Il gas delle multinazionali tra gli interessi energetici di Usa e Ue

La guerra delle risorse: come l’Ucraina potrebbe strangolare la Crimea (ma non lo farà)

Una mossa che metterebbe a rischio anche i rifornimenti verso l’Unione europea

[7 marzo 2014]

Mentre fioccano le condanne e le minacce agli irridentisti della Crimea da parte dell’Ue, degli Usa e dei Paesi Nato, che hanno praticato ed esaltato in passato altri irredentismi e referendum – basterebbe dare un’occhiata appena al di là dell’Adriatico, nella ex Yugoslavia -, ovvero mentre l’integrità territoriale di uno Stato sembra valere in Ucraina, ma non in Serbia, Sud Sudan, Cipro o Palestina, tutti in realtà sono convinti che la crisi ucraina abbia preso una strada senza ritorno dopo che il nuovo governo della Repubblica autonoma di Crimea (“illegittimo” per gli occidentali ma giunto al potere con un colpo di mano esattamente come quello “legittimo” al potere a Kiev), ha anticipato al 16 marzo il referendum già indetto per decidere se diventare indipendente di fatto o se ritornare con la Russia, dalla quale venne staccata in una notte di bagordi alcolici nel 1954 dal presidente (ucraino) dell’Unione Sovietica Nikita Krusciov.

La vera artefice politica del disastro ucraino, l’Unione europea di Manuel Barroso, capeggiata da un noto difensore delle sovranità nazionali, François Hollande, che negli ultimi mesi ha mandato le sue truppe a sedare un paio di rivolte africane perché ledevano gli interessi e la sicurezza della Francia (un comportamento speculare a quello di Vladimir Putin – forse con qualche ragione in più – per la Crimea), e che ora spalleggia il nuovo premier ucraino uscito dalla guerra civile di Kiev, Arseniy Yatsenyuk. Il nuovo premier da Bruxelles ha emesso un mandato di cattura contro i capi del governo filo-russo crimeano e poi ha avvisato: «Questo cosiddetto referendum non ha alcun fondamento giuridico. La Crimea è stata, è e sarà parte integrante dell’Ucraina».

Yatsenyuk può minacciare una guerra che non ci sarà (nessuno si infilerebbe in territorio russo dove c’è una possente base navale, armata di missili nucleari) ma probabilmente l’arma alla quale pensa è quella delle risorse, che sono la cosa che renderebbe più difficile l’annessione della Crimea da parte della russi.

Come fanno notare su  Climate Progress Kiley Kroh, un’esperta di energia, e Igor Volsky, un ottimo conoscitore di cose ucraine che non ha nessuna simpatia per l’omofobo Putin, visto che è un sostenitore del movimento gay, «la Crimea è dipendente dall’Ucraina per una varietà di risorse, come il gas naturale. Ad esempio, una compagnia che è filiale di una società ucraina fornisce alla Crimea il 65% del suo gas. Circa l’80% dell’acqua della Crimea viene importata attraverso il North Crimean Canal ed è utilizzata per l’agricoltura della Crimea, oltre ad essere consumata anche nelle aree urbane e rurali. Mentre la Crimea ha una qualche limitata capacità di produrre energia elettrica, in particolare attraverso l’energia eolica e solare, l’80% della sua elettricità viene importata da due città ucraine. La Crimea importa dall’Ucraina anche i suoi servizi internet ad alta velocità e telefonici. La penisola potrebbe in alternativa rivolgersi ad una connessione satellitare per il suo servizio internet, ma questo potrebbe rivelarsi costoso e portare a connessioni più lente».

Tutto vero, ma è anche vero che il gas che l’Ucraina dà alla Crimea è gas russo (che Kiev deve ancora pagare a Mosca), e che l’acqua e l’elettricità arrivano dalle regioni russofone della Crimea che chiedono anche loro di andarsene con la Russia, e definiscono il nuovo governo nazionalista di Kiev semplicemente come una banda di teppisti nazi-fascisti armati ed addestrati dagli americani e dai polacchi.

Tagliare i rifornimenti del gas e altri servizi di base alla Crimea probabilmente innescherebbe una serie di ritorsioni che farebbero impallidire le guerre del gas degli anni passati e metterebbero in serio rischio i rifornimenti verso l’Unione europea. Senza contare che se gli ucraini dovessero riuscire a blindare (in territorio ostile russofono) il confine nord della Crimea, a sud la penisola è separata dalla Russia dallo stretto di Kerch – poco più di un rigagnolo tra il Mar nero e il Mar d’Azov – dove già oggi passa di tutto.

L’Ucraina minaccia, ma dipende dalla Russia per il gas naturale (per il 60-70% del suo fabbisogno) e la Russia ha già dimostrato più volte, quando i furti di gas o il debito sono diventati intollerabili, di poter mettere in ginocchio Kiev semplicemente chiudendo i rubinetti.

E il nuovo governo nazionalista di Kiev, oltre che dei blindati e degli aerei russi che passano il confine, sa che deve preoccuparsi anche del debito da 15 miliardi di dollari che Putin era disposto a prestare al tovarish Viktor Ianukovich prima che venisse defenestrato. 15 miliardi senza i quali l’Ucraina sarà in bancarotta.

Se l’Ucraina si azzardasse a tagliare gas e servizi alla Crimea, Mosca, già più che irritata per le sanzioni economiche occidentali, probabilmente si limiterebbe a “spegnere” l’Ucraina orientale, aumentando il già altissimo malcontento della minoranza russa (che lì è maggioranza) e mettendo al buio Kiev. Già ora la Russia ha annunciato che lo sconto sul gas del quale usufruiva la Crimea non si applicherà più, e che intende portare il prezzo a 400 dollari per 1.000 m3, rispetto ai 270 dollari pattuiti con Ianukovich  per impedire che l’Ucraina firmasse un patto di associazione con l’Ue.

L’Ucraina che la combriccola di Barroso voleva associare è in realtà un grande Paese sull’orlo del fallimento. Solo nel 2013  per il gas l’Ucraina deve alla Russia 1,5 miliardi dollari, che secondo Putin potrebbero salire a 2 miliardi se Kiev non pagherà in tempo i rifornimenti di febbraio. Uno scenario che si complica ulteriormente perché, insieme alla Crimea, una delle eredità lasciate dall’Urss all’Ucraina è l’intricata rete di condotte che portano il gas (russo) verso l’Europa, dove rappresenta più di un quarto dei consumi. L’80% di questo gas passa dai gasdotti ucraini.

Le nazioni europee hanno sperimentato sulla loro pelle cosa vuol dire una guerra del gas: nel 2006 e nel 2009 Gazprom tagliò le forniture all’Ucraina e Italia, Austria, Francia, Germania, Ungheria e Polonia ne fecero le spese, mentre la Bulgaria fu costretta a chiudere scuole, uffici pubblici e fabbriche e la Slovacchia dichiarò lo stato di emergenza.

Memori di quell’esperienza, alcuni Paesi dell’Europa nord-occidentale hanno costruito enormi stoccaggi di gas ed altri  hanno costruito rigassificatori e “terminali specializzati” per importare il gas da altri Paesi. Secondo Gas Infrastructure Europe, «a fine febbraio lo stoccaggio del gas europeo era di 10 punti percentuali in più rispetto allo scorso anno e pieno per circa la metà. National Grid pone inoltre le riserve della Gran Bretagna a circa 25 punti percentuali al di sopra della media per il periodo dell’anno».

Inoltre il possibile ricatto ucraino è depotenziato dal fatto che il monopolista statale del gas russo Gazrom, saldamente nelle mani dell’oligarchia putiniana,  ha costruito e costruirà diversi gasdotti, eliminando alcuni dei percorsi che attraversano l’Ucraina, mentre la crisi nera che vive l’Ucraina (e che è stata la vera ragione del fallimento della “rivoluzione arancione”) ha portato ad un calo del 40% del consumo di gas domestico, dimezzando le importazioni dalla Russia per uso interno.

Nonostante che a Kroh e Volsky (e a chi scrive) Vladimir Putin non stia affatto simpatico, i due esperti  su Climate Progress non si nascondono che dietro la crisi Ucraina ci sia un forte interesse dei politici e delle imprese energetiche statunitensi, in particolare per spingere le esportazioni dello shale gas del fracking e per  chiedere con più forza la realizzazione del famigerato oleodotto Keystone XL, che dovrebbe portare il greggio delle sabbie bituminose canadesi fino alle coste texane del Golfo del Messico.

Come ha subito dichiarato il repubblicano Paul Ryan commentando con malcelata soddisfazione il caos ucraino: «Dovremmo aumentare le nostre esportazioni di gas naturale verso questa regione, dimostrando ci saranno conseguenze reali per questo tipo di azioni». Un altro repubblicano, Ted Poe, il 5 marzo  ha presentato una proposta di legge alla Camera Usa  che chiede al Dipartimento dell’energia (Doe) di accelerare le autorizzazioni per inviare gas da fracking Usa in Ucraina e in altri Paesi. Il senatore democratico Mark Udall ha fatto una proposta analoga.

Gli ambientalisti temono che la Crimea diventi un cavallo di Troia per far passare le proposte delle Big Oil. «Dal 2011 – spiegano Kroh e Volsky – Il Doe ha approvato 6 autorizzazioni per l’esportazione di gas naturale liquefatto (Gnl) in Paesi che non hanno un accordo commerciale con gli Stati Uniti», e lo speaker repubblicano della Camera, John Boehner, dice che questo procedimento è «terribilmente lento, ed equivale ad un divieto di fatto dell’esportazioni del gas naturale americano».

Ma Michael Levi, del Council on Foreign Relations, spiega che la cosa è molto più complicata di quanto vorrebbero far credere repubblicani e multinazionali petrolifere/gasiere: «Primo, le decisioni su cosa esportare e importare sono prese da entità commerciali, non dai governi. Dato che è molto più redditizio per gli acquirenti di gas naturale degli Stati Uniti spedirlo via nave  in Asia (dove i prezzi sono più alti), ed  alla luce del fatto che il gas russo è un’opzione relativamente a basso costo per l’Europa, è difficile vedere come le esportazioni statunitensi possano erodere significativamente, sul lungo periodo, la quota del gas russo in Europa». Il secondo problema è quello delle infrastrutture: «Il rifornimento di gas naturale in Europa, per rispondere ad una crisi, richiede che ci sia un’infrastruttura sul luogo che possa ospitare tale aumento. Dato che la domanda di gas è stagionale, nuove infrastrutture per l’importazione di Gnl sarebbero sottoutilizzate durante alcuni periodi dell’anno, il che lo rende un brutto affare per le compagnie, che perseguono finalità di lucro».