Gli eroi dimenticati: i giovani occidentali che combattono lo Stato Islamico in Siria

The travellers of love, who became everyone!

[10 marzo 2015]

Da prima e soprattutto dopo la strage di Charlie Hbdo si fa un gran parlare dei miliziani jihadisti che vanno a combattere con le falangi nere dello Stato Islamico/Daesh in Siria/Iraq: li abbiamo contati Paese per Paese dell’Occidente che li esporta, sappiamo i nomi dei più efferati, guardiamo in TV e su You Tube, con un misto di repulsione e gusto dell’orrido, le loro gesta assurde di gente che ha paura del passato, non vuole un futuro e vive in un presente fatto di miscredenti sgozzati e di devastazioni della storia dell’umanità e degli Dei che si è scelta per accompagnarla lungo il suo cammino.

Di questi assassini, di questi combattenti di un Dio senza misericordia, sappiamo molto, poco invece sappiamo di chi li combatte, di chi li ha fermati sulle trincee insanguinate di Kobane e degli altri villaggi kurdi e yazidi, niente sappiamo dei combattenti delle brigate internazionali che sonio riusciti ad infiltrarsi dal confine turco o da Kurdistan irakeno nel Rojava – il Kurdistan occidentale siriano – per combattere accanto alle donne ed agli uomini delle YPG e del PKK.

Eppure molti di questi giovani uomini e donne sono occidentali, sono figli progressisti della civltà occidentale che combattono contro l’oscurantismo fascistoide dello Stato Islamico, sono sulla frontiera insanguinata tra Sieria ed Iraq a cercare di rimediare gli errori atti da governi che per mettere le mani su un petrolio che vale sempre meno hanno deciso di esportare una “democrazia” che si è trasformata in caos, dittatura, guerra civile, nel pascolo insanguinato sul quale scorrazzano i branchi di guerrieri islamisti che noi ed i nostri impresentabili amici delle monarchie assolute sunnite abbiamo finanziato e che ci si sono rivoltati contro come sempre, come in Afghanistan, Iraq, Libia, Somalia, Yemen… Ma nessuno parla dei combattenti della libertà e del progresso che muoiono sulla frontiera di quella che sembra diventata la guerra tra due visioni iper-conservatrici del mondo: quella del neo-conservatorismo capitalista e quella del fascismo teocratico, razzista, gerarchico  e mercantile dello Stato Islamico/Daesh.

Noi vorremmo invece per una volta rendere omaggio a questi giovani “occidentali” progressisti che fanno il cammino inverso di altri giovani europei e ci piace farlo cominciando dalle parole con le quali Medya Doz, su Kurdish Question, rende omaggio a due ragazzi caduti nel Rojava: «Sì, ogni verità vuole essere vista, ascoltata e detta. Abbiamo seminato i semi di centinaia di rose nella terra di questo Paese; centinaia di coraggiosi, forti giovani sono caduti per affermare i valori straordinari che sono la somma totale della rivoluzione del popolo kurdo. Coloro che non vedono questa verità sono ciechi, quelli che non ascoltano sono sordi, e quelli che non la dicono, muti. La rivoluzione è lo specchio di queste belle persone, ma quelli che non sono l’occhio, l’orecchio e la lingua di questa rivoluzione sono peccatori. Queste storie nobili, sulle quali poco si è  ricamato, oggi appartengono a tutta l’umanità».

La kurda Medya Doz rende così omaggio a  Bagok Serhed, il nome di battaglia di Ashley Johnston, ed a  Kemal, nome di battaglia di Konstandinos Erik Scurfield, combattenti per la libertà caduti con addosso la divisa  delle YPG – le milizie del Rojava – morti dalla parte giusta della barricata e scrive: «Questa resistenza non definibile è diventata di  tutti. Questa lotta è ora di tutti, questa marcia, questo amore ora appartengono a tutti.  Ashley Johnston e Konstandinos Erik Scurfield sono diventati al mondo Bagok e Kemal. E vogliono anche essere visti, ascoltati e detti come verità».

La Doz racconta di aver incontrato questi giovani uomini a Sinjar, in mezzo alle esplosioni, in una postazione delle YPG che era un come mosaico di popoli: «C’era l’americano Servan, il vietnamita Cudi, l’inglese Kemal, il marocchino Mesiha, l’inglese Cudi, l’australiano Roni, l’inglese Sores e tante altre belle persone i cui nomi non ho potuto imparare. Ognuno di loro era arrivato da una parte diversa del mondo e si erano riuniti qui (…) Poco dopo, ho visto il compagno che comandava i combattenti internazionali e gli ho chiesto, “come se la cavano i combattenti internazionali alle prese con le condizioni di qui?” Lui mi ha guardato ed ha sorriso e mi ha detto: “Che ci crediate o no rispettano  le regole e sono più disciplinato di noi. Sono attratti al nostro modo di vita e vogliono essere in prima linea e non si lamentano di eventuali difficoltà”. I combattenti internazionalisti avevano fatto di una casa, delle sue pareti cosparse di proiettili, la loro casa; cercando di superare le barriere linguistiche abbiamo comunicato con ogni parte del nostro corpo e dei volti, trasformando alla fine l’ambiente quasi in un teatro. Le nostre risate e il suono delle esplosioni hanno innescato la fusione. Erano venuti in aiuto di un popolo la cui lingua non conoscevano, la maggior parte di loro aveva dizionari curdi in tasca, l’americano Servan e il vietnamita Cudi parlavano  di più il curdo, ma anche Bagok poteva esprimersi».

Poi la brigata internazionale è partita per un’operazione contro il Daesh a Tel Hamis.  Due giorno la Doz  è andata a Xesan, un villaggio di Tel Hamis che era stato liberato dalle YPG, dove i kurdi avevano allineato da una parte i cadaveri vestiti di nero dei jihadisti e dall’altra quelli dei miliziani delle YPG, lì una combattente donna le ha detto che «Il compagno Bagok è stato martirizzato alle due di ieri notte. Si è sacrificato per salvarci, il tank in cui eravamo in era circondata dall’ISIS, il compagno Bagok è saltato fuori dal tank in modo da poter rompere l’accerchiamento, per salvarci». Qualche giorno più tardi è arrivata la notizia della morte di Kemal.

L’8 marzo, per celebrare la giornata internazionale della donna, i kurdi del Rojava hanno scelto la combattente internazionalista Ivana Hoffman, nome di battaglia Avasin Tekoşin Güneş, che militava nelle fila del Partito comunista marxista-lenista (MLKP) kurdo/turco e che ha perso la vita negli scontri con le bande del Daesh a Til Temir. Ivana non era né kurda, né turca, era una giovane tedesca di origine africana che è caduta durante un attacco jihadista alle  postazioni congiunte di MLKP e YPG e YPJ (la brigata femminile del Rojava) a Til Temir, più o meno alle 7 del 7 marzo. Era una ragazza, nata il primo settembre 1995, e già da 6 mesi combatteva nel Rojava, nelle trincee del Cantone di Cizire, per respingere gli attacchi dell’ISIS. In un comunicato il MLKP dice che «Avasin, accanto ai combattenti YPG-YPJ, ha combattuto fino all’ultimo proiettile dopo la loro postazione comune era stata attaccata dalle bande dell’ISIS, riuscendo a fermare la loro avanzata ed attuando una resistenza epica ed eroica sul campo di battaglia. Hanno rafforzate la barricata della libertà e dell’onore contro gli attacchi dell’ISIS a Til Temir, sconfiggendo il piano delle bande di  prendere Til Temir e Heseke e per perpetrare ulteriori massacri. Il sogno più grande della compagna Avasin era di partecipare alla lotta in Turchia e nel Nord Kurdistan dopo la Rivoluzione del Rojava. I suoi sogni sono i nostri sogni, il suo cammino è il nostro percorso e la sua memoria è il nostro onore. La compagna Avasin Tekoşin Güneş è immortale».

Ma cosa spinge dei giovani occidentali ad andare a combattere con i kurdi in Siria? Ashley Johnston “Bagok” aveva detto alla Doz: «L’ISIS è un problema di tutto il mondo, non ne potevo più di vederli rapire e massacrare donne e bambini, così sono venuto in Kurdistan».

La Doz celebra i combattenti internazionalisti come eroi «Sono andati incontro alla morte per delle persone che non conoscevano e le cui facce non avevano visto. Sono morti giovani in modo che i bambini possano vivere a lungo … I loro corpi hanno versato sangue in modo che potessimo vivere e ridere! Avevano ricamate sulle loro belle facce storie indimenticabili e se ne sono andati!»