La Francia invia forze speciali in Burkina Faso, la nuova frontiera della guerra contro Al Qaeda

A tre anni dall’intervento militare francese in Mali il Paese è nel caos

[17 marzo 2016]

Al Qaeda Mali

Ieri, a due giorni dagli attentati a Grand-Bassam, in Costa d’Avorio, il ministro degli interni francese, Bernard Cazeneuve, ha annunciato che presto la Francia dispiegherà membri del GIGN, l’unità di élite della gendarmerie française, nella capitale del Burkina Faso Ouagadougou. Cazeneuve e il ministro degli esteri francese Jean-Marc Ayrault, sono andati ad Abidjan per testimoniare la solidarietà della Francia dopo l’attacco jihadista che il 13 marzo ha fatto 18 morti, tra i quali 4 francesi,  nella località balneare di Grand-Bassam e il ministro degli interni di Parigi ha detto che «Nel quadro delle operazioni Barkhane, e in seguito ai contatti che ho avuto con il direttore generale della gendarmerie nationale, abbiamo deciso di posizionare a Ouagadougou degli elementi del GIGN» che «In caso di attacco  nella regione, potranno intervenire rapidamente, fornire addestramento, dare un contributo in circostanze di cisi da terrorismo».

E’ evidente che la Francia considera ormai il Burkina Faso come il fronte avanzato contro i tentativi di Al-Qaïda au Maghreb islamique (Aqmi) e dei suoi alleati di espandersi nei Paesi dell’Africa occidentale, nel  cuore di quella che viene chiamata Françafrique, soprattutto dopo che a gennaio a Ouagadougou è stato attaccato un albergo dai jihadisti che hanno ucciso 30 persone.

In Costa d’Avorio, a differenza degli attacchi jihadisti a Ouagadougou e Bamako dove intervennero francesi e americani, il commando terrorista sarebbe stato neutralizzato dalle sole Forces spéciales ivoiriennes (FSI), un corpo di élite costituito da 800 – 1.000 uomini, volute nel 2012 dal presidente ivoriano  Alassane Ouattara, che presidia diverse aree della Costa d’Avorio e che ha al suo interno gruppi addestrati all’antiterrorismo e per la liberazione di ostaggi. Secondo Radio France International (RFI)  Il giorno dell’assalto Grand-Bassam le FSI erano sul posto dopo soli 45 minuti. Probabilmente si trattava dei militari del groupement de la sécurité présidentielle (GSPR) di guardia alla residenza del Presidente della Repubblica ad Assanie, a 40 km da Grand-Bassam, che si sono scontrati da soli con il commando dell’Aqmi, eliminando tre jihadisti e lasciando sul campo tre soldati ivoriani. La FSI ivoriane sono state addestrate dalle Forze speciali francesi che erano intervenute a Bamako, la capitale del Mali, il 20 novembre 2015 quando venne attaccato l’hotel Radisson Blu e a quanto pare gli ivoriani collaborano strettamente con i commando francesi. La Francia ha così addestrato una forza ivoriana di pronto intervento costituita da 250 – 300 uomini  e sta investendo molto per potenziare l’esercito della Costa d’Avorio, secondo RFI, «Ogni anno, 3,5 milioni di euro sono dedicati alla cooperazione strutturale nella Repubblica della Costa d’Avorio attraverso la Direction de la coopération de sécurité et défense (DCSD), ai quali si aggiungono i numerosi stages operativi dispensati a profitto dell’esercito ivoriano dalle forze francesi in Costa d’Avorio dagli  Eléments français du Sénégal, così come dal Commandement des opérations spéciales».

Intervistato da Jeune Afrique, Mathieu Guidère, che insegna islamologia all’università di Tolosa e autore di “Le retou du califat”,  invita a non sottovalutare gli attacchi jihadisti in Costa d’avorio e nel Sahel: «E’ vero che in un anno e mezzo il Daesh è diventato un’ossessione occidentale. I politici e i media hanno dimenticato il lupo cattivo dell’ultimo decennio: Al Qeda, ma l’organizzazione continua a prosperare dappertutto e ad installarsi durevolmente. Approfitta della focalizzazione militare sul Daesh per rinforzarsi e ricostituire le sue forze. Infatti, prendendo di mira solo il Daesh, si rende un servizio al suo grande rivale diretto, Al Qaeda, che sta faticando molto a trattenere i suoi combattenti per impedir loro di raggiungere il Daesh, sia in Siria che in Iraq che in Libia».

E’ noto che tra Al Qaeda e Stato Islamico/Daesh c’è una competizione per arruolare combattenti e terroristi ed anche per occupare territori, ma le differenze tra le due milizia di tagliagole sono davvero poche ed entrambe si ispirano ad un’ideologia reazionaria e vogliono instaurare uno Stato panislamico che applichi ferocemente la sharia. Secondo Guidère «La differenza riguarda le modalità di raggiugere questi obiettivi: i sostenitori del Daesh militano soprattutto per una “federazione islamica”, un po’ ala maniera degli Stati Uniti d’0America, mentre i sostenitori di Al Qaeda vogliono stabilire una “confederazione islamica”, alla maniera dell’Unione europea. Se la pressione militare continua, le due organizzazioni non tarderanno a convergere, ma, per il momento, per quel che riguarda i combattenti, funzionano più come vasi comunicanti». Ma è anche evidente che Al Qaeda si sta allineando al modus operandi del Daesh, aumentando se possibile la ferocia delle sue azioni e prendendo sempre più di mira obiettivi civili: all’attacco del Daesh ai turisti in Tunisia hanno fatto seguito gli assalti dell’Aqmi agli alberghi in Mali, Burkina e Costa d’Avorio.

In Africa e Medio Oriente la radicalizzazione islamista di una parte della popolazione è evidente e Guidère  è convinto che «Si nutre dell’assenza di prospettive per alcune popolazioni e di un progetto politico da parte degli Stati della regione. Il problema è che fin qui la risposta occidentale è stata puramente securitaria  e militare, come per esempio l’intervento della Francia in Mali, che dura da tre anni, senza risolvere davvero il problema». Infatti, 4 anni dopo lo scoppio della guerra civile e 3 anni dopo l’intervento militare francese, in Mali  l’esercito fa fatica a ricostituirsi e la presenza delle forze straniere è più che mai indispensabile. Il Mali è di fatto un protettorato francese/Onu sull’orlo della dissoluzione.

I tuareg sono divisi tra il Mouvement national de libération de l’Azawad (Mnla) e il Coordination des mouvements de l’Azawad (CMA), che si battono contro la Plateforme, une coalizione pro-Bamako composta soprattutto da Peul, ma anche da arabi, e tutti sono infiltrati dai jihadisti e banditi.

Nel nord del Mali la normalità sono gli assassinii mirati, le rappresaglie, gli attentati e la repressione, e la gente si sposta sperando di non saltare su una mina. Un ministro maliano ha confessato che, a quattro anni dalla ribellione del Mnla e poi dall’invasione jihadista, a 3 anni dall’avvio dell’operazione  Serval da parte dei francesi, «La situazione è insostenibile. Andiamo avanti, ma a passi di formica». La vittoria militare di François Hollande e l’elezione di Ibrahim Boubacar Keïta a presidente del Mali – che avrebbe dovuto pacificare il Paese –  si sono rivelate un’illusione, così come restano un miraggio i grandi giacimenti di petrolio e gas che si trovano proprio nelle aree transfrontaliere controllate dalle bande jidadiste e dalle milizie tribali.

Certo, i jihadisti hanno abbandonato le città che avevano conquistato, molti sono stati uccisi e si sono dispersi, alcuni dei loro leader sono stati giustiziati e nel 2015 sono stati sottoscritti accordi di pace tra governo e da alcuni gruppi ribelli armati, ma la violenza continua: se gli scontri calano a Kidal aumentano a Ségou, se cessano a Gao, riprendono a  Timbuctu…

Aqmi ha sferrato attacchi spettacolari nel novembre 2015 al Radisson Blu de Bamako e a febbraio contro  il campo della Minusma, la forza di Pace Onu, e dell’esercito maliano. In meno di tre anni in Mali sono stati uccisi  83 Caschi blu, e il Paese è diventato uno dei più pericolosi per le operazioni di pace dell’Onu. Secondo la  Fédération internationale des ligues des droits de l’homme, dall’inizio del 2015 nel nord del Mali ci sono stati più di 200 attacchi nei quali sono rimaste uccise 210 persone, la maggioranza civili, con numerosi feriti. Spesso questi attacchi sono condotti da gruppi classificati come terroristi dalla comunità internazionale, ma sono coinvolte anche organizzazioni considerate “moderate”, mentre l’esercito regolare è accusato di aver torturato e fatto sparire molte persone.

Ormai in Mali nessuno può distinguere il jihadista dal ribelle tuareg, un miliziano pro-governativo da un bandito e anche i militari dell’esercito maliano possono togliersi il casco ed andare a combattere con qualche gruppo salafita o tuareg o partecipare a razzie insieme a banditi armati. D’altronde  El Hadj Ag Gamou, uno dei generali più noti dell’esercito maliano, è anche il capo della Gatia, une milizia pro-Bamako, e leader ufficiale della comunità degli Imghads.

Se il Nord è più calmo dopo gli accordi d’Anefis firmati nell’ottobre 2015 da tutti i gruppi amati tribali che fanno parte della  Cma e dalla Plateforme pro-gouvernativa, nel 2015 ha fatto la sua comparsa nelle regioni di Mopti e Ségou il Front de libération du Macina, un gruppo affiliato agli islamisti di Ansar Eddine, che si è rivelato particolarmente pericoloso. Un rapporto pubblicato a febbraio da Human Rights Watch fa il punto sugli abusi commessi (anche dall’esercito) e parla di paura diffusa e della di fuga di migliaia di civili di fronte alle milizie armate.

Yvan Guichaoua, uno dei maggiori esperti della regione, ha detto a Jeune Afrique, che «La presenza ormai consolidata dei jihadisti su tutto il territorio maliano smentisce clamorosamente l’annuncio della loro eliminazione fatto tre anni fa». Questa situazione di evidente caos mette automaticamente in questione l’efficacia dell’operazione Barkhane e  solleva seri interrogativi sulla strategia condotta dalla comunità internazionale e sul governo maliano. Al termine di una serie di incontri a Koulouba tra il presidente Ibrahim Boubacar Keïta  e i gruppi armati è stato annunciato che, dal 27 al 30 marzo, si terrà a Kidal un forum per la pace e la riconciliazione e si parla dell’istituzione di autorità locali di transizione.

Sarò sufficiente a placare il sanguinoso caos del Mal, che è sempre più la porta dei jjihadisti tra Sahel e Sahara e per raggiungere il Burkina Faso e il Golfo di Guinea?  Secondo Guidère, no: «Bisognerebbe anche avviare dei programmi di prevenzione della radicalizzazione e offrire delle prospettive politiche e di sviluppo alle popolazioni locali. Senza questo, le organizzazioni terroriste non avranno problemi a ricostituire le loro truppe, qualunque sia lo sforzo militare dispiegato».