Gli incidenti “dimenticati” delle piattaforme offshore italiane, da Paguro ad Adriatic IV

Rapporto europeo: negli ultimi 20 anni in Italia 1.300 incidenti offshore

[13 aprile 2016]

Adriatic IV

In questi ultimi giorni che precedono il Referendum,  circola insistentemente la “notizia” che le piattaforme offshore italiane che estraggono gas e petrolio non hanno mai avuto incidenti, una certezza che crolla non appena si legge il rapporto  “The impact of oil and gas drilling accidents on EU”, redatto nel 2013 da Cristina Gómez e   David R. Green, dell’Aberdeen Institute for Coastal Science and Management dell’università di Aberdeen, Scotland per conto della Direzione generale per le politiche interne del Parlamento europeo.

Il rapporto  ricorda che «Gli incidenti che si verificano offshore in relazione all’industria del petrolio e del gas (Oil and Gas – O&G)  possono produrre effetti dannosi significativi per l’ambiente marino  e in particolare per le industrie della pesca e dell’acquacoltura. Il costo economico dell’impatto che gravi incidenti offshore  hanno in materia di pesca è valutato più frequentemente con il metodo del costo sociale, accettato dall’attuale quadro di compensazione internazionale. Il costo degli effetti degli incidenti minori viene valutato dal Compensation mechanism e, pertanto, riconosciuto con il valore di sinistri liquidati. La legislazione europea  approvata recentemente mira a massimizzare le condizioni di sicurezza in tutte le fasi dell’industria  O & G offshore, riducendo al minimo il numero di incidenti e per alleviare gli impatti nocivi per l’ambiente». Il rapporto da quindi per scontato che gli incidenti e gli impatti nocivi sull’ambiente continueranno ad esserci, nonostante la propaganda per il no/astensione abbia in qualche modo “angelicato” le trivellazioni e le estrazioni e il trasporto di idrocarburi offshore, trasformandole in una specie di benefit ambientale, cancellando come se non fossero mai esistiti non solo incidenti come quello della Deepwater Horizon ma anche la Haven e la miriade di incidenti, ben 1300 solo in Italia, che dichiara il rapporto europeo “The impact of oil and gas drilling accidents on EU”.

Lo stesso rapporto sottolinea che «Nonostante l’intenza regolamentazione e le linee guida, gli incidenti legati alle attività O&G offshore esistono» e che vengono registrati e caratterizzati in database che servono per l’indagine e valutazione dei rischi. Il rapporto dice che «Storicamente, gli incidenti più dannosi per l’ambiente nelle acque dell’UE si sono verificati durante il trasporto dei prodotti via nave», ma aggiunge che «Attualmente, le unità di produzione fisse subiscono il maggior numero di incidenti, mentre tra gli impianti galleggianti quelli dedicati alla trivellazione hanno il rischio più elevato». Per quanto riguarda i rischi ecologici, «Gli incidenti eccezionali hanno un maggiore impatto a breve termine sull’ambiente e sulla pesca e l’acquacoltura, ma i piccoli incidenti hanno un impatto sconosciuto nel lungo termine. L’esplosione e/o il collasso strutturale delle strutture sono il tipo di incidente più pericoloso, che coinvolge spesso perdite umane».

Il più famoso (ma dimenticato) incidente  ad un impianto offshore italiano è quello della piattaforma Paguro, ordinata dall’Agip e prodotta su licenza statunitense, che nel 1965 venne posizionata a circa 11 miglia al largo di Ravenna – quindi rientrerebbe nel prossimo referendum –  per estrarre metano. La trivella della Paguro raggiunse il giacimento individuato in precedenza, ma durante le operazioni di trivellazione avvenne un imprevisto: fu perforata una sacca contenente metano ad alta pressione e i sistemi di sicurezza non riuscirono a contenere l’improvvisa fuoriuscita improvvisa di gas che provocò un incendio che in poche ore distrusse la Paguro e provocò la morte di 3 lavoratori. Come racconta Davide Lazzini  su duerighe.com, «L’esplosione della piattaforma creò un cratere profondo 33 metri e una colonna che raggiungeva  i 30 metri d’altezza sulla superficie del mare. L’eruzione venne domata solo 3 mesi più tardi, attraverso l’intasamento – tramite iniezione di cemento – del foro di uscita del gas. Col passare degli anni la Natura è riuscita a riassorbire il colpo inferto; il relitto della piattaforma e il cratere sono divenuti riparo per le creature marine e meta ambita dai subacquei. Tuttavia, oltre al dolore per la perdita di vite umane, occorre tener presente alcuni aspetti significativi, il primo: nonostante approfonditi studi a monte, si è comunque verificato un grave incidente. Secondo: le perforazioni, gli sgretolamenti, la dispersione di metano in acqua e in aria hanno contribuito all’inquinamento. Terzo: il metano presente nel giacimento non è stato estratto, andando per giunta perduto. Quarto: sono serviti mesi all’uomo per tappare la falla e anni alla Natura per ricostituire l’ambiente marino».

Qualcuno dirà che si tratta di roba vecchia, che non potrebbe certo succedere oggi, con le moderne piattaforme offshore gestite dalle multinazionali (come la Deepwater Horizon?), ma c’è un altro grosso incidente “dimenticato” molto più recente, che riguarda l’Eni: quello della piattaforma di trivellazione Adriatic IV che cercava gas naturale nel giacimento di Temsah nel Mediterraneo, circa 25 miglia al largo di Port Said, in Egitto. Sulla piattaforma offshore di proprietà della Petrobel, una joint venture tra  Eni, la General Petroleum Corporation egiziana e la BP. Il 10 agosto 2004 a bordo della Adruatic IV si verificò un’esplosione seguita da un incendio, ci volle più una settimana per estinguere le fiamme e l’Adriatic IV venne irreparabilmente danneggiata. Le operazioni di trivellazione, iniziate 58 giorni prima,  cessarono e più di 150 lavoratori furono evacuati, fortunatamente non ci furono vittime. La Global Santa Fe, che aveva maestranze sull’Adriatic IV, comunicò che la piattaforma  era affondata e non recuperabile. Infatti il ministro del petrolio egiziano ordinò la distruzione di quel che restava della piattaforma e ci volle un anno perché il campo Temsah ritornasse ai livelli di produzione precedenti. .

Tornando al rapporto “The impact of oil and gas drilling accidents on EU”, redatto dopo il disastro della Deepwater Horizon, vi si legge che «La maggior parte degli incidenti si sono verificati nelle installazioni fisse durante il periodo 2000-2007 è avvenuto nelle unità di produzione (92%), mentre il 6% sono stati nelle testate dei pozzi e meno dell’1% nelle unità di perforazione, di compressione, iniezione o alloggiamento. Le unità di iniezione non hanno registrato alcun incidente».  Una situazione migliorata rispetto al periodo 1990-1999.  Ma il rapporto sottolinea che Il tipo più frequente di incidente nelle unità fisse è di gran lunga una “fuoriuscita”, seguito da “oggetto che cade” e incidenti correlati alle “gru”».

Il Regional Marine Pollution Emergency Response Centre for Mediterranean Sea (REMPEC) dice che «Nel Mar Mediterraneo, il numero di incidenti registrati con conseguente fuoriuscita di petrolio è aumentato  nel 1977-2010», ma non si sono verificate maree nere offshore di grande entità, grazie probabilmente all’aumento dei controlli e una migliore rilevazione degli sversamenti, che però sono anche la probabile ragione dell’aumento del numero degli sversamenti. Insomma, prima semplicemente molti  sversamenti di idrocarburi non venivano visti e/o denunciati.

Il Piano di pronto intervento per la difesa da inquinamento di idrocarburi, approvato dal governo italiano con un decreto nel 2010 dice cose ancora più preoccupanti: «In ogni caso le varie tecniche di rimozione, pur combinate tra loro e nelle condizioni ideali di luce e di mare, consentono di recuperare al massimo non più del 30% dell’idrocarburo sversato. Tale percentuale tende rapidamente a zero con il peggioramento delle condizioni meteo-marine. Impossibile operare la rimozione in assenza di luce». Quindi, in seguito a un incidente resta in mare almeno il 70% degli idrocarburi sversati.

Il rapporto Ue sottolinea che «L’effetto di una scarico o sversamento di petrolio sull’ambiente dipende da molti fattori, tra cui la dimensione e la natura della fuoriuscita, la stagione dell’anno, le condizioni meteorologiche, l’ambiente fisico e le comunità biologiche nelle vicinanze  e l’efficacia del risposta. Il petrolio leggero è facilmente disperdibile e ha un effetto meno nocivo dei prodotti densi. Ritchie (1993) ha osservato che il basso impatto della fuoriuscita». E aggiunge che «LE fuoriuscite di idrocarburi lasciano residui dispersi e dissolti nella colonna d’acqua che possono contaminare le popolazioni ittiche. I residui più dense si depositano sul fondo del mare, a volte soffocando habitat e danneggiano la deposizione delle uova, l’allevamento e l’alimentazione di diverse specie.  L’impatto una fuoriuscita ha più effetti su  una spiaggia di sabbia che viene impregnata di sostanze inquinanti ed è presumibilmente più durevole e dannoso rispetto allo stessa fuoriuscita che raggiunge coste rocciose dure, dove il petrolio viene disperso a contatto con la roccia.  Mari chiusi come il Mar Mediterraneo, il Mar Nero o il Mar Baltico  subiscono impatti più dannosi di un oceano aperto, dato che il tasso di riciclo dell’acqua è di gran lunga inferiore».