Gli indiani Navajo vogliono comprare una miniera di carbone

Forte opposizione interna. Diné Care: «E’ business cattivo»

[27 dicembre 2013]

Mentre per la Nazione Navajo si avvicina sempre di più l’acquisizione della sua prima miniera di carbone, un gruppo di base di questa tribù, Diné Citizens Against Ruining our Environment (Diné Care), si oppone fortemente.

Steve Gundersen, il presidente del comitato di gestione della Navajo Transitional Energy Company (Ntec), l’impresa a responsabilità limitata che è stata istituito a fine aprile per gestire l’acquisto della Navajo Mine di Farmington, in New Mexico, assicura che «anche i funzionari della Navajo Nation lavorano tutto il giorno nel tentativo di finalizzare un accordo entro la fine dell’anno, ma diversi elementi restano da risolvere prima che la tribù possa prendere le redini dall’attuale proprietà, la BHP Billiton». In realtà la Navajo Mine è di proprietà della BHP Navajo Coal Company (Bncc), una controllata della BHP Billiton, una multinazionale che sfrutta due miniere negli Usa. Il complesso è separato dal controverso Navajo Generating Station di Page, in Arizona, che comprende la miniera di carbone di Kayenta.

La Ntec deve ancora trovare un accordo per fornire il carbone di fornitura all’APS, l’utility che gestisce la centrale a carbone da 2.040 megawatt di Four Corners, che è l’unico acquirente di carbone dalla Navajo Mine. Ma la centrale Aps deve far fronte a problemi ambientali, di regolamentazione e di proprietà ed uno dei suoi partner, la Southern California Edison, è uscita dall’affare. Infine, sia la nella centrale che nella miniera sono in corso controlli ambientali federali, soprattutto per capire se ci sono le condizioni perché l’impianto possa continuare ad operare oltre la fine della sua attuale licenza che scade nel 2016.

Tra le questioni irrisolte ci sono alcuni dei motivi che hanno spinto Diné Care (Diné, “il popolo”, è il nome con il quale si autodefiniscono i  Navajo) ad opporsi all’acquisto della miniera di carbone da parte della tribù. Lori Goodman, del consiglio di  Diné Care, dice che «C’è il dubbio di fare un cattivo business e la Nazione Navajo rischia di prendersi un mal di testa ambientale che potrebbe essere pienamente rivelato nel corso delle analisi ambientali, subito dopo che l’inchiostro si sarà asciugato sul contratto di vendita. La BHP sta cercando di rifilare questa miniera di carbone alla Nazione Navajo. E’ una cattiva decisione aziendale, e questo potrebbe mandare in bancarotta la nazione Navajo».

L’associazione sta anche raccogliendo firme sotto una petizione on-line (Requesting information on BHP Billiton Navajo Mine potential acquisition to all Navajo Nation chapters) indirizzata al Navajo Nation Council, al Dipartimento degli interni ed al Bureau of Indian Affairs, nella quale si legge: «Noi, sottoscritti membri della comunità interessata, chiediamo informazioni sul progetto di acquisizione della  Navajo Mine della BHP Billiton Navajo a tutti i chapters della Navajo Nation. Questa potenziale acquisizione riguarda tutto il popolo  Navajo per l’utilizzo del Permanent Trust Fund per il Due Diligence Report  e degli operation monies per la  Navajo Transitional Energy Company, LLC, la company recentemente avviata dal Navajo Nation Council per  perseguire acquisto della Navajo Mine. Il popolo Navajo ha bisogno di trasparenza governativa a tutti i livelli di governo (Navajo Nation, Bureau of Indian Affairs e Dipartimento degli Interni) e di un  maggiore contributo dell’opinione pubblica. Il popolo Navajo è profondamente preoccupato per la decisione del Navajo Nation Council di rinunciare ai risarcimenti per le passività presenti e future della BHP Billiton, (per la salute, finanziarie, ambientali, giuridiche ecc), che è stata approvata nella Legislation No. 0149-13. Il popolo  Navajo non è stato adeguatamente informato prima dell’approvazione della Legislazione e non ha avuto tempo o informazioni appropriate per esprimere le sue preoccupazioni. Chiediamo la pubblicazione del Due Diligence Repot e de memorandum d’intesa tra Navajo Nation e BHP Billiton così che il nostro popolo Navajo possa  prendere una decisione informata per quanto riguarda le sue risorse».

Gundersen respinge con fastidio i dubbi di Diné Care e dice di essere ottimista «Sia le prospettive di siglare l’accordo per l’acquisto della miniera che dei suoi benefici per la nazione Navajo. La volontà politica di  risolvere tutti gli aspetti rimanenti della vendita è alta. La centrale elettrica di Four Corners fornisce la fonte più conveniente di energia elettrica al sud-ovest. L’affidabilità della rete elettrica nel sud-ovest dipende dal funzionamento continuo di Four Corners». Per quanto riguarda la rinuncia ai danni e passività “passati, presenti e futuri” provocati dalla gestione della miniera da parte della BHP Billiton, Gundersen ha detto: «E’normale in una transazione del genere. Il prezzo di acquisto riflette l’analisi dei costi-benefici. Ad un certo punto si devono tagliare la responsabilità, proprio come si fa con i benefici. In caso contrario, non c’è nessun punto di accordo».

Nel 2011, la miniera ha versato 41 milioni dollari nell’economia della Navajo Nation, circa il 32% del general fund della tribù. Gundersen non ha voluto o potuto fornire alla stampa dati più recenti, ma ha detto che «Non sono cambiate sensibilmente. Insieme, la Navajo Mine e Four Corners Power Plant danno lavoro a circa 900 persone, principalmente membri della tribù Navajo. Oltre alla prosecuzione a breve termine di questi posti di lavoro, la proprietà tribale della miniera ha già spinto a campagne di educazione per incoraggiare i bambini in età scolare a rivolgersi verso le professioni che le sosterranno, compresa l’ingegneria, la finanza e il  marketing. E la parola “transizione” nel nome della Ntec è fondamentale, rappresenta un lento scivolamento verso le energie rinnovabili».

Per contrastare proteste come quella di Diné Care i sostenitori dell’acquisto della miniera di carbone non disdegnano un po’ di greenwashing: da tempo promettono che il 10% dei profitti della miniera andranno a finanziare soluzioni energetiche più green e più a lungo termine, incluso  il cosiddetto “carbone pulito”. La cosa però non è servita a placare le proteste delle associazioni ambientalista navajo e statunitensi che dicono che l’acquisto della miniera di carbone mantiene la tribù dipendente da un’industria tristemente nota per il forte l’inquinamento dell’aria e sulla cattiva qualità dell’acqua della regione e della Nazione Navajo.