Qualcuno si ricorda di quando l’Iran era «uno Stato canaglia che finanzia i terroristi?»

Gli iraniani: «Successo storico la visita di Rohani in Italia»

Confindustria entusiasta. Rohani: «Investite da noi, siamo il Paese più stabile della regione»

[27 gennaio 2016]

Rohani Confindustria

In Iran le polemiche italiane sulla copertura delle statue nude per non urtare la sensibilità islamica del presidente Hassan Rouhani sono state completamente ignorate, così come le sporadiche, quanto giuste, proteste contro la repressione dei dissidenti politici e per le molte condanne a morte comminate dalla Repubblica islamica.

La visita di Rohani in Italia viene definita senza mezzi termini «storica» dai media iraniani e si prende atto con piacere che il primo ministro italiano Matteo Renzi ha annunciato che «nei prossimi mesi» visiterà l’Iran. Oggi  Rouhani è volato in Francia, ma i suoi incontri con  il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il premier Renzi sono stati politicamente ed economicamente molto fruttuosi, mentre quello con Papa Francesco è stato molto significativo dal punto di vista religioso, con un chiaro avvicinamento tra Chiesa cattolica ed Islam sciita su alcune questioni, compresa quella siriana.

La radio internazionale iraniana Irib sottolinea che «ammontano a circa 17 miliardi di euro i contratti firmati da aziende italiane e iraniane durante la permanenza di Rouhani in Italia, prima tappa di un tour europeo a circa due settimane dalla rimozione delle sanzioni in seguito al recente accordo sul nucleare raggiunto da Teheran e dalle potenze mondiali».

Intervenendo al Business forum Italia-Iran, organizzato da un’euforica Confindustria, Rouhani ha invitato l’Italia a guardare a Teheran: «Siamo pronti ad accogliere investitori stranieri nel nostro Paese… e tecnologie che vengono dall’estero». L’Iran si propone come «centro di un mercato regionale molto ampio e punta ad esportare almeno il 30% della produzione iraniana».

La vista di imprenditori e politici che facevano la fila per stringere la mano di quello che fino a pochi mesi fa era considerato il presidente di uno Stato canaglia e finanziatore di organizzazione ancora incluse nella lista nera  delle organizzazioni terroristiche da Usa e Ue, ricordava sotto certi aspetti i bei tempi di Gheddafi. Ma la strategia politico/diplomatica della Repubblica islamica iraniana sembra molto più solida di quella del dittatore amico di Berlusconi. Rouhani si è fatto accompagnare in Italia da circa 120 tra imprenditori e rappresentanti istituzionali, non da uno stuolo di amazzoni e cavalli, non si è attendato davanti al Colosseo con Berlusconi e hostess convertite, ma ha sottolineato con forza l’importanza di «sviluppo e occupazione» per combattere l’estremismo: «La disoccupazione crea soldati per i terroristi. Se tutti vogliamo avere un mondo privo di violenze, una delle strade da percorrere è lo sviluppo economico e parallelamente lo sviluppo culturale».

Il nostro ministro degli esteri, Paolo Gentiloni, incontrando il suo collega iraniano Mohammad Javad Zarif, ha detto che «la soluzione della questione nucleare consente di rilanciare la nostra partnership politica, commerciale e degli investimenti». Gentiloni e Zarif hanno discusso dei negoziati per uscire dalla guerra siriana, della situazione in Libia, sempre più precaria nonostante l’accordo tra i due governi rivali, e sulla lotta congiunta al traffico di droga e per la tutela dei diritti umani, argomento quest’ultimo sul quale molte associazioni pensano che Teheran abbia più di un grosso problema, ma che non sembra sia stato molto “stressato” durante la trionfale visita italiana di Rohani. Anzi, Gentiloni, facendo torto all’evidenza, alla storia e alle sanzioni degli ultimi anni, ha detto che «l’Italia ha sempre sostenuto il ruolo dell’Iran come protagonista regionale nella soluzione delle tensioni dell’area, a cominciare dalla crisi siriana». Zarif ha naturalmente incassato con piacere il cambiamento di linea e sottolineato «il ruolo di equilibrio dell’Italia nelle principali crisi internazionali».

Tutto si dimentica e tutto si perdona quando ci sono di mezzo colossali affari, gas e petrolio, per i quali si scatenano guerre senza fine e si stipulano paci che cancellano accuse e minacce. Davanti ai gongolanti imprenditori della nostra Confindustria, Rohani ha detto che «come per i negoziati sul nucleare, anche nell’economia dobbiamo intraprendere una collaborazione win-win, vincente per tutti: nella condizione regionale attuale, l’Iran è il Paese più sicuro e più stabile dell’intera regione». Forte il consenso e altrettanto forti gli applausi di chi, fino alla caduta del muro di Berlino, raccontava che capitalismo e democrazia erano una coppia inscindibile. Non era vero nemmeno prima, ma poi sono venute la globalizzazione, il turbo-capitalismo cinese, il neo-liberismo e la crisi della finanziarizzazione dell’economia e della politica… e nessuno ne parla più. Mentre il fallimento delle guerre petrolifere con la scusa di esportare la democrazia si arenato proprio nelle sabbie insanguinate dell’ex Arabia Felix, della Mesopotamia e del Golfo Persico.

E’ così che il presidente della Repubblica islamica dell’Iran, che dice ufficialmente che il capitalismo occidentale è sbagliato, può partecipare ad un  forum, organizzato in collaborazione con Ice e Confindustria, accompagnato da 6 ministri e da una delegazione di 120 imprenditori; rivolgendosi ai rappresentanti delle liberiste aziende italiane afferma che «la collaborazione sarà vincente. Dopo anni di sanzioni in Iran ci sono capacità da concretizzare, oggi ci sono spazi vuoti. Siamo pronti a accogliere investitori stranieri nel Paese e in questo quadro l’Italia ha una importanza particolare: abbiamo una buona storia di collaborazione con voi, e gli iraniani conoscono l’Italia e il vostro lavoro, si fidano degli italiani».

Poi l’ayatollah Rohani, considerato fino a ieri un esponente di un clero retrogrado e intollerante, si è permesso di dare una lezione di tolleranza religiosa a chi – molti tra coloro che lo ascoltavano – era elettore di un governo del quale facevano parte forze politiche dichiaratamente xenofobe ed anti-islamiche. «Il Corano ci insegna – ha spiegato Rohani – La chiesa, la sinagoga e la moschea una accanto all’altra. Anzi, che dobbiamo preservare prima la chiesa, poi la sinagoga, poi la moschea. Questa è la cultura della tolleranza che ci insegna il Corano».

Ma più che il Corano e il Vangelo faranno sicuramente il gas e il petrolio da esportare in Italia e le autostrade, le raffinerie e i porti da costruire in Iran.