelli che più inneggiano in Italia ai gilet gialli siano gli elettori dei due partiti di governo, che hanno licenziato un decreto sicurezza che renderà impossibile organizzare blocchi stradali come quelli francesi e, soparattutto, sono coloro che vorrebbero che le forze dell’ordine in Italia avessero più potere di reprimere le manifestazioni di quel che già hanno ora. Evidentemente la voglia di sicurazza, ordine e “legalità” si ferma a Ventimiglia o in Val Susa, se si parla di movimento No-Tav.

Solo il 10% delle manifestazioni è stato comunicato preventivamente a comuni e prefetture e Philippe Capon, segretario generale del sindacato Unsa Police, ha detto che la situazione è complessa e che la polizia deve fare i conti con blocchi stradali che scompaiono e ricompaiono a seconda degli orari. Castaner ha detto che «la libertà di espressione, di manifestazione, è un diritto fondamentale, ma non può autorizzare che si possa durevolmente impedire, al di fuori di ogni quadro legale, la libera circolazione, né ostacolale la vita commerciale, la vita economica». Per questo ha ordinato ai prefetti e alle forze dell’ordine di sgombrare i picchetti davanti ai depositi petroliferi e ai siti sensibili.

In molti temono una svolta sicuritaria come reazione all’aggressività di alcuni manifestanti, ma l’altro aspetto preoccupante di questa “rivolta” è la regressione che questo movimento vuole imporre rispetto agli impegni ambientali e climatici presi dalla Francia (e dall’Italia). Il tutto giustificato con una richiesta di eguaglianza sociale e contro i trattamenti di favore per i più ricchi, anche se in piazza quel che si nota di più è che spesso i leader dei gilet gialli provengono da gruppi che puntano alla difesa di piccoli privilegi corporativi consolidati.

Su Liberation, il sociologo Patrick Cingolani del Labotratoire de changement social et politique dell’université Paris-Diderot scrive che il movimento “gliets jaunes” ci chiede di riflettere sulla «precarietà e su un processo di precarizzazione che riecheggia più la lotta della gioventù contro la loi travail che le manifestazioni antiparlamentari di destra nella storia nazionale. Appartiene a quei movimenti che, dal 1995, sono preoccupati per un’insicurezza sociale sempre più endemica e che per contraccolpo, come nel 1995, sono composti da persone che si preoccupano tanto della loro sorte quanto di quella dei loro parenti, ragazzi e bambini, che spesso non possono vivere senza i loro aiuti».  Insomma, chi denuncia l’arretratezza ecologica di questo movimento dovrebbe guardarlo nel contesto di una società francese dove la precarietà è diffusa, i salari non aumentano, il mutuo per la casa è da pagare e ora si vuole tassare benzina e diesel per combattere i cambiamenti climatici.

Come fa notare Cingolani, questa frattura sociale è diventata anche «una frattura territoriale, non solo perché numerose famiglie modeste vivono ai margini delle grandi metropoli tecnologiche e terziarizzate, non godendo né dei loro bacini di lavoro né delle loro reti di trasporti pubblici, ma perché, per delle ragioni economiche, hanno preferito installarsi nelle zone periurbane dove la vita è meno cara e gli alloggi più accessibili, anche se il lavoro è più raro».  In questa situazione, le auto – per migliaia di famiglie due auto – sono diventate mezzi necessari per fare ogni giorno decine di km per raggiungere il lavoro o i centri commerciali. La rivolta del gilet gialli è in parte – e in gran parte inconsapevolmente – il frutto della mercificazione della vita contro la quale però nessuno si ribella.

Ma Cingolani avverte che «non è ironizzando su queste sfilate di auto rumorose negli agglomerati e sulla resistenza contro le tasse sui carburanti, in un contesto di crisi ambientale, che farà uscire questo movimento dall’arretratezza. Ecco: più di mezzo secolo dopo che l’impasse della civiltà dell’auto è stato denunciato, cosa è stato fatto? Crediamo davvero che delle tasse del quale non si conosce esattamente l’ammontare basteranno a risolvere una crisi ambientale della quale il presidente (Donald Trump, ndr) di una delle nazioni più potenti nega ancora ad oltranza l’esistenza?».

Insomma, il presidente francese Emmanuel Macron – per il quale chi legge greenreport.it sa che non abbiamo grande simpatia – ha ragione a mettere le tasse sui combustibili fossili che sono la principale causa del riscaldamento globale, ma lo fa senza tener conto del disastro economico, sociale e politico del neoliberismo del quale è comunque un alfiere. La contraddizione sembra insanabile, ma da qui bisogna comunciare, oppure il pallino resta in mano a Trump e agli altri populisti-sovranisti, che comunque tutto vogliono meno che mettere in discussione il capitalismo, e che sono amici dei petrolieri e degli inquinatori.

E’ evidente che tra i capi di movimenti “spontanei” come i gilet gialli emergono figure spiccatamente conservatrici e reazionarie, ma per Cingolani «si tratta di comprendere politicamente la sua polisemia e le diverse dimensioni della rivolta in una politica della precarietà, che non può che essere una politica di alleanza, di convergenza, di orizzontalità. In ogni modo, piuttosto che cecare di arginare questo movimento eruttivo, è necessario testarlo nel suo contenuto e nella sua portata. Nelle dinamiche dei movimenti sociali degli ultimi anni, dalla lotta contro loi travail alle occupazioni di Place de la Répu­blique, che hanno visto costantemente una cooperazione sociale e democratica, si potrebbe dire che questo movimento pone per la prima volta, ma come contrari, la domanda sociale e quella dell’ambiente. In tal senso, il momento è se non decisivo almeno importante e non va perso per ricondurre a unità le contraddizioni e delle divisioni da superare: tra le metropoli e le periferie, tra le città e le campagne, tra le lotte per la libertà degli stili di la vita e le lotte sociali, tra le classi lavoratrici e le classi medie, ecc. Se la parola “persone” ha ancora un significato, non è solo nel suo emergere, ma soprattutto nella sua capacità di dire riuniamoci».

Sempre su Liberation, Pierre-Yves Geoffard, dell’Ecole deconomie de Paris e direttore studi dell’EHESS, si chiede se il movimento dei gilet gialli pieno di collera contro la carbon tax abbia messo insieme più partecipanti di quelli alle marce per il clima. La risposta per ora è no, ma «possiamo già sentire le grida di coloro che, per cinismo o confusione, pretendono che sia possibile sostenere senza contraddizioni i due movimenti e che altre politiche sui cambiamenti climatici sarebbero possibili, meno ingiuste, di questa tassa nascosta». Grida che in Italia riecheggiano già su Facebook, e Geoffard riporta brutalmente e lucidamente la discussione sulle cose concrete e sulla necessità di farle subito, e spiega che «sfortunatamente, nessuno scenario credibile di riduzione delle emissioni di carbonio può fare a meno di un aumento del prezzo di queste forme di energia».  E poi svela un’altra contraddizione nel movimento “egualitario” dei gilet gialli: «Ma, qualcuno direbbe, che senso ha imporre le tasse, quando il progressivo esaurimento delle fonti energetiche fossili porterà, attraverso l’offerta e la domanda, ad un aumento dei loro prezzi? Tale fiducia nell’efficacia del mercato per affrontare questi problemi è eccessiva: per sua costituzione, il mercato non può tenere conto dell’interesse delle generazioni future. Mentre le politiche ambientali non possono essere ridotte, la carbon tax rappresenta uno strumento indispensabile per correggere questa profonda défaillance». Quindi, la rivolta non è anti-sistema come crede e vorrebbe far credere chi la alimenta, è pro-sistema, e Macron si trova nello scomodo ruolo di chi deve applicare una ricetta necessaria per correggere i disastri planetari del liberismo avendo contro sia i conservatori che chi chiede confusamente giustizia sociale, e i sovransti che si schierano con il simbolo della globalizzazione e della negazione della sovranità: il petrolio.

Geoffard, però, ricorda che «il principio è quello di chi inquina paga. È chiaro e semplice. Non è una questione morale, ma di efficacia. Far pagare chi inquina non è punirlo per un comportamento dalle conseguenze nefaste, è prima di tutto incitare ogni individuo, ogni impresa, a inquinare di meno. Un tale incentivo può prendere diverse forme: diminuire il costo delle alternative favorendo le energie pulite e i trasporti pubblici; basarsi sulla responsabilizzazione di tutti, sviluppando la coscienza ecologica di ognuno. Tutte queste misure sono benvenute, ma devono accompagnare l’aumento del prezzo delle energie inquinanti, non sostituirvisi. Niente può sostituire l’effetto del segnale di un prezzo elevato».

Geoffard, ammette che «tuttavia, l’effettiva traduzione di questo principio nella politica attuale è lungi dall’adempiere alle condizioni che ne garantiscano la sua massima efficacia.  Per prima cosa, un segnale dato sul prezzo deve essere il più universale possibile e deve applicarsi a tutti gli attori economici; d’altro canto, la perdita del potere d’acquisto o della competitività nel caso delle imprese, indotta dall’aumento del prezzo, deve essere compensata da altri dispositivi. L’attuale politica prevede numerose esenzioni dal pagamento del contributo energia-clima, a partire da quello che risparmia il trasporto merci su strada. Contrariamente alla Svezia, dove la stessa carbon tax si applica a tutti, in Francia il valore medio della carbon tax è molto più basso del suo valore teorico: distorcendo gli incentivi, queste esenzioni riducono l’impatto. Ma l’aumento del prezzo sta infatti pesando sul potere d’acquisto degli individui, specialmente di quelli che, in molte aree, hanno poche alternative all’uso della macchina, soprattutto per andare al lavoro. La rabbia che mostrano è legittima e deve essere ascoltata. Il modo migliore per rispondere a questo è compensare queste famiglie per la perdita di potere d’acquisto causata dall’aumento dei prezzi. Il principio di tale compensazione, ancora una volta, è tanto semplice quanto è delicata la sua attuazione».

Geoffard  fa l’esempio di una persona che vive a 25 km dal posto di lavoro e che viaggia in media 1.000 km al mese per arrivarci: se la sua auto consuma 7 litri/100 km, una carbon tax di 14 centesimi al litro rappresenta, ogni mese, 10 euro. Per molte famiglie povere si tratta di una spesa non banale. «La perdita di potere d’acquisto deve essere compensata con un pagamento forfettario dello stesso importo di 10 euro, che corrisponde al gettito fiscale che lo Stato preleva dalla tassa sul carbonio – conclude Geoffard – Neutrale per il bilancio pubblico, questo doppio sistema collega la tassa, che modifica il prezzo relativo del carbonio, e la compensazione, che annulla i suoi effetti negativi sul potere d’acquisto. Lo “chèque énergie” si avvicina a questa  compensazione, ma dovrebbe poter essere utilizzato non solo per pagare una bolletta energetica, ma per qualsiasi altro scopo. Tale estensione equivarrebbe anche a destinare tutte le entrate della carbon tax alla transizione energetica e non al finanziamento di altre spese pubbliche. La carbon tax così compensata sarebbe quindi quella che dovrebbe essere: uno strumento che incoraggia tutti a cambiare il proprio comportamento, e non un prelievo supplementare sul potere d’acquisto delle famiglie».