La bomba a orologeria ambientale della miniere di carbone abbandonate in Indonesia (VIDEO)

Le compagnie carbonifere in crisi scappano senza fare bonifiche e ripristini

[1 luglio 2016]

Carbone indonesia 1

Nella tropical coal belt dell’Indonesia stanno chiudendo migliaia di miniere di carbone: i prezzi e gli ordinativi sono a secco, ma quasi nessuna delle compagnie carbonifere ha pagato i miliardi di dollari necessari per bonificare e ripristinare il territorio devastato che si sono lasciate alle spalle.

Clara Ferreira Marques della Reuters scrive che «I pozzi delle miniere abbandonate punteggiano le colline nude, senza alberi a Samarinda, la capitale della provincia dell’East Kalimantan, nella parte indonesiana dell’isola del Borneo. E’ il ground zero per il boom di carbone che aveva reso l’Indonesia il più grande esportatore mondiale del minerale per fornire combustibile alle centrali. I pozzi minerari abbandonati sono diventati trappole mortali per i bambini che ci nuotano e la loro acqua acida sta uccidendo le vicine risaie». Solo nell’area di Samarinda, negli ultimi 5 anni sono annegati 24 bambini che facevano il bagno negli stagni formatisi nei crateri delle miniere abbandonate».

L’Indonesia ha chiesto, quasi sempre senza riuscirci, alle compagnie minerarie di mantenere le loro promesse di bonificare i territori sfregiati e devastati, ma la realtà è che il governo di Jakarta non sa nemmeno chi detiene le molte migliaia di licenze minerarie che sono state generosamente distribuite durante gli anni del boom del carbone. «Nessuno controllava», dice Dian Patria, che si occupa d di risorse naturali per la Corruption Eradication Commission (KPK) dell’Indonesia. Secondo lui «Il 90% degli oltre 10.000 titolari di licenze minerarie non ha pagato i fondi per la bonifica che devono per legge. Un terzo sono per il carbone».

Ma anche se volessero farlo, ora molte compagnie carbonifere sono senza fondi: le stesse banche che hanno generosamente finanziato le miniere semi-illegali ora non credono più nelle prospettive commerciali di questa industria e temono di farsi una brutta reputazione finanziando miniere che contribuiscono fortemente al cambiamento climatico. Un problema che non è solo indonesiano: mentre i prezzi del carbone calano,  anche le Big Coal stanno cercando in ogni modo di pagare le centinaia di milioni di dollari per le bonifiche e il ripristino delle loro miniere nei Paesi in via di sviluppo lo fanno semplicemente scappando via e abbandonando al loro destino interi territori e comunità devastate ambientalmente e socialmente.

Dopo la fine della dittatura di Suharto nel 1998, gli spesso deboli e autoritari governi che si sono succeduti a Jakarta, nel nome del decentramento e per sedare le spinte indipendentiste di diverse aree, hanno dato alle città e distretti il controllo delle risorse naturali, ma  i leader locali ne hanno approfittato per concedere i migliaia di licenze minerarie, molte a piccole compagnie, che volevano approfittare del boom del carbone, passato circa 40 dollari per tonnellata nel 2005 a quasi 200 dollari nel 2008, l’anno del picco. Nel solo  Kalimantan orientale, circa la metà della provincia era occupata da permessi di estrazione di carbone.

Una situazione che ha provocato anche un boom della corruzione già endemica, ma nonostante questo le Big Coal avanzano nuovi progetti per grandi miniere e terminal carboniferi, come quello a Batang, a Java centrale che vede la forte opposizione di Greenpeace Indonesia e degli agricoltori locali.

Il presidente Joko Widodo, eletto nel 2014, ha promesso di voltare pagina per quanto riguarda la tutela ambientale – che frutta all’Indonesia miliardi di dollari di aiuti e investimenti stranieri –  e ha tolto il controllo delle risorse naturali agli amministratori locali per passarlo ai governatori provinciali. Awang Faroek Ishak, I governatore di East Kalimantan, ha emesso una moratoria sulle nuove licenze e  minaccia di punire le compagnie minerarie che non ripristineranno il territorio come si erano impegnate a fare, ma ha ammesso che «Mancano  i dati sulle società minerarie e i fondi per il ripristino. Come possiamo controllare tutto questo, se non abbiamo i documenti?».

Ma Kiki Taufik, di Greenpeace Indonesia, risponde sulla Reuters:  «Tuttavia, i governatori  hanno l’autorità di congelare i permessi e le operazioni mentre le studiano. I governatori hanno l’autorità, ma non hanno mai usato  questa autorità».

La maggior parte delle licenze minerarie sono state concesse a piccole imprese, molte delle quali sono andate in bancarotta o si sono semplicemente dileguate quando le miniere di carbone non erano più redditizie. «Per ora, è davvero difficile non perdere soldi – ha detto alla Reuters Budi Situmorang, un ingegnere minerario che lavora per una piccola miniera di carbone della CV Arjuna  – Tutto ciò che possiamo realmente fare è mantenerle. Guardando le 56 miniere a Samarinda, non più di 10 sono ancora attive»

Eppure le compagnie minerari avrebbero dovuto ripristinare il territorio con le fidejussioni che avrebbero dovuto depositare nelle banche statali e sotto la supervisione di funzionari locali. Ma è lo stesso Pandu Sjahrir, presidente della  Coal mining association dell’Indonesia, a dire alle Reuters che «Questo è quello che si dovrebbe fare, ma in pratica pochissime persone lo fanno, fatta eccezione per le grandi imprese minerarie». Così, già nel 2011 il governo centrale di Jakarta era in possesso di una lista di quasi 4.000 licenze che avevano violato gli obblighi di bonifica e ripristino, ma a quanto pare sarà in grado di revocare queste licenze che hanno violato le normative ambientali solo dal gennaio 2017.

Il team di Patria dell’agenzia anticorruzione sta  premendo sulla Supreme audit agency del governo nazionale (BPK) perché metta sotto inchiesta le compagnie minerarie, anche per i fiondi di bonifica e ripristino non versai, stimati in centinaia di milioni di dollari. Ma secondo Merah Johansyah dal Mining Advocacy Network JATAM, «Anche questa è solo una parte del denaro che sarebbe effettivamente necessario» e gli ambientalisti sono all’attacco, visto che, secondo la stessa industria, gli abbandoni delle miniere di carbone dovrebbero avere un picco entro il 2020. Ma l’indagine della Reuters ha rivelato che  2.272 licenze e contratti carboniferi scadranno già entro l’ottobre 2017.

Gli ambientalisti evidenziano un altro problema: la fine dei permessi non significa la fine dell’attività mineraria. Syahrul Fitra, un legale dell’associazione ambientalista Auriga, ha detto alla Reuters: «Nell’East Kalimantan, anche se i permessi sono stati revocati da lungo tempo, sono ancora in funzione. Quello che abbiamo scoperto sul campo è che non sono state applicate sanzioni».

Inoltre, nelle aree in cui le compagnie minerarie procedono alla bonifica,  di solito non fanno la riforestazione prevista: la maggior parte delle concessioni minerarie vengono trasformate in complessi residenziali, terreni agricoli o per altri usi, denunciano sia gli ambientalisti che i funzionari non corrotti che controllano l’industria carbonifera.

Così, mentre le compagnie più grosse ci guadagnano anche dalla dismissione delle loro miniere, l’acqua di dilavamento e i fanghi che fuoriescono dai pozzi abbandonati, circa 150 solo a Samarinda, inquinano le risaie e i corsi d’acqua nelle vicinanze.

Clara Ferreira Marques racconta la storia di Suyadi, un ex minatore tornato a fare il contadino nella risaia di famiglia dopo che la piccola miniera dove lavorava ha chiuso. Ma i problemi della miniera lo hanno seguito: «Piaccia o no, il deflusso degli sterili è arrivato qui dice Suyadi – Se continuano a rilasciarlo in questo modo, dove altro andrà il deflusso dell’acqua? Nella  zone più basse dove ci sono risaie».

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