La Bulgaria vuole resuscitare la centrale nucleare di Belene, in un’area a rischio sismico

Il governo di destra di Sofia cambia idea, ignora le proteste dei cittadini e le richieste Ue e riapre ai russi

[13 giugno 2018]

Il 7 giugno in Bulgaria in molti hanno protestato contro il governo di destra  che vuole resuscitare il progetto della centrale nucleare di Belene. Secondo cittadini, oppositori e ambientalisti si tratta di una scelta costosa, con scarsi benefici e troppi rischi e che da decenni è al centro di una rete di corruzione  e tangenti che va da Mosca a Sofia.

Infatti nel 2012, quando il governo di Sofia, sotto la pressione di  Stati Uniti e Unione europea, il primo ministro di destra Boyko Borisov aveva approvato una moratoria sui lavori di costruzione di Belene per limitare la dipendenza energetica de Paese dalla Russia, la Bulgaria aveva già speso circa 1,8 miliardi di dollari nell’impianto nucleare.  Il progetto della centrale nucleare “Belene” è  in realtà iniziato in piena epoca sovietica, nel 1981, quando il governo comunista bulgaro decise di costruire 6 reattori nucleari sul Danubio. Nel 1990 – mentre il regime comunista era agli sgoccioli – l’Accademia delle scienze bulgara  (Bas) pubblicò uno dettagliato studio  indipendente del progetto “Belene” dal quale emerse che «Indagini e studi in genere portano a concludere che dal punto di vista energetico, economico, tecnico, sismico, ambientale e sociale, la costruzione della centrale nucleare “Belene “è scarsamente giustificata o accettabile».

Ma la settimana scorsa, il Parlamento Bulgaro ha ignorato le proteste, gli avvertimenti degli scienziati e le richieste europee –  nonostante la Bulgaria sia presidente di turno dell’Ue – è ha approvato con una maggioranza schiacciante (174 favorevoli e solo 14 contrari) la proposta del Gerb. il partito di Borisov  – un nazionalista che si atteggia ad anti-russo ma noto per le sue simpatie per i metodi forti di Vladimir Putin – di riprendere la costruzione della centrale nucleare sul Danubio entro la fine di ottobre.

Charles Digges di Bellona spiega che, prima del nuovo via libera al nucleare, «La Bulgaria aveva anche sospeso il progetto congiunto con la compagnia russa Atomstroieksport –  l’ala  per le costruzioni all’estero di  Rosatom, la compagnia nucleare statale  – perché non riusciva a trovare investitori stranieri pronti a sostenere i suoi costi vertiginosi, stimati in circa 11,8 miliardi di dollari. La sospensione ha fatto arrabbiare la Russia, che sperava di utilizzare Belene come vetrina europea per i suoi reattori di nuova generazione ad acqua pressurizzata». Un progetto invece attuato con entusiasmo da un altro governo di destra eco scettico e filo-russo, quello ungherese che sta costruendo la centrale nucleare Paks 2 grazie a un prestito di 11 miliardi di dollari di Rosatom .

Dopo che il progetto Rosatom in Bulgaria venne bloccato, Sofia ha dovuto pagare più di 620 milioni di euro a Mosca per la demolizione dell’impianto, ma ha anche ricevuto le parti nucleari per costruire due reattori da 1.000 megawatt del tipo VVER, che sono stati conservati e manutenuti. I due reattori da 1.000 megawatt della centrale di Belene erano destinati a sostituire 4 vecchie unità costruite dall’Unione sovietica ai tempi della Bulgaria comunista e che sono state chiuse più di dieci anni fa.

Intanto, mentre aumentano le preoccupazioni per la sicurezza nell’unica centrale nucleare funzionante in Bulgaria, a Kozloduy, dove ci sono ancora due reattori sovietici operativi risalenti al 1987 e al 1991, che forniscono circa il 30% dell’elettricità del Paese, Greenpeace Bulgaria evidenzia un grosso pericolo: «La centrale nucleare di Belene sarà costruita in una zona ad alto rischio di attività sismica, nella quale vivono oltre 140.000 persone. Nel 1977 a Svishtov – città, situata a 12 km dal sito dell’impianto – 120 persone rimasero  uccise quando ci fu  un terremoto di magnitudo 7,2 della scala Richter e molti edifici furono distrutti. Qualcuno può garantire che col prossimo grande terremoto –  e con quelli di diversa ampiezza e intensità che ci sono di continuo –  l’edificio della centrale resisterà?»  A questo si aggiunge, denunciano gli ambientalisti bulgari, che «La centrale nucleare di Belene non ha un piano d’azione in caso di gravi incidenti. Un grave incidente distruggerebbe l’area di Svishtov, Belene, Veliko Tarnovo, Pleven. Non si può mai escludere completamente la possibilità di un grave incidente, specialmente in un’area sismica».

E’ per questo che  nell’area intorno a Belene, famosa per i suoi vigneti, l’agricoltura biologica e le risorse naturali,  c’è una fortissima opposizione: «E’ in questione l’ulteriore sviluppo dell’agricoltura nella regione dopo la costruzione della centrale nucleare – dicono a Greenpeace Bulgaria . Chi comprerebbe prodotti coltivati entro 30 km dalla centrale nucleare? Anche lo sviluppo del turismo nella regione sarà ostacolato. L’impianto si trova entro i confini del Parco Naturale di Persina, che ne resterebbe dell’attrattiva turistica in presenza di una centrale nucleare all’interno dei suoi confini?».

La settimana scorsa, la ministro dell’energia di Bugaria, Temenujka Petkova ha annunciato, a pochi giorni dalla fine della presidenza di turno dell’Ue,  che entro il 2018 sarà lanciata una gara per scegliere di un investitore strategico nel progetto.  Commentando la fine della  moratoria parlamentare su Belene, la Petkova ha detto che «Era stata decisa in una situazione particolare. La decisione da prendere ora aprirà le porte alle opportunità di sviluppo del progetto».

Greenpeace risponde alla Petkova: «L’idea che [la centrale nucleare] sosterrà lo sviluppo della regione e creerà posti di lavoro è improbabile che si avvererà – nell’impianto verranno  impiegati solo specialisti,   circa 1000 –  e per la stessa costituzione il governo sta negoziando per assumere lavoratori dall’estero, ad esempio in Vietnam, Albania e da altri Paesi».

Nonostante si punti a risparmiare sulla manodopera, la costruzione della centrale nucleare costerà  miliardi di euro e per Greenpeace Bulgaria «Questo progetto rafforzerà la dipendenza della Bulgaria dalle grandi strutture energetiche monopolistiche. Con un mega progetto di questo tipo, lo sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili sarà ritardato. Persino il Gerb  aveva un’opinione simile solo pochi anni fa. Secondo Boyko Borisov e altri esponenti del Partito poi, il progetto di centrale nucleare “Belene” è costoso, non poteva essere ripagato in fretta ed era importante e desiderabile solo per il Partito socialista bulgaro».

Tutto dimenticato: passata la paura di una Fukushima russo/europea e di una nuova Chernobyl, si può riprendere a fare affari nucleari con gli amici/nemici russi mentre Bruxelles chiude un occhio, Trump ne strizza un altro a Putin chiedendo la riammissione della Russia nel G8 e l’Italia si aggrega al fronte dell’est che vuole eliminare le sanzioni contro la Russia.

Rosatom ha subito detto che farà un’altra offerta per completare Belene e anche la compagnia nucleare statale cinese China National Nuclear Corporation e la francese Framatome, controllata da EDF, si sono dichiarate interessate.

La Petkova ha però detto che il governo bulgaro non vuole più impegnare fondi pubblici, estendere le garanzie statali per un qualsiasi tipo di prestito, o firmare accordi per la fornitura di energia elettrica a lungo termine per rendere redditizio il progetto nucleare. Ma senza incentivi statali il nucleare è in crisi nera in tutto il mondo, a cominciare dagli Usa dove il liberista/isolazionista Trump vuole finanziare le centrali nucleari per non farle chiudere. Eppure, Vadim Titov, direttore di Rosatom Central Europe, il 7 giugno,durante una conferenza sull’energia in Bulgaria, ha dichiarato che la compagnia russa è pronta a iniziare i colloqui con le autorità di Sofia per rilanciare il contestato, costoso e pericoloso progetto di Belene.

Greenpeace Bulgaria si chiede cosa sia cambiato rispetto al parere dell’Accademia delle scienze bulgara del 1990 e risponde che le cose sono addirittura peggiorate: «Oggi, 37 anni dopo l’inizio del progetto, non esiste un’analisi obiettiva per dimostrare la necessità di costruire nuove capacità dell’ordine di 2000 MW. Al contrario, il consumo di elettricità nel Paese sta diminuendo». La Bulgaria però è tra le prime in Europa per  intensità di consumo di energia,  vale a dire che per unità di prodotto si consuma  molte volte più energia rispetto alla media Ue. «Prima di investire in nuove capacità energetiche  – dicono a Greenpeace – è necessario migliorare notevolmente l’efficienza energetica e ridurre i consumi e questo renderebbe la costruzione di un reattore nucleare completamente inutile».

Greenpeace Bulgaria critica anche la soluzione tecnica proposta: «Nella precedente ripresa del progetto nel 2003 era stata approvata la proposta per la costruzione di due reattori VVER 1000/V 466 della società russa “Atomstroyexport”. Non c’è esperienza su come funziona questo tipo di reattore, né un modello simile è stato mai autorizzato in Europa. La Bulgaria sarà il campo sperimentale per la tecnologia nucleare russa?». Poi ci sono i problemi di stoccaggio delle scorie radioattive (Radioactive waste – RAW). Greenpeace Bulgaria ricorda che  «In realtà, questi problemi non sono stati risolti in nessuna parte del mondo, nessuno ha trovato un modo per conservare in modo sicuro e duraturo i RAW. Il breve periodo di funzionamento di una centrale nucleare (in media 30 anni) lasciano dietro di sé un’eredità di rifiuti, alcuni dei quali hanno un’emivita di oltre 100.000 anni. Se al tempo dei popoli primitivi ci fossero state delle centrali nucleari, oggi dovremmo ancora custodire i rifiuti radioattivi prodotti a quell’epoca».

Per gli ambientalisti bulgari l’alternativa alla centrale di Belene c’è: «La soluzione è in piccoli sistemi energetici decentralizzati che utilizzano energia rinnovabile da sole, vento, biomassa. La penetrazione di sistemi di energia rinnovabile di piccole dimensioni (fino a 30 kW) e decentralizzati creerà nuovi posti di lavoro, permetterà alle persone di diventare più indipendenti dall’energia e in generale migliorare il sistema energetico nel Paese».