Il progetto della centrale nucleare di Kaliningrad finisce nel cassetto. Unicredit cosa decide?

[10 giugno 2013]

Le autorità russe non hanno ancora fornito nessuna conferma ufficiale, però che i lavori di realizzazione della centrale nucleare nell’enclave sul Mar Baltico di Kaliningrad siano stati bloccati sine die sembra ormai il segreto di Pulcinella. Le due principali compagnie fornitrici di materiali per la costruzione dell’impianto di tecnologia sovietica vecchio stampo (e ad alto rischio) hanno infatti ammesso che è tutto fermo, tanto che negli ultimi giorni le agenzie di stampa Reuters e Interfax hanno rilanciato la notizia.

Il perché del ripensamento è presto detto: la Rosatom, l’azienda nucleare russa ancora di proprietà dello Stato, non è riuscita ad attrarre i capitali stranieri necessari per l’opera (due reattori in grado di produrre 1.200 megawatt di energia). L’interessamento di diverse società dell’Europa occidentale, tra cui l’Enel, non si è evidentemente concretizzato, se non in maniera troppo parziale per le esigenze della Rosatom.

Val la pena rammentare che negli ultimi anni Re:Common (e in precedenza la CRBM) hanno facilitato la presenza all’assemblea degli azionisti dell’Enel di esponenti dell’associazione ambientalista russa Eco Defense proprio per chiedere alla corporation energetica italiana – già “sostenitrice” dell’atomo in Slovacchia e Romania – quali fossero le sue intenzioni in merito a Kaliningrad. Ora ovviamente gli attivisti di Eco Defense e buona parte della popolazione locale fanno festa per lo scampato pericolo nucleare. Infatti un recente sondaggio di opinione nell’enclave russa ha mostrato che 48% della popolazione è nettamente contrario a fronte di un 30% a favore ed il restante senza posizione.

Anche alcuni governi europei avranno festeggiato. La vicina Polonia da tempo aveva manifestato l’intenzione di non importante l’energia nucleare russa da Kaliningrad per motivi geopolitici, seguita recentemente dalla Germania. Anche l’altro Paese confinante, la Lituania, non era contenta  del progetto e dei rischi che comportava.

Ma le pressioni per “riportare in vita” la centrale continuano da parte della Francia. La compagnia transalpina Alstom è interessata a fornire le turbine dell’impianto e l’istituto di credito Societé Generale, da sempre finanziatrice di impianti nucleari, sembra aver già accordato un prestito. Lo scorso 3 giugno, lo stesso ambasciatore francese in Russia si è recato in visita nell’area interessata per minimizzare i recenti sviluppi non positivi.

Sul fronte italiano, il gruppo Unicredit non chiarisce ancora la sua posizione, probabilmente perché troppo legato a uno dei suoi maggiori clienti, l’Enel, che co-promuove l’impianto. La HvB tedesca, parte della galassia gruppo Unicredit, a fine aprile ha fatto capire che non è coinvolta nel finanziamento in seguito alle preoccupazioni che il progetto non sia in linea con la policy nucleare interna redatta dal gruppo bancario alcuni anni fa.

Sollecitata da Re:Common, Piazza Cordusio non ha ancora risposto formalmente. Però in occasione dell’assemblea degli azionisti dello scorso 11 maggio a Roma, quando Re:Common ha riproposto la domanda, l’amministratore delegato Federico Ghizzoni ha solamente detto che ogni progetto sarà valutato sulla base degli standard ambientali e dell’agenzia atomica per l’energia, non escludendo quindi che la banca possa essere coinvolta nel suo finanziamento in futuro. Va aggiunto che nel 2012 Unicredit ha fatto lauti profitti in Russia a fronte dei magri risultati in Italia. Per Ghizzoni quindi la scelta è chiara: viene prima il rispetto dello spirito del referendum popolare del 2011 contro il nucleare in Italia o gli interessi (rischiosi) dell’Enel e della banca in Russia? E’ giunto il momento di decidere se Unicredit è una banca nucleare. Tertium non datur.