In Sudan la nuova “rivoluzione” araba? 140 morti nelle proteste contro il regime

Dietro la rivolta la crisi petrolifera e l’aumento dei prezzi dei carburanti

[27 settembre 2013]

Secondo il network televisivo Al-Arabiya, che riporta fonti dell’opposizione sudanese, «circa 140 persone hanno trovato la morte nelle manifestazioni antigovernative che scuotono da 4 giorni il Sudan». Il regime islamico dice che le vittime sarebbero “solo” 29, ma ieri Internet per due giorni non era accessibile in tutto il Sudan e gli organizzatori delle proteste accusano il regime di aver provocato un black out informativo per nascondere la strage e per impedire una copertura indipendente degli avvenimenti e non far scattare il “contagio” che attraverso Twitter ha fatto esplodere le rivoluzioni in Paesi come la Tinisia e l’Egitto.

Le proteste sono cominciate il 23 settembre nello Stato sudanese di El-Gezira, a sud della capital Khartoum, contro l’aumento dei prezzi dei carburanti, ma presto si sono aggiunte altre rivendicazioni di ordine economico e la richiesta di dimissioni del presidente Omar el Bechir, l’omo forte del Sudan, al potere dal 1989, che ha sulla testa un mandato di cattura del tribunale internazionale per crimini contro l’umanità.

Dopo la morte di un manifestante la protesta si è propagata in diverse regioni del Sudan e sono iniziati gli scontri con le forze dell’ordine che hanno sparato sulla folla. Ora il regime teme il contagio nell’intero sterminato Paese.
Nonostante l’atteggiamento arrogante del regime ed il sostegno della Cina, l’economia sudanese è in crisi nera dopo l’indipendenza del Sud Sudan nel 2011. L’inflazione è al 40%  e gli oppositori di Omar el Bechir lo accusano di non aver fatto niente per uscire dalla crisi economica. Intanto il regime continua a comprare armamenti per sedare le milizie indipendentiste nel Darfur e negli Stati al confine con il Sud Sudan.

Secondo fonti ospedaliere gli scontri più violenti tra manifestanti e polizia sarebbero avvenuti a Omdourman la città di fronte a Khartoum sull’altra riva del Nilo, dove ci sono numerosi centri del potere statale sudanese. Dietro la crisi sudanese c’è il petrolio, o meglio i giacimenti di petrolio che con l’indipendenza del Sud Sudan sono rimasti per il 75% nel nuovo Stato e che hanno già provocato un paio di guerre tra i due Sudan e una situazione di insicurezza endemica che sta sgretolando anche quella che sembrava l’inossidabile presa di Omar el Bechir e del suo regime islamista su quello che era il secondo più grande Paese dell’Africa.

Chiusi i rubinetti del petrolio meridionale, l’eterno regime di  Khartoum ha dovuto togliere le sovvenzioni sui prezzi degli idrocarburi e avviare dolorose riforme economiche in un Paese già impoverito dalla guerra e dalla corruzione. I prezzi alla pompa della benzina e del gasolio sono saliti del 50% e la fiammata dei costi ha causato una fiammata di collera che è diventata saccheggi e che alla fine è arrivata ad incendiare la sede di Oumdourman del Partito del Congresso Nazionale che governa il Sudan.

La situazione è così grave che a Khartoum sono state chiuse le scuole fino al 30 settembre e che Omar el-Béchir che doveva intervenire all’Assemblea generale dell’Onu, una delle poche occasioni per uscire dal suo Paese senza essere arrestato, ha deciso di restare in Sudan per occuparsi delle rivolte.

Come scrive L’Observateur Paalga, «resta ora da capire se il “pompiere” el Bechir riuscirà a spegnere il fuoco appiccato dal petrolio nel suo Paese. E in quale maniera. Siamo anche in diritto di chiederci se il presidente sudanese, frustrato di non essere più un produttore ma un semplice “conduttore” dell’oro nero, non cercherà nella stessa occasione di far man bassa sulle  pipelines che attraversano il suo territorio, al fine di rinegoziare i termini del suo divorzio con il Sud che già ora sogna un’altra porta di uscita per i sui idrocarburi».

Ma il precipitare della crisi in Sudan è un brutto segnale anche per gli altri Paesi africani che sovvenzionano i prezzi dei carburanti, costruendosi con le loro stesse mani una trappola che prima o poi porta a proteste di piazza quando questo trucco non è più sostenibile. È già successo in Nigeria con i sanguinosi scontri del 2012. I Paesi africani farebbero bene a capire la lezione, ad affrancarsi dalla maledizione/schiavitù del petrolio e a cercare delle alternative a sovvenzioni dei combustibili fossili insostenibili a lungo termine.