Il Kosovo dorme sul carbone. E non si risveglierà pulito

In un convegno è stato affrontata la sfida delle rinnovabili, ma la strada è ancora molto lunga

[29 agosto 2013]

Fino a qualche anno fa il Kosovo si vantava delle proprie risorse energetiche: «Dormiamo su 14 miliardi di tonnellate di carbone». Ma non erano sogni tanto tranquilli visto che ieri le due centrali più grandi del Kosovo hanno prodotto un inquinamento devastante e tra corruzione, strascichi della guerra e povertà, la sfida delle rinnovabili è davvero lontana.

Il 98% del fabbisogno energetico del Kosovo è soddisfatto dal consumo di lignite, un carbone di basso pregio che ha compromesso sia l’aria che le acque della regione, oltre a incidere drammaticamente sulla stessa aspettativa di vita dei kosovari: è stimato infatti che a causa dell’inquinamento da lignite essi vivano 5 anni in meno delle altre popolazioni balcaniche.

Questa martoriata regione formula i primi tentativi – se non altro culturali – di affrontare il tema delle rinnovabili, ma senza risultati immediati. Si è tenuto infatti negli scorsi giorni un convegno a Prizren in occasione del festival cinematografico Dokufest, con la presenza di Jan-Peter Olters, referente  del Kosovo per la Banca Mondiale,  Haki Abazi, direttore del programma RBF Western Balkans e il coordinatore del KOSID (Kosovo Civil Society Consortium for Sustainable Development) Visar Ademi.

L’obbiettivo a cui punta il Kosovo è di raggiungere il 25% dell’energia totale da fonti rinnovabili entro il 2020, ma sicuramente non parte da una posizione vantaggiosa per la riconversione verde e in tanti dubitano che possa farcela. Le alternative rinnovabili non sono a portata di mano: secondo quanto dichiarato da Olters, in Kosovo le condizioni ambientali per l’energia eolica, solare o idrica non sono particolarmente favorevoli. Il costo per la creazione di nuove centrali elettriche alimentate da fonti rinnovabili è inoltre piuttosto alto, e un ulteriore ostacolo è rappresentato dal fatto che il 45% dell’energia prodotta serve a coprire solo il riscaldamento.

Per queste ragioni intanto il primo passo dovrà essere quello di avviare alla chiusura della seconda centrale più grande della regione, Kosovo A (Nella foto di wikimedia), alimentata a lignite appunto, che da sola è una delle più inquinanti di tutta Europa. La sua chiusura, prevista per il 2017, è infatti un passaggio necessario per la costruzione di un’alternativa energetica, che secondo Olters dovrebbe passare dalla riconversione di Kosovo B, la più grande centrale sempre localizzata a Obilic, che attualmente è alimentata solo per il 2% dall’idroelettrico.

Secondo Abazi una soluzione alla difficile condizione del Kosovo è quella dell’approccio integrato: «Bene con la dismissione di Kosovo A nel 2017, bene con la riconversione di Kosovo B, con l’ottimizzazione energetica delle case e con una riforma normativa che faciliti il tutto. Ma creare una connessione con l’Albania potrebbe migliorare notevolmente la situazione del Kosovo, visto che l’Albania è un paese con un potenziale idroelettrico elevato».

C’è anche chi, come Ademi, invoca l’apertura del mercato estero e auspica l’arrivo di investimenti privati per portare avanti una riconversione strutturale. Ma anche in questo caso le complicazioni burocratiche e la scarsa trasparenza amministrativa non sembrano in grado di migliorare la situazione.

Ma, come fanno giustamente notare i redattori di Kosovo 2.0, di fronte a queste ipotesi dovrebbero rispondere anche le istituzioni, che invece hanno disertato l’appuntamento. Lo stesso ministro dello sviluppo economico Fadil Ismaili, invitato al dibattito, non vi ha preso parte. «Sembrava a molti una cosa normale – commenta Kosovo 2.0 – e come stupirsi quindi se il Kosovo non farà nessun passo avanti?».