I dazi di Trump sui pannelli solari cinesi vanificati dal rapido calo dei prezzi

Le guerre commerciali hanno risultati imprevedibili. E anche i dazi su acciaio e alluminio danneggiano l’industria solare statunitense

[1 agosto 2018]

Il boom globale dei pannelli solari sta ancora facendo calare rapidamente i prezzi e ha attenuato l’effetto dei dazi imposti sulle importazioni dall’amministrazione di Donald Trump. L’esperto statunitense di energia Joe Romm scrive beffardamente su ThinkProgress: «Le guerre commerciali hanno risultati imprevedibili e l’energia solare è un caso classico».

Ma cosa è successo? Romm spiega che «Nel 2017, quando Trump stava valutando la possibilità di applicare dazi sulle celle e i pannelli solari importati, le aziende statunitensi iniziarono a comprare e immagazzinare pannelli stranieri, il che fece aumentare i prezzi. Poi, a gennaio, il presidente ha imposto una tariffa del 30%». Negli Usa gli ordini sono stati annullati e gli molti operai che lavoravano nel a fotovoltaico sono stati licenziati, visto che l’industria importa circa l’80% dei suoi prodotti e pannelli solari. Proseguendo nella sua guerra commerciale contro Pechino, a giugno Trump ha imposto un’altra tassa del 25% sui pannelli solari importati dalla Cina ma, inaspettatamente, per raffreddare quello che il governo comunista vede come un mercato interno surriscaldato, il primo giugno il governo cinese ha tagliato bruscamente i suoi incentivi per l’installazione di energia solare. Nel solo 2017 la Cina aveva installato altri 53 gigawatt di energia solare, battendo ogni precedente record per qualsiasi Paese del mondo.

Romm spiega che «La mossa della Cina ha avuto un effetto immediato, rallentando l’installazione interna e creando un eccesso di offerta globale. In poche settimane, i prezzi globali erano scesi del 12%».

Intervistato dalla Reuters, l’amministratore delegato di SunPower, Tom Werner, ha evidenziato che «”Se stai costruendo una grande centrale elettrica, i tuoi prezzi sono sicuramente tornati almeno a metà di quello che erano le tariffe precedenti. Sta mutando l’impatto dei dazi».

SunPower è una multinazionale di San Jose, in California, che produce pannelli solari e installa sistemi di energia solare, ma le sue fabbriche sono soprattutto nelle Filippine e in Messico e sta cercando di sfuggire ai dazi di Trump.

SunPower produce pannelli ad alta efficienza e di fascia alta, e Werner, dopo aver  annunciato che, per arginare l’impatto di dazi, sta  acquistando la rivale SolarWorld Americas, espandendo la produzione nazionale in Oregon, ha aggiunto: «I calo dei prezzi rende la produzione nazionale molto più impegnativa. Per competere, dovremo aumentare il livello».

Infatti, quest’anno i prezzi potrebbero calare fino al 35% e, mentre questa è una buona notizia per chi vuole installare pannelli solari, toglie letteralmente il terreno sotto ai piedi al supposto obiettivo dei dazi di Trump: aumentare la produzione interna statunitense. E a rimetterci, come spiega ancora Wernwr, sono le imprese statunitensi che producono anche all’estero: «Il nostro investimento in America è stato ridotto perché dobbiamo  pagare i dazi invece di investire. Avremmo aggiunto centinaia di lavori che non aggiungeremo fino a quando non scopriremo cosa succede con la nostra richiesta di esclusione. Nella seconda metà di quest’anno, SunPower prevede di spendere 51 milioni in dazi, un importo che la compagnia preferirebbe investire nella sua tecnologia di ultima generazione e aumentare la produzione negli Stati Uniti».

Un’ulteriore complicazione per l’industria solare statunitense arriva dai dazi fe che Trump ha messo su acciaio e alluminio importati, materiali che sono necessari per costruire le strutture che tengono insieme i pannelli solari. Werner conferma: «Non c’è dubbio che abbia avuto un impatto sulle dimensioni del mercato solare americano».

E Romm ribadisce sornione: «Le guerre commerciali hanno risultati imprevedibili».