L’Iraq e la jihad, o del fallimento delle guerre del petrolio dell’Occidente

[13 giugno 2014]

In Iraq è l’incubo avverato delle disastrose guerre ideologiche liberiste del petrolio scatenate dal neo-conservatorismo. E’ il fallimento di una politica costata, e che continua a costare, centinaia di migliaia di vittime innocenti e che ha consegnato gran parte della Siria e dell’Iraq alle forze che si diceva di voler combattere: le milizie jihadiste legate ad Al Qaeda (e finanziate ed armate come e prima e più di prima dalle monarchie del Golfo alleate dell’Occidente) che si volevano cacciare da Paesi governati da dittature “laiche” nazional-socialiste dove l’integralismo guerriero non aveva nessuno spazio. L’invenzione del nemico ha davvero materializzato il nemico che, fin dal nome usato in Iraq e Siria,  Stato islamico in Iraq e Siria (Isis) o Stato Islamico in Iraq e Levante (Isil), rivendica l’istituzione di un califfato islamista sunnita nel cuore petrolifero e geopolitico del Medio Oriente, la dove governava il baathismo di Saddam Hussein e continua a governare il Baath di Sashir Al Assad, ormai diventato da macellaio del suo popolo ultimo baluardo di fronte alla tracimazione della milizie integraliste verso il Mediterraneo.

Anche le dichiarazioni bellicose di ieri di Barack Obama, «Gli Stati Uniti sono pronti per operazioni militari se la nostra sicurezza nazionale è minacciata. Gli Usa sono interessati al fatto che i seguaci della jihad  non abbiano un campo operativo in Iraq e in Siria», sono in realtà l’ammissione di un clamoroso fallimento delle guerre volute dai governi repubblicani che, dall’Afghanistan all’Iraq, hanno portato gli Usa alla più umiliante sconfitta  politico-militare dopo quella del Vietnam. Insieme agli americani e stata pesantemente sconfitta anche quella Coalizione dei volenterosi di cui l’Italia ha fatto parte, versando inutilmente molto sangue e denaro, e la cui scellerata eredità politica, come sempre succede nel nostro Paese, non appartiene a nessuno. Un’eredità della quale nessuno parla e che però stiamo pagando a caro prezzo con l’arrivo sulle nostre coste di migliaia di profughi siriani ed irakeni che fuggono dalla guerra infinita che abbiamo scelleratamente innescato al suono della fanfara dei bersaglieri.

Ha ragione il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov: «La Situazione in Iraq dimostra Il fallimento completo dell’avventura che hanno iniziato principalmente Usa e Regno Unito e che alla fine è finita fuori controllo».

Un’avventura che  ha frantumato l’Iraq lungo faglie politiche, religiose e petrolifere, con la politica dominata dalla maggioranza sciita filo-iraniana, il Curdistan semi-indipendente (e sunnita) che, assaporando una piena indipendenza grazie al caos,  nemmeno si sogna di intervenire con i suo pashmerga armati fino ai denti  a sostegno del potere centrale di Bagdad e la minoranza sunnita, abituata a comandare con Saddam, che fugge di fronte alle milizie jihadiste che avanzano per creare il califfato sunnita panarabo. Non è certo un caso se gli islamisti, dopo aver preso Kirkuk, sembra la abbiano ceduta senza colpo ferire ai curdi che la rivendicano da sempre. Il petrolio, la vera ragione delle guerre irachene, finirà, anzi è già finito, nelle mani  che si diceva di voler tagliare con le “bombe intelligenti”: quelle degli integralisti islamici che condividono la stessa visione omicida del mondo e del Paradiso degli attentatori delle Torri Gemelle.

Mentre i sunniti dell’esercito regolare (quelli che abbiamo addestrato con i soldi dei contribuenti italiani) disertano e quelli sciiti si ritirano  di fronte all’avanzata dell’ Isis/Isil, mentre gli islamisti conquistano  Tikrit, che dette i natali a Saddam Hussein, occupano Fallujah, Mosul e Baiji e si dirigono verso Bagdad gli americani e gli europei guardano ancora una volta allibiti al nuovo errore combinato in Siria, speculare a quello iracheno ed afghano, ed è abbastanza incredibile che i leader mondiali non abbiano ancora compreso la dinamica dello jihadismo che, attraverso i finanziamenti occidentali e sauditi/qatariani, diventa ogni volta la fabbrica di tanti Osama bin Laden, che magari gli Usa dovranno giustiziare con blitz o droni come è accaduto ed accade proprio in queste ore in Pakistan.

Quello che in realtà cerca  lo Stato Islamico in Iraq e Levante, in Iraq come in Siria, è lo scontro finale tra i sunniti e gli eretici sciiti, individuati nella Repubblica islamica dell’Iran e nel regime alauita siriano, è lo scontro finale per l’egemonia politico/religiosa sull’islam in Medio Oriente, per la creazione di uno Stato Islamico che cancelli i vecchi confini e fortifichi quelli nuovi con il petrolio.

Intanto il leader politico-religioso sciita Muqtada al-Sadr ha detto di essere pronto a «Formare unità di pace per difendere i luoghi santi» dei musulmani e dei cristiani, l’altra minoranza dimenticata dell’Iraq massacrata dagli integralisti.   Gli sciiti hanno costituito almeno 4 brigate (Kataibe, Assaib, al-Sadr Brigata e il braccio armato dell’Organizzazione Badr) di volontari, 10.000 – 12.000 uomini,  per difendere Bagdad e fermare l’avanzata dell’Isis/Isil.

Solo gli Usa, negli ultimi 10 anni,  hanno speso più di 20 miliardi di dollari per  addestrare ed equipaggiare le forze di sicurezza irachene che sono evaporate come acqua nel deserto, mentre il parlamento iracheno, diviso politicamente e religiosamente, non concede al premier sciita Nouri al-Maliki i poteri di emergenza perché i sunniti ed i curdi temono che li userà contro di loro dopo che americani ed iraniani lo avranno aiutato a sconfiggere i jihadisti.

L’ultimo soldato americano ha lasciato l’Iraq il 18 dicembre 2011, mentre la missione italiana è terminata nel dicembre 2006,  ma il  New York Times rivela che già a maggio al-Maliki «Ha chiesto segretamente l’amministrazione Obama di prendere in considerazione di effettuare raid aerei contro gli accampamenti degli estremisti» e che «Ha indicato che tutto è stato preparato per consentire agli Stati Uniti di effettuare attacchi utilizzando aerei da guerra o droni». Gli Usa avrebbero respinto le richieste ma ora, di fronte al dilagare dell’armata islamista, Obama potrebbe ripensarci e trovarsi alleato dell’Iran che, secondo quanto scrive il Wall Street Journal ha schierato due battaglioni della Guardia Rivoluzionaria iraniana (i Pasdaran)  che starebbero combattendo con successo a Tikrit (che le ultime notizie danno per riconquistata all’85%) e che stanno aiutando a preparare la difesa di Baghdad e delle città di Najaf e Karbala.  I russi dicono addirittura che ci sarebbero stati già interventi di aerei Usa a sostegno dei Pasdaran iraniani.

Intanto i jihadisti hanno attaccato il consolato turco di Musul ed hanno catturato diversi cittadini turchi, tanto che Ankara (membro della Nato) ha minacciato di intervenire in Iraq se le loro vite verranno messe in pericolo. Il problema è che alle milizie dello  Stato Islamico in Iraq e Levante sono state  fatte entrare in Siria, dove hanno costituito la base armata per lanciare l’offensiva in corso,  proprio da coloro che oggi vogliono fermarle: occidentali e turchi, sembra di rivedere la storia dei talebani afghani armati da occidentali e sauditi in funzione antisovietica… Mentre la violenza omicida ed il terrorismo che hanno preceduto ed accompagnato l’attacco all’Iraq prefigurano un nuovo scenario “afghano” proprio dove la guerra di Bush e della coalizione dei volenterosi voleva impedirlo: nel cuore petrolifero del Medio Oriente.