La bancarotta del carbone Usa: fallisce Patriot Coal Corporation

Ma la fuga delle compagnie minerarie lascia un disastro ambientale e sociale

[13 maggio 2015]

Un mese fa Ben Hatfield  si era dimesso da amministratore delegato della Patriot Coal Corporation, una delle più grandi imprese carbonifere statunitensi, ed ora il gigante del carbone annuncia la bancarotta a causa di «Condizioni di mercato difficili». Un fallimento annunciato e preparato, secondo lavoratori, sindacati e ambientalisti.

L’impresa di Putnam County, nella West Virginia, negli ultimi 5 anni aveva chiuso diverse miniere e subito una raffica di grossi incidenti che, insieme al boom del gas e delle energie rinnovabili, hanno probabilmente contribuito all’odierno fallimento.

Secondo Bruce Nilles, direttore della Beyond Coal Campaign di Sierra Club, «Con l’aumento dell’energia pulita a prezzi accessibili, una più forte protezione dell’ aria e dell’acqua pulita, le riserve di carbone in calo   e una crescente consapevolezza che il carbone è il fattore chiave per le perturbazioni climatiche, aziende come Patriot e il suo ex capogruppo Peabody sono ora di fronte alla realtà che in America il carbone non è più il re».

Recenti rapporti spiegano il perché della bancarotta del carbone: circa il 72% del carbone di West Virginia, Kentucky e Virginia viene estratto in perdita, così le imprese minerarie, nonostante una più che evidente saturazione del mercato, invece di prendere atto di un declino che sembra inesorabile, hanno cercato di ridurre i costi continuando a distruggere le montagne con miniere all’aperto e la rimozione delle vette.

Per Nilles «Il calo complessivo del carbone degli Appalachi è il risultato di una rivoluzione nel settore energetico, che include il rapido calo dei prezzi per le altre fonti di energia, la travolgente domanda dell’opinione pubblica di energia pulita e di una decisione dubbia dall’industria del carbone di andarsene dalla regione e investire nelle miniere non sindacalizzati in altre parti del Paese».

Ma la bancarotta del carbone nell’Appalachia sta lasciando una pesante eredità: «Peabody ha rigettato molti dei suoi impegni per gli Appalachi,  compresi i siti di rimozione delle vette e le pensioni dei lavoratori – denuncia Nilles – Patriot e si unita ai suoi compagni delle compagnie minerarie nell’abbandonare le comunità dell’Appalachia, scavando una voragine economica. E’ ora che l’Appalachia torni a rimettersi in piedi,  ma ci vorrà del tempo, una pianificazione attenta e un vero e proprio impegno economico da parte degli Stati degli  Appalachi, del  governo federale e del popolo americano».

Insomma, l’industria del carbone ha rapinato e distrutto un’intera regione fino  che ci ha guadagnato ed ora dichiara bancarotta e lascia alle comunità che ha sfruttato le grane ambientali e sociali che ha prodotto. Una storia già vista negli Usa e in molti Paesi del mondo, ma che nessuno sembra voler imparare.

Come spesso succede in queste occasioni, a difendere le comunità minerarie abbandonate dai King Coal sono gli ambientalisti che quelle stesse comunità erano state abituate a considerare come i loro più grandi nemici. Sierra Club si complimenta con il presidente Usa Barack Obama per aver fatto  un passo importante nella giusta direzione: si è impegnato a stanziare 55 milioni dollari in sussidi per aiutare le comunità colpite degli Appalachi. Ora gli ambientalisti statunitensi invitano i leader politici ad «Effettuare gli investimenti supplementari previsti dal Power Plus Plan proposto dal presidente».

Nilles conclude: «E’ fondamentale in questo momento che i leader statali, regionali e federali riconoscano il ruolo declinante delle miniere di carbone nella vita economica della regione e che tracciano una rotta percorribile per il futuro economico della regione. Operatori minerari come Patriot e Peabody Energy, insieme allo Stato della West Virginia ed al governo federale, devono impegnarsi a fare molto di più per garantire una giusta, equa transizione per i lavoratori della regione».