Greenpeace: Singapore soffoca per gli incendi appiccati dalle multinazionali dell’olio di palma

[25 giugno 2013]

Dopo la coltre di fumo che ha investito Singapore e la Malaysia continentale, della quale nei giorni scorsi ha scritto anche greenreport.it, Greenpeace ha diffuso impressionanti immagini degli incendi forestali in Indonesia che hanno reso irrespirabile l’aria nell’isola Stato e  nella Penisola di Malacca.

«Singapore da giorni è intossicata da una caligine impenetrabile che costringe tutti ad andare in giro con la mascherina e in meno di una settimana l’indice dell’inquinamento dell’aria (Polluttant Standards Index) è passato da 75 a 401», denunciano gli ambientalisti.

Chiara Campione, responsabile della campagna foreste di Greenpeace Italia, chiede che «Le aziende indonesiane che producono olio di palma e polpa di cellulosa per la produzione di carta si assumano le proprie responsabilità e fermino gli incendi e la distruzione delle ultime foreste torbiere indonesiane. Il fumo che avvolge Singapore e la Malesia deriva da incendi appiccati in Indonesia, nell’isola di Sumatra, a oltre 200 chilometri di distanza, non da poveri contadini sprovveduti ma da potenti compagnie che fanno affari in tutto il mondo con prodotti della deforestazione come la polpa di cellulosa e l’olio di palma».

Come avevamo già scritto e come denunciato dagli stessi governi malese e singaporiano, «Gli incendi servono a permettere la conversione delle foreste in sconfinate piantagioni di palma da olio o acacia per la produzione di carta che insieme costituiscono il principale “motore economico” della distruzione delle foreste indonesiane – dice Greenpeace – La deforestazione, e poi gli incendi, causano ogni anno il rilascio in atmosfera di circa 1,8 miliardi di tonnellate di CO2: l’Indonesia è tra i maggiori Paesi emettitori di gas serra del Pianeta, subito dopo Cina e Stati Uniti. Quando una foresta torbiera viene tagliata a raso, drenata dall’acqua attraverso la costruzione di canali e infine incendiata tutta la sostanza organica che la compone viene immessa in atmosfera sotto forma di CO2. Una vera e propria bomba che detona e accelera il cambiamento climatico».

Eppure secondo la legislazione dell’Indonesia non sarebbe possibile sviluppare coltivazioni industriali su strati di torba più profondi di 3 metri ma Greenpeace denuncia che «Produttori di olio di palma come Sime Darby, Wilmar International e Ioi continuano a incendiare come se nulla fosse. Anche la Rspo, la certificazione per la sostenibilità dell’olio di palma, non vieta lo sviluppo di piantagioni sulla torba».

La Campione conclude ricordando un fatto gravissimo:  «Un mese fa il governo indonesiano ha firmato una moratoria sulla deforestazione, ma dall’analisi svolta da Greenpeace risulta che circa 42 milioni di ettari di foresta non sono ancora tutelati legalmente e rischiano di sparire nei prossimi anni” conclude. Non solo il governo, anche le compagnie che operano in Indonesia hanno la responsabilità di escludere la deforestazione dalle loro filiere».